Omaggio a Roman Polanski | Quando la giustizia viola i suoi stessi principi. Una dichiarazione di Emmanuelle Seigner

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Quando la giustizia viola i suoi stessi principi. Una dichiarazione di Emmanuelle Seigner

L’Academy of Motion Picture Arts and Sciences mi propone di unirmi, insieme ad altre attrici, alle istanze femminili per la parità di genere nel settore cinematografico, peraltro necessaria. Qualcuno può credere che non mi interessi l’uguaglianza fra donne e uomini? Sono femminista da sempre, ma come posso fingere di ignorare che l’Academy, qualche settimana fa, ha messo alla porta mio marito, Roman Polanski, per compiacere l’attuale clima di demonizzazione? La stessa Academy che gli aveva assegnato l’Oscar migliore regia nel 2003 per Il Pianista. Curiosa amnesia!

L’Academy pensa probabilmente che io sia un’arrivista priva di carattere, pronta a dimenticare di aver sposato 29 anni fa uno dei più grandi autori della storia del cinema. L’amo, è mio marito, il padre dei miei figli. Viene allontanato come un paria e questi accademici nascosti nell’ombra pensano che potrei “salire i gradini della gloria” calpestandolo? Insopportabile ipocrisia! Una proposta oltraggiosa che mi induce a interrompere il silenzio, lasciando da parte la discrezione. Mi sento offesa quando pretendono di agire e parlare in difesa delle donne.

Che non mi si chieda più di tacere a proposito dell’affaire che ha sconvolto la vita della mia famiglia dal 26 settembre 2009, giorno dell’arresto di Roman in Svizzera! Abbiamo un figlio e una figlia, Roman è sempre stato un padre e un marito eccezionale. Sono la sola a poter testimoniare quanto dispiacere provi per ciò che è accaduto quaranta anni fa.

Mi sento defraudata quando la stampa pubblica su di lui delle infamie, delle testimonianze false, dando spazio alle donne che affermano di essere state violentate ma non sporgono mai denuncia. Un sito internet ha annunciato persino, due settimane fa, la sua morte imminente! Samantha Geimer, la sua sola e unica vittima, chiede da anni l’archiviazione del caso, ma i giudici e i media rifiutano ostinatamente di ascoltarla. Samantha ha accolto con sdegno l’esclusione di Roman dall’Academy. Quando si diventa un simbolo non si ha più diritto al perdono.

Ho l’impressione che, dall’orrore del nazismo fino a questi ultimi anni, Roman sia condannato a fuggire perennemente, senza la minima volontà da parte dei media di valutare il suo percorso di vita in modo obiettivo. Al contrario, si cerca di spingerlo sottoterra. Roman Polanski ha dato vita a personaggi femminili indimenticabili, interpretati da Sharon Tate, Catherine Deneuve, Mia Farrow, Faye Dunaway, Nastassja Kinski, Sigourney Weaver. Non è affatto la caricatura maschilista che si vuole far credere, il simbolo del male che distrugge dall’interno il mondo del cinema. E l’Academy mi chiede di prendere le distanze da quest’uomo?

Gli artisti non devono sottrarsi alla giustizia, certamente. A condizione però che non assuma forme abnormi, che non violi il suo spirito e i suoi stessi principi. Cosa che è invece accaduta a Los Angeles nel 1977, dopo un periodo di detenzione che avrebbe dovuto estinguere il reato. Oggi Roman ha espiato ben oltre il massimo della pena prevista per il fatto commesso.

Capisco che nutra seri dubbi sulla giustizia degli uomini. Non è un caso che il suo film preferito sia Huit heures de sursis di Carol Reed. A volte incontro il suo sguardo ferito. A volte mi sorprende il dolce furore che dimostra nell’amare ancora la vita. Solo la verità e le parole che sto scrivendo possono lenire il mio dolore.

Quanto ai membri dell’Academy, non ho che una risposta: non sarò mai una di voi.

Emmanuelle Seigner – Pubblicato l’8 luglio 2018 alle 11.04 | Le Point.fr

 

(traduzione a cura di Scénario)

Autore: Redazionale

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