In memoria di Valentina Cortese. La figura di Valentina in “Giulietta degli spiriti”

  

In memoria di Valentina Cortese. La figura di Valentina in “Giulietta degli spiriti”

@ Stefano G. Manza (07-01-2020)

Cos’è un personaggio-ponte? Basta un suo cenno, un’inquadratura da nulla, uno sguardo apparentemente insignificante per trovare la coincidenza degli opposti che scioglie i nodi della trama.

In “Giulietta degli spiriti” questo ruolo è svolto da Valentina, briosa reginetta delle galanti feste romane. Grande amica di Giulietta Boldrini, la protagonista, Valentina si presenta subito come attraente e superstiziosa, e come amante del gesto sontuoso e appariscente: eppure il suo lato interiore ci rivela una discrepanza di fondo tra la profondità inespressa del suo intimum e l’estetica kitsch del suo aspetto.

Sembra commuoversi per la semplicità delle cose: un prato rorido e fresco le desta sorpresa.

“Dio che purezza!” esclama, “Ti fa male il cuore tanto è bello… Vorrei rotolarmici dentro tutta nuda.”

Giulietta, divertita, rimbecca: “E perché non lo fai?”

“Ma no..siamo diventati dei complicati, degli incivili…

L’episodio è significativo: il ruzzolarsi senza veli sul prato di una villa è, per Valentina, quasi un atto di protesta nei confronti di un mondo incivile. Non è pura ingenuità: non è l’appello spiritoso di una moderna ninfa da idillio tassiano, che deplora e inveisce contro il décor incretinito della civiltà, urlando: “i dolci atti lascivi / festi ritrosi e schivi”; né ci troviamo, all’opposto, dinanzi a un appeal caratteriale modellato a bella posta per ingannare il prossimo e frastornare Giulietta. La complessità di un personaggio fugace ma iconico quale è Valentina, che passa sempre in secondo piano nell’ambito della critica, e la cui potenziale versatilità lo stesso Fellini tende a lesinare sul set, richiama la scarsa accessibilità di una fusione equilibrata dei dualismi nel mondo moderno.

Valentina invita Giulietta a una “lezione spirituale” tenuta da uno strano guru di nome Bishma, presentandolo come “l’uomo-donna che racchiude in sé il segreto dei due sessi”. Il veggente è insomma l’agente della collimazione dei dualismi. Valentina tenta di essere la tutrice di questo passaggio all’occulto e all’excentrique da parte di Giulietta. A un certo punto, durante la “lezione”, un collaboratore di Bishma passa una mela agli astanti, intimando un esercizio mentale: in questo semplice oggetto, in questa individualità così banale, intima il mago, dobbiamo ravvisare anche la totalità; dobbiamo trovare “l’Unità nel Molteplice”. Valentina la prende esterrefatta e la strofina adagio intorno alla bocca, quasi volesse estrarre dal vermiglio della buccia un tocco di rouge à levres. L’immagine della mela passa dunque subito dall’essere occasione di meditazione metafisica a immediata corporeità sensuale; ed è in questo gioco di “cambi di livrea” da parte degli oggetti del set che Fellini esplica il suo universo rappresentativo. L’astratto scende a patti col concreto, anzi col carnale. La “tentazione di esistere” ritorna sempre a essere “tentazione” nel senso fisico del termine.

Inutile soffermarci sul significato allegorico e psicanalitico del pomo. La scena rappresenta semplicemente l’innescarsi di un nuovo meccanismo evolutivo per la vita interiore di Giulietta. Valentina è il tramite fondamentale di un cambiamento che non mette in dubbio a fondo l’io, ma che spiana il campo per la sua crocifissione. La povera Giulietta, infatti, non è tormentata da un dissidio di tipo spirituale o da un pungente interrogativo esistenziale, ma dall’insospettato esplodere di contenuti psichici repressi e risospinti volta per volta con tutto il peso nella valigia stracolma della memoria.

Sandra Milo in ‘Giulietta degli spiriti’

Ecco perché il testimone dello sviamento di Giulietta passa da Valentina a Susy/ Iris, interpretata da Sandra Milo, la cui sensualità clownesca, circense e ingorda rappresenta meglio l’antitesi di cui c’è bisogno per sottolineare la distanza siderale delle polarità dell’umano; è troppo diversa da Giulietta per non esservi accostata dalla mente maliziosa di Fellini, che dipinge la vita in un gioco di specchi. L’increspatura che si forma dall’urto della pennellata fievole e di quella assai calcata è infatti una delizia visiva della quale nessun artista riesce a privarsi.

Valentina è l’incarnazione di questa convergenza di tratti. Ha un piglio barocco ma malinconico che la accosta prepotentemente a Giulietta, ma ha anche un lato istintuale che tuttavia non la colloca nel mondo della “finta casa chiusa” di Susy; che la risparmia dalla risacca del manicheismo felliniano escludendola dalla schiera degli sviatori. Anche nella sua fisicità Valentina rappresenta uno stadio intermedio dell’apertura alle ostilità e alle delizie del mondo: la sua femminilità asciutta ma sentita, la sua complessione sobria eppure magnetica ci fanno pensare a Loretta Young o a qualche figura gozzaniana. Nell’attimo del suo scomparire dietro le quinte, il garbo erotico della fatuità di spirito ci lascia, abbandonando l’universo rarefatto di Giulietta, e appare il fasto tracimante dei corpi da circo, degli scolli elefantiaci e degli sberleffi alla vita.

Autore: Stefano G. Manza

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