Natale 2019 | Letteratura come mimesi, la prosa di Katherine Mansfield

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Natale 2019 | Letteratura come mimesi, la prosa di Katherine Mansfield

@ Edoardo Fontana (17-12-2019)

Katherine Mansfield

L’elemento autobiografico, importante in ogni scrittore, lo è sommamente nel caso di Katherine Mansfield: una drammatica esistenza la condusse a un ansioso peregrinare che trovò solo nelle morte la quiete.

Kathleen Beauchamp nacque a Wellington, in Nuova Zelanda, nel 1880. A tredici anni si trasferì a Londra per studiare al Queen’s College. Continuò peraltro a suonare il violoncello. Fu introdotta nel salotto di German Rippmann, insegnante di tedesco che la iniziò, con Ida Baker, amica di una vita, alla letteratura decadente e simbolista. Una breve parentesi in Neozelanda, dal 1906 al 1908, le servì per comprendere che ormai il suo destino di scrittrice – scelse lo pseudonimo di Katherine Mansfield in onore della nonna – era in Europa. Alcune relazioni omosessuali compromisero il rapporto con i genitori che, per fuggire uno scandalo, accettarono di buon grado di lasciarla tornare in Europa. Qui rimase incinta e probabilmente per riparare, sposò il maestro di musica George Bowden nel 1909 ma lo abbandonò la sera stessa. Si guadagnò da vivere suonando e cantando nei bar e a sentire Virginia Woolf, si fece addirittura presentatrice di spettacoli circensi nelle terre scozzesi. Durante un soggiorno in Baviera lesse per la prima volta Anton Čechov che la influenzerà profondamente nella scrittura di In a German Pension. A seguito di un piccolo incidente abortì. Uno strano malessere si stava impadronendo di lei, forse una malattia venerea o le avvisaglie della tubercolosi che le sarà conclamata nel 1917.

La frequentazione del Bloomsbury Group le consentì di conoscere T.S. Eliot, Virginia Woolf e David Herbert Lawrence: egli si servì di lei per tratteggiare la disinibita Gudrun Brangwen, protagonista di Women in Love, impressionato proprio dalla disinvoltura dimostrata durante una festa di Natale del 1916, dove s’era mostrata assai disinibita durante un qualcosa di molto simile a un baccanale. Spesso Katherine, fu accostata ad animali: era un uistiti per l’editore Alfred Orage, una tigre per il marito e un gatto «estraneo, riservato, sempre solitario, osservatore» per Virginia Woolf. Narcisista, si definiva odiosa – e probabilmente lo era −, bella, aveva un viso che pareva di porcellana e un caschetto di capelli neri ma soprattutto aveva un’attenzione per la realtà e la somma capacità di trasformarla in parole.

Nel 1918 sposò il critico letterario John Middleton Murry, direttore della rivista «Rhythm» a cui aveva inviato alcuni racconti. Si trasferì in Costa Azzurra con l’amica Ida Baker per curarsi e qui scrisse le sue pagine migliori: fu dapprima assai felice, ma ben presto, isolata, depressa, oppressa dall’insonnia e dipendente da Veronal, barbiturico ancora poco conosciuto, iniziò il suo peregrinare. I suoi testi, tra cui tutti gli 88 racconti (Adelphi, nel 1979 li riunì in un cofanetto di tre volumi) presto furono introdotti in Italia. Tra le due guerre s’interessarono a lei Elio Vittorini, Emilio Cecchi, Mario Praz e Anna Banti; in un’epoca in cui prosa poetica ed eroica strizzavano l’occhio al regime fascista altri si misurarono con la difficile traduzione del suo inglese inquinato da neologismi neozelandesi dove era assente nazionalità, razza, inibizione, moralismo e religione. Benché qualunque prodotto britannico fosse visto con sospetto, considerando la miopia della censura, è da tener conto il fatto che i suoi testi venissero recepiti come eversivi.

La novella Prelude era stata pubblicata da Virginia Woolf – legata a Katherine da un rapporto di affetto, stima e insieme disprezzo e invidia – stampata a mano in 300 copie nel 1918, per i tipi originali di Hogarth Press, la casa editrice che dirigeva con il marito Leonard a Richmond nel Surrey. Apprendiamo da Murry nella sua introduzione ai Journal che la mediocre brossura fu pressoché ignorata nelle recensioni.

