Pasque di sangue. L’invenzione del colpevole. Il “caso” di Simonino in mostra a Trento

, , ,   

Pasque di sangue. L’invenzione del colpevole. Il “caso” di Simonino in mostra a Trento

@ Pierluigi Pedretti (16-12-2019)

Le “accuse del sangue” contro gli ebrei hanno una lunga e terribile storia, spesso accusati di “cibarsi” del sangue di bimbi cristiani per praticare i loro riti religiosi. Da sabato 14 dicembre fino al 13 aprile 2020 presso il Museo Diocesano Tridentino una interessantissima mostra presenta al pubblico più di settanta opere sull’argomento, alcune delle quali concesse in prestito da importanti musei e istituti culturali nazionali e stranieri. L’invenzione del colpevole. Il “caso” di Simonino da Trento dalla propaganda alla storia racconta attraverso le immagini (e le parole) il presunto omicidio rituale del famoso bambino avvenuto nel 1475 a Trento. Divenuto simbolo della cosiddetta perfidia degli ebrei, ritenuti colpevoli della sua morte, egli divenne per secoli San Simonino, venerato dalla Chiesa come un martire. Ci volle un clima nuovo, quello del Concilio Vaticano II (1962-1965) e importanti studi come quelli della triestina di origine ebraica Gemma Volli, di monsignor Igino Rogger e del domenicano padre Eckart per smontare le accuse contro gli ebrei e porre fine al culto del “santo” Simonino. Nel 2007, tuttavia, uscì un libro dello storico Ariel Toaff, il cui padre era stato a capo della comunità ebraica italiana, che sosteneva in qualche modo che gli ebrei trentini avevano veramente ucciso Simonino per praticare culti religiosi orrendi. Le polemiche furono tali da indurre la casa editrice a ritirare il libro a pochi giorni dalla pubblicazione e costringere l’autore a pubblicare l’anno dopo una versione emendata. Quello che segue è sostanzialmente la nostra recensione alla prima edizione del saggio di Toaff, che, al di là delle accuse all’autore mostrava in realtà come il suo lavoro fosse stato preparato da un lunghissimo e ampio studio documentale.

<<Tra conversi e rinnegati si agita un mondo duro e straordinario, quello degli ebrei d’Europa, fatto di ricchi e poveri, integrati ed emarginati, di comunità chiuse e aperte, di odi, rancori, di persecuzioni, ma anche di rapporti più o meno intensi coi loro vicini cristiani. In generale, però, a dominare è la precarietà, con vite segnate sempre dall’incertezza per il futuro, ma anche dall’orgoglio di venire da una storia diversa, di essere portatori del messaggio dell’unico e vero Dio, a cui ostinatamente ci si aggrappa proprio quando i persecutori, i seguaci di Cristo, fanno più male, come con le conversioni forzate. Da loro bisogna guardarsi e mai fidarsi, soprattutto quando si appartiene ad una comunità particolare quale quella degli ashkenaziti, chiusa nelle sue tradizioni, attraversata da antiche consuetudini, da elementi magici e legata anche da un’aspra lingua, tale da rendere gli ebrei di area germanica praticamente estranei anche ai loro confratelli “romani” e sefarditi. Un libro controverso ma affascinante Pasque di sangue (il Mulino, pp. 366, 2007) che fa intravedere, dietro l’argomento principale dei presunti omicidi rituali, usi e costumi di una miriade di uomini e donne (artigiani, banchieri, medici, commercianti, avventurieri o semplici servitori) in perenne movimento da una terra all’altra d’Europa a cercare una vita migliore. Tutto questo, che rimane uno dei pregi fondamentali del lavoro di Ariel Toaff, non è stato colto. Preoccupati soprattutto delle conseguenze di una lettura distorta, insigni studiosi si sono affannati a smentirne qualsiasi valore storico. Eppure lo storico dell’università israeliana di Bar-Ilan non è un novellino. E’ uno studioso di valore – o almeno ritenuto tale fin ad ora – che conosce bene la storia dell’ebraismo del ‘400 e ‘500, ed è consapevole – anche per tradizione familiare – della delicatezza dell’argomento discusso.

