Yves Saint Laurent. La moda come compagna dell’arte di vivere

  

    

Yves Saint Laurent. La moda come compagna dell’arte di vivere

@ Antonella Falco (14-01-2020)

 

Helmut Newton, Smoking di Yves Saint Laurent

Tra i più noti e innovativi stilisti del XX secolo bisogna necessariamente annoverare Yves Saint Laurent. Nato a Orano, nell’Algeria francese, il 1° agosto del 1936, Yves Donat Mathieu Saint Laurent – questo il suo nome completo – trascorse gli anni dell’infanzia e della prima adolescenza in una villa che si affacciava sul Mar Mediterraneo, insieme al padre Charles, alla madre Lucienne e alle sorelle Michelle e Brigitte. Da bambino amava creare bambole di carta e fin da ragazzino iniziò a disegnare e a cucire abiti per la madre e le sorelle. Appena maggiorenne si trasferì a Parigi per intraprendere la carriera di stilista. Michel De Brunhoff, editore di Vogue France, lo presentò a Christian Dior che gli permise di iniziare la sua carriera professionale, dando visibilità alle creazioni del giovane stilista. Quando nel 1957 Dior morì stroncato da un infarto, Saint Laurent divenne il direttore della maison, malgrado avesse all’epoca soltanto 21 anni. Tre anni dopo, quando la sua carriera era in piena fase di decollo, fu costretto a lasciare Parigi e ad arruolarsi nell’esercito francese per combattere la guerra d’Algeria. Solo venti giorni dopo il suo arruolamento fu ricoverato d’urgenza in un ospedale militare a causa dell’eccessivo stress causato dalla guerra nonché da episodi di nonnismo. Fu proprio durante questo ricovero che lo raggiunse la notizia di essere stato licenziato da Dior (la maison lo aveva sostituito con Marc Bohan), questo non fece che aggravare il suo stato di salute psicologico. Fu conseguentemente ricoverato nell’ospedale militare di Val-de-Grâce dove venne sottoposto a pesanti cure psichiatriche che prevedevano l’uso di psicofarmaci ed elettroshock. Saint Laurent imputò a questo soggiorno ospedaliero i suoi successivi problemi mentali e la dipendenza da droghe. Nel 1960 venne dimesso dall’ospedale e citò in causa la maison Dior, rea di non aver tenuto fede agli accordi contrattuali. La legge gli diede ragione e con i soldi del risarcimento, Saint Laurent aprì una casa di moda a proprio nome, avendo accanto come socio il compagno di vita Pierre Bergé. Nonostante i contrasti con la maison Dior, Saint Laurent riconobbe sempre di aver ricevuto da Christian Dior una forte ispirazione nonché le basi essenziali della propria arte e ammise di non poter dimenticare gli anni trascorsi a contatto col grande maestro.

Safari jacket, Vogue, Saint Laurent 1968

Durante gli anni Sessanta e Settanta il marchio Saint Laurent godette di notevole prestigio e introdusse nel mondo della moda importanti innovazioni, non prive a volte di un carattere fortemente trasgressivo e spregiudicato. Nel corso della sua carriera Yves Saint Laurent fu un innovatore instancabile, costantemente votato a modernizzare l’immagine della donna. Molto prima di Giorgio Armani ebbe l’idea di utilizzare in chiave femminile alcuni capi del guardaroba maschile quali lo smoking (nel 1966 si inventò il tailleur-pantalone da allora divenuto un classico), il blazer, il trench, il giubbotto di pelle, la sahariana (la giacca safari da uomo era famosa già negli anni Trenta, quando la indossava Hemingway, durante gli anni Sessanta e Settanta tornò in auge grazie ai film di James Bond, in cui a indossarla era Roger Moore. Saint Laurent ne introdusse la versione femminile nella sua collezione primavera-estate del ’68 ispirata all’Africa e comparve per la prima volta indossata dalla modella Veruschka su un numero di Vogue dello stesso anno).