Il diario di Katherine, iniziato nel 1914, annotato sporadicamente – il marito trascrisse la difficile grafia di Katherine e ne curò l’edizione con il titolo di Journal (Constable & Co, Londra, 1927) – è una biografia ove la consueta cura formale per i dettagli linguistici ci introduce dapprima nella fiduciosa certezza della gioventù, passando per il dramma della Grande Guerra e la morte del fratello Leslie Heron, che lasciò in lei un vuoto colmato con il ricordo, giungendo infine a una matura armonizzazione di storia, cognizione di sé e indagine sociale.

Nel 1944 Frassinelli pubblicò Una tazza di tè e altri racconti. La versione era di Vittoria Guerrini che dopo la poesia di Mörike, si cimentava con la prosa inglese. Avrebbe scelto di farsi chiamare Cristina Campo. L’antologia raccoglie racconti tratti da Bliss (1920) Dove’s nest (1923), Something Childish (1924), e alcune novelle, come Je ne parle pas française che, pubblicato privatamente nel 1918 da Murry, racconta con magistrale equilibrio tecnico, attraverso una sequenza contorta di eventi senza filo logico temporale di Duquette, gigolò, mentitore e corrotto. Nell’introduzione, Campo notava come Mansfield evitasse volutamente l’introspezione psicologica. «Lo scrittore non deve esistere se non come scrittura. Non si racconta la storia di un individuo, ma si diviene l’individuo e la storia» e spaventata, avvertiva la violenza implicita in una scrittura capace di denunciare le convenzioni e la falsità di un io privato di senso. Con la sua tecnica narrativa superò i limiti dell’individuo, unica via percorribile dall’artista per cercare di cambiare il mondo. Questa scrittura sprezzante redatta con Lievi Mani, è il titolo di un saggio di Cristina Campo, pubblicato in Il flauto e il tappeto, ove tutto pare sempre al suo posto racconta in fondo il disordine. La certezza di un inconscio che invade la coscienza così da rendere fluttuante la percezione, ostacolando qualunque forma di facile definizione della realtà, il tentativo di spingere tutto fino al suo limite, la simbologia delle maschere, da cui non ci si può liberare all’interno di una società che richiede ruoli e non umanità, costringe il lettore a cercare sotto la narrazione superficiale e il gremirsi di segni tra cui è difficile districarsi, risposte ai quesiti appena suggeriti. Lasciò molti abbozzi e brani incompiuti che il marito raccolse nel 1939 in The scrapbook of Katherine Mansfield.

Dopo aver tentato le cure a base di raggi x del dottor Ivan Manoukhin, come leggiamo in Vita breve di Katherine Mansfield di Piero Citati, una delle più belle biografie della scrittrice, le speranze di curare con la medicina il suo male svanivano insieme all’illusione di poter vivere davvero e non solo tramite la propria scrittura. Conquistata da Georges Ivanovic Gurdjieff alle cui dottrine era stata introdotta dal suo editore fu ammessa all’Istituto per lo sviluppo armonioso dell’uomo nell’ottobre del 1922. Gurdjieff era nato nel 1872 e professava una dottrina teosofica basata su di un sincretismo religioso permeato di esoterismo e filosofia.

Virginia Woolf

Molto si è parlato di plagio, probabilmente con troppa superficialità, e per capire quest’ultimo atto ci aiutano le pagine del diario: forse cercò in ultimo una via interiore di accettazione e di superamento della propria condizione di malattia, ignorandola. Le privazioni fisiche imposte da Gurdjieff, dovettero essere esiziali. Come aveva sempre fatto, non si commiserò nemmeno di fronte alle proprie mani distrutte perché passava il tempo a pelare cipolle e carote. La malattia che la aveva consumata apparve quasi solo per inciso nella sua scrittura. Il 31 di dicembre chiese al marito di venirla a trovare, diede indicazioni di quale abbigliamento potesse essere consono in quella circostanza, domandò un paio di scarpe nuove. Murry giunse con un treno il 9 gennaio al mattino e la trovò di una bellezza ‘radiosa’ dopo poche ore, mentre saliva una scala, colta da un accesso di tosse, la emottisi se la portò via definitivamente.

Dopo la morte della scrittrice, il marito oltre a pubblicare la raccolta The dove’s nest (1923), novelle a cui stava ancora lavorando e una selezione di racconti non finiti con il titolo di Something Childish (1924), – facendo uso di un editing a volte molto invasivo – raccolse in volumi, lettere, pensieri, diari e stralci d’appunti per un totale di oltre 700.000 parole. Troppe se leggiamo ciò che Katherine scrisse nel testamento: «desidererei che Egli pubblicasse il meno possibile e strappasse e bruciasse il più possibile, capendo che io non desidero lasciare la pur minima traccia del mio passaggio».

Autore: Edoardo Fontana

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