Il Vecchio Saggio e il Vecchio Re: per il cinquantenario della Tolkien Society

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Il Vecchio Saggio e il Vecchio Re: per il cinquantenario della Tolkien Society

@ Stefano G. Manza (27-12-2019)

 

“Olòrin” è il nome che i Valar, le Potenze della Terra, assegnarono a uno degli spiriti che avrebbe dovuto in seguito compattare le coorti del Bene nella Guerra dell’Anello. Fattosi carne, respiro, anzi umanissimo affanno, gli verrà dato il nome di Gandalf, il Grigio Pellegrino. “Olòrin” significa “quello dei sogni”, “colui che corregge, che indirizza i sogni”. Già dunque nel nome, questa figura imponente, che incarna la chiave di volta del destino della Terza Era della Terra di Mezzo, promana la forza archetipica del Vecchio Saggio. Questi è il padre dell’anima: “questa, però, è miracolosamente la sua madre-vergine, ragion per cui fu chiamato dagli alchimisti l’antichissimo figlio della madre” (ed è illuminante in merito il rapporto che intercorre tra Salomè e il profeta Elia nel Liber Novus, ovverosia tra il Significato e l’Emotività libidica delle sorgenti della vita). Gandalf è dunque la proiezione mitopoietica dello psicopompo, del Maestro che addita la via agli sperduti e agli iniziandi. Ora burbero e ora carezzevole, rispecchia l’idea rassicurante della figura paterna nettata della sua traumaticità familiare; ma l’esplosività ignea del suo potere ci rimanda a una potestas sciamanica che ha vita dalla “Commedia selvaggia” della vita naturale, come direbbe Elémire Zolla, più che dal principio di significazione. Si fa innanzi con prepotenza la figura di Elia: un personaggio ieratico, che come Gandalf, a dispetto dell’apparenza dimessa, sa “tirar di scherma” e sa far tremare dinanzi a sé le orde del nemico.

Nell’epopea onirica di Jung, Elia è una figura dirimente, quasi un alter ego del Virgilio dantesco: nel Libro Rosso egli assume “le sembianze di un nano” infilandosi in una caverna oscura; da qui si diparte il doloroso viaggio alla riscoperta del Sé. Accompagnato fin qui il sognatore sgomento, si prostra davanti alla sconvolgente immagine di un Cristo sofferente, per poi svanire trasfigurandosi in “luce bianca”. Così Gandalf, dopo aver scortato la Compagnia dell’Anello nell’oscurità abiotica dei sotterranei di Moria, scompare dopo una lotta titanica, per poi ritornare nel mondo a seguito del compimento della prova. “Il sole ti attraversa con i suoi raggi” gli dice Gwaihir, re delle Aquile. Fra il candore della neve del “più alto picco” dal quale ha scaraventato la carcassa del Balrog e il biancicare della sua nuova veste, egli ridonda di mistico fulgore. Innumerevoli i parallelismi col simbolismo insito nel testo biblico: Gandalf, il custode della Fiamma Segreta, colui che adopera i fuochi d’artificio nelle feste hobbit e la vampa rutilante nella mischia, il “prestigiatore” che salva la compagnia di Thorin adoperando la fiammella che scaturisce dal suo bastone, lo “strumento del potere” (Le Due Torri)… Ed Elia, che sfida i sacerdoti di Baal con la tenzone del fuoco, e che vien rapito in cielo da un carro ricinto di fiamme. Le figure si avvicinano ancor di più nel contesto archetipale della loro indisponenza nei confronti del potere non legittimo, del malgoverno e dell’empietà: Elia, da buon anacoreta, passa del tempo in totale isolamento. Si rannicchia nel greto di un fiume e attende che quotidianamente dei corvi vengano a portargli il pane del Signore. Achab, dispotico re di Israele, irritato della predizione da parte di Elia di un’imminente siccità (di un “fuoco che viene dal cielo”, diremmo appunto), vedendolo per la prima volta dopo molto silenzio, così lo apostrofa: “Sei tu? Malaugurio di Israele?”. Si leggano ora le parole che vengono rivolte a Gandalf da Grima, “gran visir” di un Théoden che ormai fa il gioco del Nemico: “Sei sempre stato messaggero di sventura. Le disgrazie ti seguono come corvi…”. E più oltre: “Perché dovrei darti il benvenuto, Gandalf Corvotempesta?” Eppure il corvo, nel racconto di Tolkien, è attributo di Saruman, il “mago nero”; nonostante ciò, Gandalf assomma sulle sua figura anche l’archetipo di quest’animale mercè la sua natura odinica.

Secondo una leggenda teutonica, dalla stirpe dei corvi del re degli dei di Asgard, peraltro, sarebbe nata l’Aquila Nera, poi effigie del Sacro Romano Impero. Il Grigio Pellegrino è tutto questo: il “vaso d’elezione” in cui la figura del Redentore e quella del Re degli Asir si incontrano e confluiscono armonicamente, così come nell’impero post-carolingio convergono, essotericamente ed esotericamente, la tradizione etena e quella cristiana. Il suo sacrificio è il segnacolo di un sacrificio universale. Egli rappresenta appieno il weiß Zauberer, il “mago bianco” che risplende nel sogno ominoso di uno studente di teologia riportato da Jung in “Fenomenologia dello spirito nella favola”: qui, il Buon Vecchio racconta la storia di un anziano re desideroso del riposo eterno: costui si fa preparare una tomba, ma dalla stessa prendono vita delle ossa che assemblano, turbinando, la strana figura di un cavallo nero che fugge via nel deserto.Cos’è questo deserto se non la Terra Desolata, la Waste Land del ciclo bretone? E chi ci ricorda la figura del vecchio sovrano ingobbito dagli anni se non la figura arturiana del Re Pescatore, o Re Ferito? Egli, nel mito, beve dal Graal e si ristora dall’arsura dell’accidia, e l’erba torna a crescere sotto i piedi del suo popolo. Allo stesso modo, lo svelamento “eucaristico” di Gandalf il Bianco davanti al demonico cipiglio di Théoden ha un effetto taumaturgico. E sia il Vecchio Pellegrino che la Santa Coppa sono gli involucri simbolici di una luce superiore dell’individuazione.

 

Autore: Stefano G. Manza

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