Mondrian, Yves Saint Laurent 1966

Grande appassionato d’arte e collezionista, rese omaggio a molti maestri dell’arte del Novecento e di fine Ottocento, da Picasso a Warhol, da Matisse a Mondrian (al 1965 risale la creazione del più noto fra gli abiti che Saint Laurent concepì ispirandosi al mondo dell’arte: l’abito Mondrian, lungo fino al ginocchio e disponibile in sei diverse versioni. Il vestito riprendeva il gioco cromatico caratteristico del pittore olandese Piet Mondrian, famoso soprattutto per i quadri astratti che disegnavano griglie irregolari e utilizzavano solo i colori primari – blu, giallo e rosso – e il bianco), passando per Van Gogh (nel 2002 Naomi Campbell sfilò con addosso una giacca decorata con i celebri iris del pittore olandese), Braque e Hockney.

Yves Saint Laurent, giacca decorata con iris 2002

Sue intuizioni sono state le ibridazioni etniche con le quali ha impreziosito le proprie collezioni, attraverso spunti e suggestioni derivanti dal Nord Africa della sua infanzia, ma anche dalla Spagna e dall’India. L’amore per la letteratura e il teatro, l’enorme passione per Marcel Proust, autore feticcio e nume tutelare, furono anch’esse trasfuse nelle sue creazioni. La rinomata tradizione del balletto russo offrì lo spunto per la collezione del 1976 che il New York Times definì «rivoluzionaria, destinata a cambiare il corso della moda». Tutta questa ricchezza di ispirazione, di matrice colta, si fondeva in Saint Laurent con delle poderose doti manageriali e con l’intuizione che le idee innovative della sua alta moda potevano trasformarsi in geniali idee commerciali e in allettanti prodotti industriali.

Yves Saint Laurent fu anche il primo stilista a portare in passerella delle modelle dalla pelle nera. Accadde durante le sfilate degli anni Ottanta, la prima modella di colore che ingaggiò fu Mounia, a cui seguirono Iman (che anni dopo sarebbe divenuta la moglie di David Bowie), Rebecca Ayoko e Katoucha Niane. Naomi Campbell ha dichiarato che fu proprio grazie a Saint Laurent se nel 1988 potè diventare la prima donna nera a comparire sulla copertina della versione francese di Vogue: se si fossero rifiutati di accettarla, lo stilista avrebbe ritirato dalla rivista la propria pubblicità. Saint Laurent fu anche uno dei pochi stilisti di quel periodo a fare pubblicità sulle riviste indirizzate principalmente a lettrici di colore come Ebony Magazine.

Yves Saint Laurent, camicia-abito trasparente 1968

Tra i primati di Saint Laurent vi è anche quello di essere stato il primo creatore di moda ad aver introdotto abiti realizzati in tessuto trasparente, tali da lasciar intravedere i capezzoli. Nel 1968 le sue modelle sfilarono con camicie di organza trasparente senza reggiseno sotto. Le riviste specializzate rifiutarono di pubblicare servizi e materiale pubblicitario della collezione in quanto mostrare il seno nudo era ancora considerato motivo di scandalo. Tuttavia l’intento di Saint Laurent non era tanto quello di provocare quanto di affrancare le donne dalle costrittive regole d’abbigliamento dell’epoca.

Naomi Campbell con la famosa pelliccia Yves Saint Laurent della collezione del 1971

Non nuovo alle trovate trasgressive, il 29 gennaio del 1971 lo stilista presentò a Parigi la collezione primavera-estate dal titolo Liberatión che venne immediatamente sommersa dalle critiche. Il giorno dopo alcuni giornali si rifiutarono di pubblicarne le foto, mentre altri la definirono «rivoltante». Causa di tanto clamore era che la collezione si ispirava all’abbigliamento delle prostitute parigine del dopoguerra, con le modelle che sfilavano muovendosi in modo estremamente sensuale e indossando abiti succinti e provocanti e sandali con zeppe da 10 cm, turbanti e trucco vistoso. Famosa divenne una pelliccia di colore verde che anni dopo sarebbe stata riportata in passerella da Naomi Campbell. Malgrado non fosse piaciuta ai critici e agli addetti ai lavori, la collezione ebbe un enorme successo di vendite e risultò di grande influenza sui gusti del pubblico, riportando in auge lo stile retrò e dando vita a una tendenza ancora oggi presente, ossia quella di indossare abiti che più o meno consapevolmente strizzino l’occhio al look delle moderne “cortigiane”.

