Misantropo: l’ipocrisia contro se stessa, al Teatro della Pergola di Firenze

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Misantropo: l’ipocrisia contro se stessa, al Teatro della Pergola di Firenze

@ Mattia Aloi (22-11-2019)

Firenze – Alceste non sopporta i meschini, i bugiardi e gli ipocriti; secondo il suo ideale di giustizia nessuno si salva, eppure è innamorato di una donna mondana e a tratti frivola, pronta a promettersi a più pretendenti pur di mantenere il suo entourage di corteggiatori. La regista Nora Venturini è accurata nel mostrarci questa doppia ipocrisia: quella del mondo dei formalismi e dell’esteriorità in cui si agisce per apparire, in cui coltiviamo i rapporti cercando di mostrarci il più piacevoli possibile per nostra gloria e tornaconto e quello dei sentimenti, in cui l’ipocrisia consiste nel crollo degli ideali nel nome di un amore incomprensibile e assolutamente non razionale.

Un uomo che prova ribrezzo per il genere umano, questo è un misantropo, rappresentato da Molière nella figura di Alceste (Giulio Scarpati); questi ha un solo amico, Filinte (Blas Roca Rey). Filinte rappresenta la voce della mediazione all’interno della commedia, è colui che tenta di portare Alceste a più miti consigli, per esemprio riguardo alla critica da muovere alle banali poesie di Oronte (Matteo Quinzi), un uomo di grande levatura politica ma dalle esigue capacità poetiche, oppure riguardo alla strategia da affrontare nel processo che vede Alceste contrapposto a un noto uomo di malaffare protetto da figurema autorevoli. Il nostro misantropo si mostra sempre inamovibile ma nel secondo atto scopriamo la sua debolezza: Alceste vorebbe le attenzioni di Celimene (Valeria Solarino) tutte per sé, mentre lei ama passare il suo tempo a spettegolare assieme a Acaste (Mauro Lamanna) e Clitandro (Matteo Cecchi), due marchesi dai tratti caricaturali (come gli immancabili difetti di pronuncia). Celimene ha un diverbio con la sua amica Arsinoè (Anna Ferraioli) che inizia con velate allusioni fino a diventare uno scontro verbale palese in cui ciascuna delle due stigmatizza i difetti dell’altra. Arsinoè non è disinteressata: vorrebbe per sé Acaste, ma questi la respinge continuando a professare il suo amore per Celimene. Arsinoè gli consegna allora una lettera scritta da Celimene a uno dei suoi ammiratori. Alceste cerca una rivalsa per il comportamento dissoluto di Celimene proponendosi a Eliante (Federica Zacchia) la quale tenta assieme a Filinte, da cui ha ricevuto una proposta amorosa, di ricondurlo nei confini della ragionevolezza. Alla fine il gioco di seduzione di Celimene viene svelato e i tre pretendenti se ne vanno offesi, l’unico a rimanere fedele al sentimento per Celimene è proprio Alceste, che nel frattempo è riuscito a perdere anche l’ammirazione di Arsinoè per il suo atteggiamento eccessivamente scontroso.

Alceste accetta di sposare Celimene a patto che questa abbandoni la futilità salottiera, ma la giovane donna non è disposta a rinunciare a uno stile di vita che, discutibile o meno, rappresenta la sua identità. Alceste dunque compie il proprio destino da misantropo: non potendo trovare consolazione nell’amore totalizzante (poiché la sua richiesta a Celimene è chiara: a lei sarebbe dovuto bastare l’amore per lui come a lui bastava l’amore di lei) è genuinamente deciso a portare fino in fondo la sua filosofia di vita, allontanandosi da tutti gli uomini.

In conclusione gli unici che riescono a non rimanere soli trovando l’uno l’amore dell’altra sono Filinte e Eliante, che rappresentano la ragione e la mediazione rispetto ai personaggi falsi e schiavi delle apparenze destinati alla solitudine come la loro controparte, Alceste, il cui fervore zelante verso la verità racchiude un’esaltazione estrema del suo Io rispetto al mondo circostante: pur di rimanere fedele a se stesso causa scompiglio e dispiacere agli altri.

Lo spettacolo ha un buon ritmo e riesce a rimanere sufficientemente fedele al testo originale senza però rischiare di annoiare. I piccoli e grandi anacronismi nei costumi, la musica e il “dietro lo specchio” che mostra gli attori cambiarsi dietro le quinte stimolano l’attenzione e rendono accattivante la messinscena. La scelta delle inflessioni regionali vorrebbe avvicinare il testo alla nostra (in)sensibilità contemporanea – come se non fosse di per sé amaramente eterno – , rischia però a tratti di far precipitare la rappresentazione nel macchiettismo. Unico cruccio per uno spettacolo che porta egregiamente Molière nel 2019 è la mancata voglia di mordere: Molière è famoso per le provocazioni insite nei suoi spettacoli, quindi – vista anche la grande attualità dei temi affrontati – perchè non osare?

Giulio Scarpati
Valeria Solarino

MISANTROPO

di Molière

traduzione di Cesare Garboli

e con Blas Roca Rey, Anna Ferraioli, Matteo Quinzi, Federica Zacchia, Mauro Lamanna, Matteo Cecchi

scena Luigi Ferrigno

costumi Marianna Carbone

luci Raffaele Perin

musiche Marco Schiavoni

regia Nora Venturini

produzione Gli Ipocriti – Melina Balsamo

Autore: Mattia Aloi

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