Teatro di Documenti, Roma. Sino al 16 febbraio, “Medea Voci” di Christa Wolf. Regia di Viviana De Bert

  

 

 

Medea Voci” di Christa Wolf

al  Teatro di Documenti, Roma| 11-16 febbraio 2020

Si entra nello splendido spazio del Teatro di Documenti per conoscere la Medea raccontata da Christa Wolf e portata in scena da Viviana Di Bert. Lo spazio sotto terra, in un mare di cunicoli, diventa centrale in uno spettacolo che vuole mettere a nudo le nefandezze commesse dal potere e nascoste al popolo. Un’operazione importante su un testo che ci insegna a ribellarci ad ogni pregiudizio, ma per farlo bisogna intrapendere un percorso che vada oltre le apparenze, magari iniziando a percorrere un corridoio stretto del Teatro di Documenti.

Il Mito originario capovolto dall’autrice. Medea diventa capro espiatorio di una società corrotta. Lei, originaria della Colchide, definita “migrante” dal potere, (qui rappresentato dalla voce di Acamante primo astronomo di Corinto), un potere che si fonda su misfatti nascosti al popolo, un potere che, qui come ovunque, si sorregge sulla menzogna. Medea, che significa “colei che dà consiglio” è portatrice di amore (assenza di morte). Medea diventa simbolo del coraggio e della verità e le Voci sono coscienza che raccontano l’intreccio storico, personale ed oggettivo.

“In questa mia regia e riduzione del testo originale della Wolf, – spiega Viviana Di Bert – da lei personalmente approvato e “consigliato” attraverso un carteggio da me tenuto con lei nel 1998 (due anni dopo l’uscita in Italia del suo Medea Voci), le donne della Colchide (Medea ed Agameda) contengono visivamente un immaginario medio orientale e un’ispirazione alle popolazioni Rom, da sempre tanto flagellate come capri espiatori. Nelle edizioni che ho realizzato dal 2008 al 2010 la figura di Medea fu da me interpretata come da consiglio della stessa autrice Christa Wolf; in questa invece, che per me rappresenta la chiusura di un cerchio creativo, ho preferito guardare da fuori, come a voler porre un occhio esterno ed utilizzare lo sguardo di “persone” come la Wolf, attiva intellettualmente fino al suo ultimo respiro, che si è sempre augurata di salvarci dalla “corruzione sotterranea” del potere”.

Viviana Di Bert torna ad occuparsi della Medea di Crista Wolf, un testo già ridotto per il teatro e messo in scena nel 2008 con lei stessa nei panni di Medea. Qui attraverso le voci di Medea, Giasone, Agameda, Acamante, Leuco e Glauce la Wolf sente l’esigenza di mostrare un’ulteriore versione del mito che mostra Medea come curatrice piuttosto che infanticida, capro espiatorio di una società e una politica corrotta e arrogante.

Viviana Di Bert diventa in questo allestimento lo sguardo esterno della regista/autrice che sceglie per Medea una provenienza Rom. La regista sente il dover trattare del tema dello straniero accanto al tema dell’arroganza del potere patriarcale con una particolare urgenza. La storia di Medea raccontata da Christa Wolf è attuale tanto nelle tematiche quanto nei sentimenti. Descrivendo la condizione di vita di uno straniero a Corinto, la scrittrice tedesca utilizza ancora una volta parole e gesti dei cittadini autoctoni, le voci appunto. Parole ed espressioni che oggi potremmo definire proprie di una società “razzista” che si limita a giudicare una persona in base a usi e abitudini che fanno parte della sua cultura. (romatoday.it)

 

 

Autore: Angelo Pizzuto

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