Firenze Teatro della Pergola 21-26 gennaio | ‘Arlecchino servitore di due padroni’, regia di Valerio Binasco

  

www.teatrodellapergola.com

21 – 26 gennaio

(ore 20:45; domenica ore 15:45)

Teatro Stabile di Torino

Natalino Balasso

ARLECCHINO SERVITORE DI DUE PADRONI

di Carlo Goldoni

con (in ordine alfabetico) Fabrizio Contri, Michele Di Mauro, Lucio De Francesco, Denis Fasolo,

Elena Gigliotti, Carolina Leporatti, Gianmaria Martini, Elisabetta Mazzullo, Ivan Zerbinati

scene Guido Fiorato

costumi Sandra Cardini

luci Pasquale Mari

musiche Arturo Annecchino

regia Valerio Binasco

 

Durata: 2h e 10’, intervallo compreso.

Al Teatro della Pergola, da martedì 21 a domenica 26 gennaio, Valerio Binasco frantuma la tradizione con un Arlecchino servitore di due padroni di Carlo Goldoni che guarda più alla Commedia all’italiana che alla Commedia dell’arte, dando voce a un’umanità vecchio stampo, paesana e arcaica, che ha abitato il nostro mondo in bianco e nero. Nel ruolo di Arlecchino, Natalino Balasso.

«Goldoni è capace di una scrittura che è solo in apparenza di superficie – dice Binasco – se vado nei dettagli, non solo del testo, ma soprattutto delle ragioni che spingono i personaggi a dire quelle cose e non altre, scopro una ricchezza di toni interiori che ben si adatta a essere interpretata con sensibilità contemporanea».

Famelico, bugiardo, disperato e arraffone, l’Arlecchino “contemporaneo” di Valerio Binasco è un poveraccio che sugli equivoci costruisce una specie di misero riscatto sociale. Con uno stile cinematografico, fatto di sintesi, unità di azione e suspense, la commedia della stravaganza diventa così un gioioso ritorno alle origini del teatro italiano e della sua grande tradizione comica, con un cast molto affiatato, composto da Fabrizio Contri, Michele Di Mauro, Lucio De Francesco, Denis Fasolo, Elena Gigliotti, Carolina Leporatti, Gianmaria Martini, Elisabetta Mazzullo, Ivan Zerbinati.

Una produzione del Teatro Stabile di Torino.

Dopo il Don Giovanni di Molière, Valerio Binasco, cinque volte premio Ubu, scrive: «A chi mi chiede: “come mai ancora Arlecchino servitore di due padroni di Carlo Goldoni del 1745?” rispondo che i classici sono carichi di una forza inesauribile e l’antico teatro è ancora il teatro della festa e della favola». Al Teatro della Pergola, da martedì 21 a domenica 26 gennaio, arriva la sua versione in cui l’Arlecchino interpretato da Natalino Balasso è un personaggio dalle molteplici contraddizioni: meschino e anarchico, irriguardoso e servile, riesce a portare scompiglio nell’ottusa società borghese, con una carica che suo malgrado si può perfino dire “sovversiva”. La produzione è del Teatro Stabile di Torino.

«Ho sempre avvertito, all’interno di questo testo goldoniano – afferma Valerio Binasco ad Angela Consagra sul foglio di sala dello spettacolo – una potenzialità drammatica, pur essendo al tempo stesso davvero divertente. Arlecchino si inserisce nell’intreccio drammatico come una figura portatrice di caos e di volontaria comicità, ma non è difficile scovare in Goldoni un lato anche più amaro. Era un autore molto attento alla vita sociale del suo tempo – ragiona – di conseguenza il suo lavoro confluisce anche nella nostra attualità contemporanea perché io credo che l’uomo non sia poi tanto cambiato nel corso dei secoli».

Nel testo il regista ha avvertito il richiamo di qualcosa che ha a che fare con un ‘certo tipo di umanità’, la cui anima travalica i limiti del teatro per il teatro e chiede di essere raccontata con maggiore realismo, con maggiore commozione. È il richiamo di una tipologia umana di vecchio stampo, l’Italia povera, ma bella, di sapore paesano e umilmente arcaico, che è rimasta attiva a lungo nel nostro Paese, sia sulla scena che nella vita reale. La voce di questa umanità è quella della Commedia, in scena con Fabrizio Contri, Michele Di Mauro, Lucio De Francesco, Denis Fasolo, Elena Gigliotti, Carolina Leporatti, Gianmaria Martini, Elisabetta Mazzullo, Ivan Zerbinati. La ‘riforma’ goldoniana è responsabile secoli dopo della Commedia all’italiana, almeno tanto quanto è responsabile della progressiva scomparsa della Commedia dell’arte.