Toaff lo affronta con cautela, parte da lontano, avvolge il lettore con storie, tradizioni, mitologie, riti, consuetudini sedimentate da secoli per giungere lentamente verso la dimostrazione della sua tesi: ci sono stati in Europa, tra Medioevo e Cinquecento, gruppi di ebrei, appartenenti alla tradizione ashkenazita, che hanno praticato per ragioni rituali, legate alla Pesach – la Pasqua ebraica che ricorda l’esodo dall’Egitto -, omicidi di bambini cristiani. Il giudizio degli oppositori è netto: le fonti, se non quelle di parte cattolica, non confermano affatto alcun omicidio religioso, e affermare il contrario, senza averne le prove, è da pericolosi dilettanti, soprattutto in una fase come quella attuale della storia mondiale, connotata da un crescente antisemitismo. Lo storico dell’università di Tel Aviv scrive invece che i riscontri oggettivi ci sono, concentra l’attenzione sul famoso processo del 1475 agli ebrei di Trento, accusati e condannati per l’uccisione del piccolo Simone. Dichiara di applicare il metodo adottato in Storia Notturna da Carlo Ginzburg (che, da parte sua, lo contesta duramente nel metodo, per lui travisato, e nel merito), a proposito della possibilità di utilizzare le testimonianze sotto tortura degli inquisiti. Ed è stato proprio quest’ultimo il punto più controverso. Quello che ha indotto i detrattori a dichiarare che Toaff è incorso in un colossale abbaglio, perché nessun serio storico userebbe parole estorte con violenza e le considererebbe veritiere. A Trento venne commesso un orribile crimine contro gli ebrei – accusati tradizionalmente di infanticidio di piccoli cristiani – e non c’è alcuna prova concreta che in Italia e in Europa si praticassero riti così orribili da parte di ebrei ashkenaziti. A difesa dell’autore sono scesi in campo altri intellettuali innescando una polemica che è andata aventi per settimane sui maggiori giornali nazionali. Ma cosa dice questo libro? Vediamo come è fatta, innanzitutto, questa ormai introvabile prima edizione. Sulle 366 pagine del volume, 222 sono di testo, suddivise in 15 capitoli. Altre 78 sono di sole note. Altre 14 pagine sono di appendice documentaria e altre 16 di tavole fuori testo, con 22 riproduzioni a colori e in bianco e nero di epoca rinascimentale. I disegni hanno varie tematiche: scene bibliche di persecuzione antiebraica, il sacrificio di Isacco, la circoncisione, la morte di Simonino, l’uccisione di ebrei. E sono utilizzate dall’autore non come semplice corredo, ma funzionalmente alle sue analisi.

Il contesto è quello dell’Europa a cavallo tra ‘400 e ‘500. Sul trono imperiale c’è Federico III, che nel febbraio 1469 scende nell’amata Venezia. Vi trova tra gli altri anche una folla di ebrei “discesi dalle terre tedesche alla laguna per acquistare in quell’importante emporio merci varie e di valore senza pagare gabelle di sorta, facendole passare per beni appartenenti all’imperatore.” Avranno modo di incontrare lì altri loro confratelli – in Italia settentrionale da anni – dove praticano i più svariati mestieri e professioni. E’ il mondo degli ashkenaziti. Alcuni di loro nel chiuso della loro isolate comunità praticano un rituale orribile: alla vigilia della Pesach usano il sangue di bambini cristiani nel pane azzimo e nel vino. Il goi katan (piccolo cristiano) viene crocifisso e svenato, il sangue raccolto sarà essiccato per essere utilizzato a venire. Persecuzioni e maltrattamenti, lungo i decenni, hanno sviluppato in questi ebrei un odio viscerale verso i cristiani che viene rielaborato attraverso il simbolo del sangue nella Pasqua ebraica. Tradizioni ortodosse e eterodosse convivono insieme a elementi magici e a usi medici (funzione terapeutica del sangue) fino a creare un sincretismo rituale di tipo fondamentalista. Il significato del sangue dell’agnello pasquale, di quello del prepuzio dei neonati, di quello di Isacco sono uniti al disprezzo del rinnegato morto sulla croce fino a creare un parossismo integralista che li porta ad accettare ciò che è vietato per ogni ebreo: il consumo di sangue (inquietante il cap.VI). Il bimbo “mangiato” nella cena di Pesach rappresenta l’agnello di Dio, sacrificato a scopo augurale, il cui sangue anticipa la fine per i persecutori cristiani e vendica le disperate morti ebraiche per infanticidio o suicidio. Ma sangue chiama sangue. Non c’è vendetta, non c’è speranza per gli ebrei in quel mondo. A Trento i presunti assassini sono catturati e condannati dopo atroci torture. Tre mesi dopo la morte di Simonino, nel giugno 1475, sono giustiziati i nove principali imputati, tra questi Tobia di Magdeburgo (medico), Samuele da Norimberga e Angelo da Verona (prestatori di denaro). Il pittore e miniatore sassone Israel Wolfgang, finto converso, che aveva brigato per quasi un anno per liberare le donne e i bambini prigionieri, subisce l’ira del vescovo Hinderbach di cui era stato uomo di fiducia. E’ l’ultimo ad essere giustiziato. In un freddo gennaio del 1476 egli “affrontava senza battere ciglio il martirio, con una morte che ai suoi occhi e nell’ottica di quell’ebraismo tedesco cui apparteneva era stata ricercata per santificare il nome di Dio.” >>.

Autore: Pierluigi Pedretti

Condividi