A Christopher Tolkien. Un ricordo

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A Christopher Tolkien. Un ricordo

@ Stefano G. Manza (05-02-2020)

J.R.R. Tolkien

Veleggia lontano da noi un uomo dall’immarcescibile volontà creativa.

Nemmeno la vecchiaia era riuscita ad appesantire quegli occhi solerti, fieri e luminosi.

Quelli del padre erano dello stesso dolce castano antico che splendeva nei suoi…

E fu con la benedizione di quello sguardo amorevole che Christopher Tolkien portò sempre con sé, nel cuore, le favole maestose della sua infanzia.

Forse anche nel suo angusto velivolo sfrecciante sulla Manica, quand’era pilota della RAF, le sponde della patria, viste dalle nuvole, gli ricordavano i contorni di quelle terre nebbiose e lontane apparse ai capitani invitti della Prima Era della Terra di Mezzo; uomini ed elfi capaci di approdare ovunque, di sfuggire alla morsa di ferro dei nemici più temibili traversando gli oceani, di incontrare gli dei per parlare faccia a faccia con loro, e di riposare alfine nella pace del loro grembo.

Con la pubblicazione postuma delle opere “minori” del padre, dall’enciclopedico Silmarillion a La caduta di Gondolin, Christopher ci ha guidati con mano amica attraverso i pianori sterminati di un mondo nuovo: grazie a questi viaggi inaspettati abbiamo potuto, peraltro, intravedere un Tolkien alle prese con una profusione di generi letterari arcaici armonicamente intessuti in un corpus omogeneo.

Già lo sviluppo triadico de “Il Signore degli Anelli”, infatti, basato su un intreccio gotico-epico-apocalittico, ci aveva abituati a riconoscere nell’opera tolkieniana una polifonia potente, una livrea timbrica, inedita e oltremodo ambiziosa. Ma dal Silmarillion in poi abbiamo visto presentificato un intento diverso, di più ben ampio respiro: la volontà di cantare i primordi. Iniziare a cantare dal principio significa sapere di poter parlare senza tema d’essere interrotti. La parola che ricorda le prime vicende del cosmo ferma lo scorrere dei fiumi più impetuosi e il trasvolare delle nubi.

Quando, in epoche lontane, si voleva ricondurre al silenzio e all’attenzione anche i saloni più chiassosi e profani, si ricorreva alla recitazione delle parole pronunciate dagli dei iniziatori del mondo. Gli uomini che ascoltano il racconto cosmogonico del cantore, infatti, rivivono sia l’infanzia del mondo sia la propria; e, come dei fanciulli seduti attorno a una vecchia cantilentante presso il focolare, si prestano all’ascolto con la viva e preoccupata attenzione che solo i bambini sanno rivolgere. Non sarà dunque anche così nello “sbattagliare di stoviglie” del mondo moderno, orgoglioso d’essere uno sterminatore di favole? Anche qui, nella tensione spossante di un’epoca che cerca incessantemente solo e soltanto gli esiti, la deflagrazione del successo e del potere illimitati, gli esordi e il canto che li rammemora ci restituiscono le piccole verità insite nel nostro spirito verace.

E per Christopher gli esordi e la voce che li perpetrava nel flusso delle immagini fantastiche hanno rappresentato anche il viatico della fine e del riposo: dedicò tutta la vita a narrare e ampliare quei racconti che da fanciullo gli facevano inumidire gli occhi di ammirata commozione per la voce paterna, che sembrava dipingere sulla parete della sua cameretta le forme inconsapevoli della realtà interiore.

Si spense lontano dalla merry England, dalla felice Inghilterra, Itaca delle prime odissee fantasy sognate e trascritte dal padre, leggendo e rileggendo la terra natia nei libri paterni sviscerati dal suo spirito certosino, vedendola fotografata nei campi ameni della Contea, nelle brughiere silenti e misteriose al di là delle siepi delle Terre Selvagge, nelle brume dell’Isola dei Beati che svelano pian piano, man mano che una nave di pellegrini si avvicina, il profilo soffice e amico di un paese di luce: è la Terra di Aman, approdo ultimo dell’Occidente, giaciglio degli eroi del mondo antico e culla di tutte le rigenerazioni. Qui, una volta esauritosi il lumicino della vita, gli elfi vanno a ristorarsi, carezzando sempre con le loro canzoni perfette il cuore benigno dei Valar, gli Dei, le Potenze di Arda.

L’amatissima canzone inglese “I vow to thee my country”, scritta nel 1921, cita un’altra terra sempre pura e splendente; una terra dove l’uomo non vagabonda più, dove i pellegrini pongono fine al loro viaggio: “E c’è un altro paese, ho inteso dire molto tempo addietro/ più caro ancor a quelli che lo amano/ più grande per coloro che lo conoscono./ Non ne enumeriamo le armate, sì/ non ne vediamo il Re; / … E le sue vie sono vie di gentilezza/ e tutti i suoi sentier sono la Pace.”

Non è solo la terra ove la fede e la poesia collocano le anime di quei giovani periti nel turbinio delle armi in cui anche Tolkien padre e figlio si ritrovarono…Ma è anche la terra sempre intatta che ci conserva la ricerca d’altrove propria della più alta e struggente creatività. La creatività che vuole andare al fondo delle cose; perché è dal fondo che si è vicini ai significati ultimi della vita. E anche se questa terra si situa oltre l’orlo della vita, là, ne siamo certi, giace il tesoro più suadente; là canta rediviva la voce di mondi un tempo eclissati.

Autore: Stefano G. Manza

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