«Ho studiato con entusiasmo il personaggio di Arlecchino – interviene Binasco – salvo scoprire che mi stavo allontanando sempre più da una convenzione teatrale per avvicinarmi a una tipologia umana che non è nella realtà così artificiosa. Mi piacerebbe che in questo spettacolo, che pure risulta essere molto caratterizzato, perché la messinscena di Goldoni necessita sempre di caratteristi, tutti i caratteri rappresentati fosse possibile incontrarli anche nella vita reale e non soltanto sul palcoscenico. È praticamente tutta la vita – precisa – che quest’opera di Goldoni mi accompagna, trasformandosi insieme al mio gusto e alla mia voglia di raccontare la vita in un certo modo. Il risultato credo che sia malinconico, però fa anche ridere».

Così, in un tenero eppur spietato mondo piccolo borghese, uno strano servitore giunge a portare scompiglio durante una festa di nozze. A ben vedere c’è da subito lo zampino del diavolo in questo inizio e la commedia, con le scene di Guido Fiorato, i costumi di Sandra Cardini, le luci di Pasquale Mari e le musiche Arturo Annecchino, parte a rovescio: il matrimonio è infatti sempre, e obbligatoriamente, la scena finale. Sono regole che valgono ancora. Così come la Tragedia ritualizza la separazione di un singolo (portatore di caos) dal resto del mondo, la Commedia celebra nel suo finale il rito di individui perduti in caotiche peripezie, che finalmente si ritrovano e si uniscono in matrimonio. Il matrimonio è il lieto fine che riavvicina gli uomini alla società e sancisce la vittoria degli uomini sulla confusione, sull’incertezza, sulla morte.

«In Goldoni è ancora presente una fiducia nella struttura della commedia, nel linguaggio dell’intreccio che si usa, che è diverso dai testi contemporanei – spiega Valerio Binasco – avendo vissuto più recentemente la Seconda guerra mondiale, gli autori moderni si distaccano dalla favola. Invece, secondo me – commenta – anche se il mondo non se lo merita, è bene che il teatro sia anche una festa. Abbiamo un grandissimo bisogno di festa, di ridere, di commuoverci e di piangere, ma in quel modo divertente che solo possono fare il teatro o il cinema».

Alla porta di casa del rigido nucleo familiare di Pantalone già dal primo minuto bussa quindi il Caos, ovvero il diavolo delle commedie, e arriva Arlecchino. Una volta che quella porta è stata aperta, entreranno altri strani individui, alle prese con enormi problemi personali. Si direbbe una gara a chi ha il problema più grave: ognuno strepita le proprie ragioni e nessuno ne ha abbastanza da prevalere sugli altri o sul destino. Arlecchino è quindi un po’ come il Dio-Demone del teatro. Ma la sua provenienza dal diabolico mondo delle maschere, con tutti i suoi riti magico-comici, è ridotta a qualcosa che al massimo sarà simile a un povero diavolo. E gli vorremo tutti bene per questo.

«Abbiamo bisogno di storie, di persone da amare e anche di una estrema consolazione – conclude Binasco – il fatto è che dobbiamo essere consolati da dei mali che ci provochiamo da soli, ecco perché non ci meritiamo forse che il teatro sia anche una festa. E questo anche se alla fine credo che il mio compito, come artista, sia quello di non giudicare il mondo, ma semplicemente di raccontarlo».

 

RISO AMARO

intervista a Valerio BINASCO di Angela Consagra

 

La sua regia, contravvenendo a una tradizione goldoniana ampiamente consolidata, guarda più alla Commedia all’italiana che alla Commedia dell’arte…

