J. R. R Tolkien. A centoventott’anni dalla nascita del Forgiatore di Mondi

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J. R. R Tolkien. A centoventott’anni dalla nascita del Forgiatore di Mondi

@ Stefano G. Manza (04-01-2020)

 

“… Solo creando miti, solo diventando un sub-creatore di storia, l’uomo può aspirare a tornare allo stato di perfezione che conobbe prima della caduta. I nostri miti possono essere male indirizzati, ma anche se vacillano fanno rotta verso il porto, mentre il “progresso” materialista conduce solo a un abisso spalancato e alla Corona di Ferro del potere del male.“

Le parole e i pensieri che nascono davanti alla quiete del focolare, al tabacco odoroso e alla birra artigianale sono spesso più durevoli di quelle trionfalmente scolpite sui marmi della storia.

Un uomo passeggia lungo un viale alberato.

Canticchia un motivetto melanconico, che evoca feste, campi fioriti, contrade devastate da guerre fra giganti, navi oblunghe che entrano nella luce oltre le brume dell’orizzonte…

Smozzicava nella pipa fumo e parole in una lingua strana, bella, agglutinante e solenne…

Non amava il viaggio, la distanza dal vernacolo, l’allontanamento dagli affetti.

Gli bastava, forse, aver dovuto circumnavigare mezza Africa, da bambino, per lasciare la natia colonia e tornare nella piovosa ma felice Inghilterra dei padri…

Gli bastò il viaggio forzato, l’amaro golgota spirituale delle trincee; gli bastarono forse i papaveri di McCrae e gli bastava aver viaggiato fino ai confini di Arda, arso dalla febbre, con la penna nella mano tremolante e la mente eccitata dalle pulsazioni del freddo che preannuncia la dipartita finale.

Una vita priva di grandi viaggi e di avventure incredibili, quella di Tolkien. E con ciò?

Coloro che intendono ingigantire la modestia caratteriale degli scrittori per renderli più duttili, più idonei alla spettacolarizzazione tanto in voga oggi si rivelano essere i detrattori dell’opera di genio.

Illustrazione di Tolkien per ‘Il Signore degli Anelli’

Chi scrive ha ricevuto il primo impatto con la cultura orientale da un autore che, sia per mancanza di tempo che di liquidità, non aveva potuto viaggiare attraverso i magnifici paesi che intendeva descrivere con la sua penna rampante: da una villetta subalpina Salgari dipinse infatti con somma dovizia di particolari il turbinio variegato delle epopee più esotiche.

Gli atlanti e le gravose enciclopedie si logoravano, si annerivano ai margini per l’assiduità vorace dei suoi polpastrelli nervosi…

L’effetto provocato da quella penna, però, non emanava puzza di stanzino, né odore di chiuso.

Non c’è bisogno di invocare pertanto la figura dell’autore, come quella di un colosso rodiense che illumina con le sue gesta il veleggiare della sua parola.

Una grande opera, di per sé, sottace, omette l’autore. La vera scrittura deve mostrare la sua ingratitudine digrignando i denti verso il suo creatore.

Questo prodigio, il miracolo del silenzio, accade in seno al mito.

Il mito non si lascia cogliere come un frutto maturo.

Non si alleva né si partorisce; solamente possiamo accostarci a esso e chiedergli come dimenticarci di noi stessi.

Tanta simil-arte contemporanea ha cercato nella figura di Tolkien il guizzo passionale dell’esteta e il piglio composto e perentorio dell’eroe di guerra.

Vignette e pellicole da quattro soldi hanno gonfiato l’uomo Tolkien per renderlo più accostabile ai tratti vigorosi e roboanti di alcune sue creature.

Altri si sono profusi nel ricamo di utopie sociali, ricavandone a iosa dalle pagine del Signore degli Anelli.

I magneti politici degli anni ’70 hanno voluto attirare l’opera di Tolkien verso le proprie prospettive di vita e d’azione, trascurando una riflessione di fondamentale importanza: come può un autore che afferma di lasciare profluire una simbologia recondita nei suoi scritti, che lesina l’artificio dell’allegoria, che si allontana dall’idea moderna dello scrittore come “orefice” avvicinandosi alla figura quasi dimenticata del forgiatore di mondi dare spazio, nella sua opera, a degli spiragli di apertura nei confronti del mondo dell’azione politica, del rappresentato, del “si dice”, dell’anti-mito?

Lasciamo alle spalle i biografismi e le menate storicistiche, perché ottundono quella vena invisibile che conduce le immagini dell’arte al cuore.

Basta, come amava fare il Professore, sedersi ai piedi di un alberello dopo una passeggiata estiva; ripulire il fornelletto della pipa; pensare alla frescura del fiume che ci scorre dinanzi e non alla torbidezza del suo delta né al gelo della sua scaturigine.

Il mito è nel qui e ora.

Autore: Stefano G. Manza

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