Yves Saint Laurent nella pubblicità di Pour Homme fotografato da Jeanloup Sieff nel 1971

Sempre nel ’71, Saint Laurent posò nudo per la pubblicità del suo profumo maschile YSL Pour Homme. Pur non avendo una vasta diffusione, la foto divenne in seguito un’immagine di forte valore simbolico per la comunità gay.

Nel 1980 Saint Laurent fu il primo stilista vivente a vedersi dedicare una grande retrospettiva al Metropolitan Museum di New York.

Nel 1989 il gruppo YSL venne quotato in borsa, nel 1993 fu ceduto a una casa farmaceutica, la Sanofi, per quasi 600 milioni di dollari. L’etichetta fu acquistata dalla maison fiorentina Gucci nel ’99, e mentre Yves Saint Laurent continuava a disegnare la linea di alta moda, Tom Ford curava la collezione prêt-à-porter.

Nel gennaio del 2002, in una commovente conferenza stampa, Saint Laurent annunciò che la gloriosa maison di Avenue Marceau avrebbe chiuso i battenti. Rimasero famose le parole di Pierre Bergé che motivò la decisione affermando: «L’alta moda è finita. Non è un’arte che si appende come un quadro, ma è qualcosa che ha senso se accompagna l’arte di vivere. Oggi, tempo di jeans e di Nike, l’arte di vivere non esiste più».

Portrait de Mme L.R. di Brancusi

Yves Saint Laurent – che il 13 luglio del 2007 era stato insignito della Legion d’Onore, la più alta onorificenza francese – si spense nella sua casa parigina nella notte del 1° giugno 2008, all’età di 71 anni, dopo aver a lungo combattuto contro un cancro al cervello. Cremato, le sue ceneri riposano nei giardini Majorelle di Marrakech, in Marocco, nella villa che fu dell’artista francese Jacques Majorelle e che Saint Laurent e Bergé avevano acquistato e ristrutturato.

In oltre cinquant’anni di vita in comune la coppia aveva raccolto una vastissima collezione di opere d’arte (circa 730 pezzi) tra cui quadri di Goya, Van Gogh, Matisse, Picasso e Mondrian, unitamente a reperti archeologici, sculture, mobili e arredi vari. Alla morte dello stilista, Bergé mise all’asta l’immensa collezione. L’asta si tenne nel 2009 e fece registrare dei record di vendita: nel corso del primo giorno Le coucous sur un tapis bleu et rose di Matisse fu ceduto per 32 milioni di euro, mentre Madame L.R. di Brancusi venne venduta per 29 milioni di euro, in entrambi i casi fu segnato, come si diceva, il record di vendita dei rispettivi artisti. L’incasso complessivo ammontò ad oltre 342 milioni di euro, in parte devoluti per la ricerca sull’AIDS.

Pierre Niney in ‘Yves Saint Laurent’ di Jalil Lespert

Successivamente al ritiro di Saint Laurent, avvenuto nel 2002, il marchio continuò a sopravvivere grazie al gruppo Gucci che ne proseguì la commercializzazione. Il prêt-à-porter fu affidato a Stefano Pilati che subentrò a Tom Ford nel 2004. Nel 2012 Pilati fu sostituito da Hedi Slimane, che aveva già lavorato in passato alle collezioni maschili del marchio. Con Slimane il nome della griffe divenne, non senza polemiche, Saint Laurent Paris, perdendo la Yves iniziale. Nell’aprile del 2016 la direzione creativa passò dalle mani di Hedi Slimane a quelle di Anthony Vaccarello.

Dopo la morte dello stilista furono realizzati diversi film biografici: uno, del 2010, intitolato Yves Saint Laurent-Pierre Bergé, l’amour fou è incentrato essenzialmente sulla sua vita privata. Altri due vennero girati nel 2014: uno del regista Jalil Lespert, Yves Saint Laurent, ripercorre tanto la carriera quanto la vita privata e ottenne l’autorizzazione di Bergé, l’altro, Saint Laurent di Bertrand Bonello, anch’esso basato sia sulla carriera che sugli amori dello stilista, annovera fra gli interpreti Gaspard Ulliel, Louis Garrel e Dominique Sanda.

Esistono due musei dedicati a Yves Saint Laurent, uno a Parigi e l’altro a Marrakech.

Autore: Antonella Falco

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