Il tempo aggiusta tutto, oppure no. ‘Che fine ha fatto Baby Jane?’ di Robert Aldrich (1962)

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Il tempo aggiusta tutto, oppure no. ‘Che fine ha fatto Baby Jane?’ di Robert Aldrich (1962)

@Lisa Tropea (26-09-2019)

Che fine ha fatto Baby Jane? è un dramma psicologico della Hollywood degli anni ’60 e uno specchio che ci mostra il riflesso della nostra paura di invecchiare in solitudine e perdere il successo una volta conquistato, oltre che la cartina al tornasole per prendere coscienza dell’invidia di cui tutti siamo preda e degli ostinati rapporti sadomasochistici che non di rado ne traggono origine. Il film può anche essere letto come un monito a non giudicare frettolosamente le circostanze basandosi sull’interpretazione univoca di indizi segnati dall’ambiguità.

La storia è in apparenza lineare e un po’ scontata: due sorelle s’invidiano l’un l’altra perché una, Jane (Bette Davis), da bambina, è una star del varietà e la cocca di papà, mentre l’altra, Blanche (Joan Crawford), diventa celebre solo da adulta come interprete dei primi capolavori della storia del cinema. All’apice del successo, un incidente stradale pone fine alla carriera di quest’ultima, la sorella maggiore, che da quel momento è costretta su una sedia a rotelle. Prima di allora era stata Blanche a provvedere alla non più piccola Jane, vivendo con lei in una grande casa e cercando di procacciarle qualche contratto cinematografico, ma la sorte rovescia la situazione e lascia l’attrice più nota alle cure della sorella Jane, che patologicamente non riesce ad accettare di non avere più intere platee ad applaudirla e condanna l’invalida a sottostare ad angherie sempre più estreme e rancorose.

A dire il vero, il film si apre con una Jane volubile e capricciosa, ma sempre premurosa nei confronti della sorella maggiore. Per questo all’inizio si stenta a credere alla cattiveria di Jane, che però giunge, per ferire la sorella, a nasconderle la posta, a staccarle il telefono e a torturarla per mezzo del cibo e dell’isolamento. Lo sguardo stralunato di Bette Davis ci arriva da un passato che per sopravvivere ha bisogno di essere continuamente messo in scena, fino alla parodia impudica e straziante. La donna si veste ancora come una piccola Shirley Temple e addirittura si trova un pianista per riorganizzare le stesse esibizioni di cui era protagonista da bambina. Per incarnare questo personaggio Bette Davis si imbruttisce, si trucca in modo eccessivo e trascurato, come a rendere evidenti gli strati di cipria e rossetto mai del tutto tolti e accumulatisi uno sopra l’altro.

Comincia a diventare chiaro che stiamo scendendo i gradini di un incubo, il film diventa una sorta di thriller dalle tinte nerissime. La povera Blanche vorrebbe vendere la casa, disfarsi della sorella ormai squilibrata e andare a vivere con la cameriera Elvira, che le consiglia di far rinchiudere una volta per tutte quella donna cattiva e colpevole di inaudite meschinità. Jane però, dopo averla licenziata, finisce per ucciderla a martellate per impedirle di aiutare la sorella inferma, che nel frattempo aveva legato al letto e imbavagliato. Tocca al pianista Edwin Flagg, un esordiente Victor Buono meravigliosamente indolente e borioso, scoprire cosa la ex bambina prodigio sta facendo alla sorella, ormai allo stremo delle forze, e a costringerla alla fuga in auto verso la spiaggia in cui usava recarsi col padre per provare i suoi numeri. E’ qui che si compie la decostruzione della realtà apparente, con un ribaltamento finale che fa vacillare le certezze dello spettatore su chi sia la vera ‘cattiva’ tra le due sorelle, portando in piena luce la metodica edificazione di una colpa inesistente. Incredula, scioccata, ma memore del successo che avevano decenni addietro le sue esibizioni informali sul bagnasciuga, Jane improvvisa una danza patetica nello stesso momento in cui i poliziotti, arrivati in spiaggia, si avvicinano a Blanche ormai in fin di vita. La frattura narrativa che chiude il film, lasciando in sospeso la sorte delle due donne, non ci dà modo di sapere se Blanche sopravviverà per raccontare la verità o invece il precipitare delle sue condizioni la farà tacere ancora, questa volta in maniera definitiva.

Bette Davis e Joan Crawford

Al rapporto intenso e complesso tra figlie femmine che si contendono l’amore dei genitori – vivendo in competizione e nello stesso tempo inscenando una dipendenza soffocante – danno consistenza materica due attrici leggendarie, che si narra avessero vissuto una forte rivalità anche sul set: Bette Davis che, in chiave espressionista, definisce il suo personaggio attraverso tutti gli stadi dell’abbruttimento e l’incarnazione drammatica della follia che avanza, e Joan Crawford, febbrile e angosciata ma non disposta a rinunciare alla propria fama di bella donna nemmeno per la finzione filmica. E’ probabile però che la Warner Bros. abbia cavalcato la loro presunta rivalità per creare un interesse ulteriore nei confronti del film e che in realtà il rapporto fra le due attrici non fosse così compromesso, anche se, quando Bette Davis fu candidata all’Oscar per la parte di Baby Jane, la Crawford fece di tutto per riuscire ad essere su quel palco, non foss’altro che per ritirare il premio al posto di un’altra collega impossibilitata.

Il personaggio di Baby Jane interpretato da Bette Davis è stato inserito nel 2003 tra i 50 indimenticabili “villain” (Cattivi) del cinema americano, elenco stilato dall’AFI (American Film Institute) e in effetti risulta sconcertante, anche per via delle risate acute e particolarissime. Tuttavia lo sconfinamento nel grottesco non avviene mai, anzi, Bette Davis riesce a rendere quasi leggiadra questa figura femminile sgualcita e ossessiva, forse perché in fondo scevra di colpe reali. Magnetica e disturbante, Baby Jane se ne infischia delle forme e delle convenzioni sociali, dà voce candidamente alla metà oscura cui di solito non diamo diritto di cittadinanza, confinandola in ambiti talmente reconditi che poi, quando emerge in tutta la sua veemenza, assume spesso la forma di un’ira cieca e funesta. Il nucleo primitivo della nostra mente fatica ad accettare che il tempo sia perduto una volta per sempre.

Senza dubbio un film che per il meccanismo narrativo e per l’introspezione psicologica resta indimenticato, nonostante i tempi lenti (per meglio dire abilmente sospesi, in modo da aumentare la tensione emotiva) così poco usuali nel cinema d’azione cui ci stiamo assuefacendo.

Regia di Robert Aldrich. Un film del 1962 con Bette Davis, Joan Crawford, Maidie Norman, Victor Buono, Anna Lee, Wesley Addy. Titolo originale: What ever Happened to Baby Jane?. Genere Drammatico – USA, 1962, durata 132 minuti.

Autore: Lisa Tropea

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