“Si sta cercando di trasformarmi in un mostro”. Estratti dell’intervista rilasciata da Roman Polanski a Paris Match l’11 dicembre 2019

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“Si sta cercando di trasformarmi in un mostro”. Estratti dell’intervista rilasciata da Roman Polanski a Paris Match l’11 dicembre 2019

Mentre ‘J’Accuse’, il suo ultimo film, riempie i cinema, il regista Roman Polanski viene di nuovo chiamato in causa per un episodio di stupro. Decide quindi, per la prima volta, di prendere la parola per rispondere alle accuse.

Paris Match – Parliamo degli attacchi di cui è stato oggetto. L’ex-mannequin e attrice Valentine Monnier l’accusa di averla violentata a Gstaad nel 1975. Si ricorda di lei?

Polanski – A malapena. Non ho naturalmente alcun ricordo di ciò che la signora racconta, visto che non è la verità. Respingo le accuse nella maniera più assoluta. Guardando le foto pubblicate ho la sensazione che il suo viso non mi sia ignoto, ma niente di più. Secondo lei un’amica l’avrebbe invitata a trascorrere qualche giorno presso di me, però non ne ricorda il nome! E’ facile muovere accuse quando un presunto reato è prescritto da decenni, e quando ormai non mi è più possibile discolparmi in un procedimento giudiziario.

Paris Match – Valentine Monnier afferma anche di essere stata picchiata…

Polanski – Questo è un vero delirio! Io non picchio le donne! Senza dubbio le accuse di stupro ormai non fanno abbastanza sensazione, bisogna aggiungere una mano di colore. Monnier racconta [a Le Parisien] che sulla seggiovia le avrei chiesto: Do you want to fuck? Perché in inglese? Cita come testimoni tre dei miei amici, presenti nello chalet: il mio assistente Hercules Bellville, Gérard Brach e sua moglie, Elizabeth. I primi due sono morti – è comodo, non possono più confermare o respingere le affermazioni che Monnier attribuisce loro. Quanto a M.me Brach, il giornale non è riuscito a rintracciarla. Rimane il vicino, John Bentley, che però “non ricorda che Valentine gli abbia parlato di stupro”, ma che ha una teoria sui miei presunti “problemi psicologici con le donne”, più un altro misterioso vicino che desidera mantenere l’anonimato – di cosa ha paura? Inoltre, ci sono delle testimonianze ancora più indirette che qualsiasi tribunale rigetterebbe, ma che i giornali riportano senza alcuna verifica. Questa storia è aberrante!

Paris Match – Il movimento #MeToo è nato dalle denunce di decine di donne contro il produttore Harvey Weinstein. Lei era a conoscenza di questi comportamenti?

Polanski – Non ho mai avuto alcun legame con lui. L’ho solo incrociato due o tre volte. Weinstein veniva considerato uno squalo negli affari, ma non sapevo niente delle sue storie con le donne. Sono rimasto sorpreso dalla valanga di accuse, una ridda di volti familiari. So invece che nel 2003 Weinstein è caduto in preda al panico quanto Le Pianiste ha ottenuto due premi ai Bafta, gli Oscar britannici, fra cui quello per il miglior film. Weinstein, che aveva due film candidati all’Oscar, ha immediatamente lanciato una campagna per impedire che a Hollywood accadesse la stessa cosa. E’ stato lui a riesumare il caso di Samantha, vecchio di venti anni e che all’epoca non interessava più a nessuno, e il suo addetto stampa è stato il primo a definirmi “violentatore di bambini”. Il paradosso è che Le Pianiste non ha ottenuto l’Oscar miglior film, premio che va al produttore, ma io ho ottenuto quello di miglior regista! Harrison Ford l’ha ritirato al mio posto mentre tutti i presenti erano in piedi per applaudire.

Paris Match – Si considera una vittima?

Polanski – Da anni mi si dipinge come un mostro. Mi sono abituato alle calunnie, la mia pelle si è ispessita, indurendosi come un carapace. Ma per i miei figli, per Emmanuelle, è terribile. E’ per loro che ho deciso di parlare; per quanto mi riguarda non spero più di cambiare il corso degli eventi. Loro soffrono enormemente. Vengono insultati, minacciati sui social network. I ragazzi me lo nascondono per proteggermi, ma lo vengo ugualmente a sapere da Emmanuelle – in ogni caso, è ancora possibile tenere qualcosa segreto oggigiorno?

Certo, sono colpevole. Nel 1977 ho commesso uno sbaglio ed è la mia famiglia a pagarne il prezzo quasi mezzo secolo dopo. I media si sono gettati su di me con una violenza inaudita. S’impadroniscono di ogni falsa accusa, anche assurda e infondata, che permetta loro di riproporre quella storia. E’ come una maledizione che ritorna e io non posso farci niente…

Paris Match – Quello di cui parla è il caso Samantha Geimer. Un’adolescente di 13 anni che nel 1977 l’ha accusato di averla drogata e violentata nella villa di Jack Nicholson a Hollywood. Lei si è dichiarato colpevole, poi nella sua autobiografia, pubblicata nel 1984, ha scritto di essere stato condannato “per aver fatto l’amore”.

Polanski – Non è stata Samantha ma il procuratore ad accusarmi del reato, e non mi sono mai dichiarato colpevole di questo capo d’accusa. Mi sono dichiarato colpevole per un rapporto illecito con una minorenne. Solo io e Samantha sappiamo ciò che è successo quel giorno. Non voglio più parlarne. Ciò che ho fatto, comunque, è deplorevole. L’ho detto molte volte, l’ho scritto a Samantha con cui mi mantengo in contatto, lei lo sa. Lei e la sua famiglia hanno sofferto a causa del mio errore, e contro la mia volontà tutto questo continua.

Ogni volta che viene lanciata contro di me una nuova menzogna, si torna inesorabilmente a Samantha. Da anni chiede che il caso venga archiviato. Ha scritto molte volte al procuratore per spiegargli che il trauma inflittole dal circo mediatico è ben peggiore di quello che ha subito da me. Nessuno l’ascolta!
(…)

In Francia, la Société civile des auteurs réalisateurs producteurs [Arp] ha ritenuto di sospenderla. Si difenderà?

Mi difendo con i miei film. Dubito che all’interno dell’organizzazione tutti siano d’accordo. Ho contribuito alla formazione dell’Arp, Claude Berri mi aveva convinto della sua utilità. Oggi non ne sono più così sicuro. 

(…)

Traduzione a cura di Scénario

Autore: Redazionale

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