“Come teatranti nel momento in cui si sceglie di affrontare un tema immenso come quello della comicità all’italiana ci si imbatte inevitabilmente nella Commedia dell’arte, anche se qualcosa all’interno di me stesso sentiva di non riuscire a trovare ancora come viva quel tipo di esperienza. Soprattutto, e devo essere sincero in questo, mi sembra che l’esperienza strehleriana abbia già esaurito qualsiasi altro tentativo in questa direzione. Porsi in dialogo con l’Arlecchino di Strehler è come affacciarsi davanti a un capolavoro, a una perfetta ricostruzione filologica di quello che Strehler stesso intendeva come Commedia dell’arte. Perché, allora, decidere di mettere in scena proprio Arlecchino servitore di due padroni? Ho sempre avvertito, all’interno di questo testo goldoniano, una potenzialità drammatica, pur essendo al tempo stesso davvero divertente. Arlecchino si inserisce nell’intreccio drammatico come una figura portatrice di caos e di volontaria comicità, ma non è difficile scovare in Goldoni un lato anche più amaro. Era un autore molto attento alla vita sociale del suo tempo, di conseguenza il suo lavoro confluisce anche nella nostra attualità contemporanea perché io credo che l’uomo non sia poi tanto cambiato nel corso dei secoli. Vista questa storia d’amore così drammatica che viene raccontata nell’Arlecchino servitore di due padroni – un vincolo matrimoniale per ottenere il quale si deve passare attraverso tanto dolore – mi sono chiesto: se invece di un semplice gioco teatrale la narrazione rappresentasse una storia vera? E, andando avanti nell’analisi del testo, ho scoperto che questo tipo di risposta poteva essere individuata solo nella Commedia all’italiana. E non sto parlando di quella di stampo più borghese, piuttosto si tratta della commedia afferente al Neorealismo figlia di un’Italia ancora in bianco e nero, ingenuamente arroccata su antichi valori messi quasi in ridicolo, sempre con grande garbo, dai registi della prima Commedia all’italiana. È nella Commedia all’italiana che ho trovato un legame vivo con la tradizione e sicuramente meno artificioso della Commedia dell’arte”.

 

È vero che questo testo le è sempre piaciuto, ma che, in qualche modo, riusciva anche a tormentarla un po’?

“Sì, perché di solito ciò che piace molto ai registi ha molto a che fare anche con il tormento, e non so bene il motivo… Fin da ragazzino sono stato attirato dalla Commedia dell’arte e dal mondo delle maschere: ho sempre amato molto, per esempio, la maschera demoniaca di Arlecchino. Ho studiato con entusiasmo il personaggio di Arlecchino, salvo scoprire che mi stavo allontanando sempre più da una convenzione teatrale per avvicinarmi a una tipologia umana che non è nella realtà così artificiosa. Mi piacerebbe che in questo spettacolo, che pure risulta essere molto caratterizzato, perché la messinscena di Goldoni necessita sempre di caratteristi, tutti i caratteri rappresentati fosse possibile incontrarli anche nella vita reale e non soltanto sul palcoscenico. È praticamente tutta la vita che quest’opera di Goldoni mi accompagna, trasformandosi insieme al mio gusto e alla mia voglia di raccontare la vita in un certo modo. Il risultato credo che sia malinconico, però fa anche ridere”.

 

A chi mi chiede come mai ancora Arlecchino, rispondo che i classici sono carichi di una forza inesauribile, l’antico teatro è ancora un teatro della festa e della favola: sono parole sue.

“Io credo che noi chiamiamo classici quei testi che appartengono a una data lontana nel tempo, ma che non hanno mai smesso di essere contemporanei: ecco perché possono definirsi dei ‘classici’. I grandi testi delle epoche passate sono sopravvissuti fino a noi perché, attraverso diverse letture nel corso del tempo, rinnovano il loro sguardo sull’uomo e diventano costantemente contemporanei. Sono testi che contengono ancora il ricordo della festosità, che per noi diventa nostalgia, legata all’atto teatrale. In Goldoni è ancora presente una fiducia nella struttura della commedia, nel linguaggio dell’intreccio che si usa, che è diverso dai testi contemporanei. Avendo vissuto più recentemente la Seconda guerra mondiale, gli autori moderni si distaccano dalla favola. Invece, secondo me, anche se il mondo non se lo merita, è bene che il teatro sia anche una festa. Abbiamo un grandissimo bisogno di festa, di ridere, di commuoverci e di piangere, ma in quel modo divertente che solo possono fare il teatro o il cinema. Abbiamo bisogno di storie, di persone da amare e anche di una estrema consolazione: il fatto è che dobbiamo essere consolati da dei mali che ci provochiamo da soli, ecco perché non ci meritiamo forse che il teatro sia anche una festa. E questo anche se alla fine credo che il mio compito, come artista, sia quello di non giudicare il mondo, ma semplicemente di raccontarlo”.

 

Biglietti

 

Intero

Platea 37€ – Palco 29€ – Galleria 21€

 

Ridotto Over 60

Platea 33€ – Palco 26€ – Galleria 18€

 

Ridotto Under 26

Platea 22€ – Palco 18€ – Galleria 13€

 

 

Biglietteria

 

Via della Pergola 30, Firenze

055.0763333 – biglietteria@teatrodellapergola.com.

Dal lunedì al sabato: 9.30 / 18.30.

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Matteo Brighenti

Ufficio stampa e Social

Fondazione Teatro della Toscana

Area Fiorentina

055 2264347 – 348 0394310 – stampa@teatrodellapergola.com

Autore: Matteo Brighenti

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