Omaggio a Roman Polanski | Le radici dell’odio. A proposito de ‘L’ufficiale e la spia’ (e altro)

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Le radici dell’odio. A proposito de L’ufficiale e la spia (e altro)

@ Pierluigi Pedretti (02-12-2019)

Insieme alla visione de L’ufficiale e la spia, straordinario film di Roman Polański, consiglierei la lettura de Il complotto, capolavoro di Will Eisner. Due artisti di grande fama, di origine ebraica, con famiglie emigrate in cerca di vita migliore o colpite dalle persecuzioni naziste, che ci lasciano due opere immortali, consegnando alle generazioni successive la responsabilità di ricordare la tragedia dell’antisemitismo. Il complotto. La storia segreta dei protocolli dei Savi di Sion (Einaudi Stile Libero, pp.136, euro 16), finito poco prima di morire, è una sorta di testamento spirituale, che compendia la vita e il lavoro di uno dei grandi maestri della letteratura disegnata. Allo stesso modo L’ufficiale e la spia non vuole essere una semplice ricostruzione cinematografica del caso Dreyfus e del famoso J’accuse di Émile Zola, ma vuole lasciare una traccia indelebile nelle coscienze. Mai sottovalutare ogni forma, anche la più “lieve”, di antisemitismo, perché non è stato per nulla facile il percorso di emancipazione delle comunità ebraiche europee, che solo a partire dall’800 hanno ottenuto, poco alla volta, pieni diritti politici e civili. Come l’americano Eisner anche Polański ha voluto significativamente marcare il suo percorso di vita e di arte con una storia che vuole essere un contributo nel disvelare i persistenti pregiudizi antiebraici. Viviamo in tempi difficili, quelli in cui la memoria collettiva è estremamente labile, manipolata di continuo dal Potere e dai suoi servi. Polański, attraverso la persona dell’ufficiale francese Picquart – “Questo sarà il suo Esercito. Non il mio” replica all’accondiscendente collega – ci ricorda quanto possa invece contare l’impegno anche minimo del singolo in circostanze che sembrano immodificabili. Sull’ostinazione degli ebrei a conservare religione e tradizioni proprie, in un mondo tutto cristiano, è stato facile costruire, data la loro presunta diversità, la categoria del “nemico”. Farli divenire capro espiatorio e accusarli delle peggiori nefandezze è stata la prassi normale per molto tempo in Europa.

Le origini dell’odio antiebraico sono lontanissime nel tempo. Accusati di essere gli “uccisori di Cristo”, per secoli gli ebrei hanno subito emarginazione e persecuzione – spesso fomentate dalla stessa Chiesa – fino alle tragedie del Novecento, quando, l’antisemitismo, alimentato dalle complesse trasformazioni della moderna società industrializzata e capitalista, è divenuto genocidio. Nel dicembre del 1894 in Francia viene emessa una dura sentenza per tradimento. Alcune settimane dopo nel cortile dell’École Militaire di Parigi, Georges Picquart (interpretato brillantemente da Jean Dujardin), un ufficiale dell’esercito francese, assiste con centinaia di altri soldati e colleghi schierati in parata alla pubblica e umiliante condanna di Alfred Dreyfus, suo ex allievo, un capitano di origine ebraica, accusato di essere un informatore dei tedeschi. Dreyfus è di famiglia benestante, è un patriota convinto, che viene dall’Alsazia, regione perduta nella guerra del 1870 contro la Prussia. Il suo arresto giustificherebbe la sconfitta della Francia: “il nemico è fra di noi”. L’ estrema destra razzista e xenofoba vuole trovare i colpevoli, si farnetica di complotti ad opera della “internazionale ebraica”. Il presunto traditore, che si proclama sempre innocente (guardare il volto di Dreyfus in incipit per capire la straordinaria perizia del regista nel lungo piano sequenza e il volto di Louis Garrel che simula tutti i sentimenti possibili), viene confinato nella lontanissima Isola del Diavolo. Ispirato dai veri fatti, rivisti con la penna dello scrittore Robert Harris, il regista imbastisce un film classico con una trama solidissima. Tutto sembra a posto: c’è un condannato, Dreyfus, c’è un promosso, Picquart, che viene messo a capo proprio della struttura di controspionaggio che aveva montato le accuse contro l’ebreo. Nonostante i suoi sentimenti antisemiti l’ufficiale si rende conto ben presto che dietro alle accuse si cela ben altra verità: il vero responsabile del tradimento è un altro militare, il maggiore Esterhazy. Cosa fare? Georges, consolato solo dalla sua amante Pauline (la sempre affascinante Emmanuelle Seigner), è combattuto tra lo spirito di corpo e la sua morale. Si ritroverà alla fine a lottare contro il suo esercito e la sua nazione per difendere il proprio onore e quello di Dreyfus.

Anche con Il complotto di Eisner siamo dalle parti della Grande Storia. Più volte nel corso degli ultimi anni della sua vita, il disegnatore americano aveva raccontato vicende di ebraismo, di pregiudizi e di razzismo a cui erano andati contro i molti immigrati ebrei che erano giunti dopo la Grande Guerra negli USA. Storie semplici, quasi minimaliste, che mostravano però il contributo dato dagli ebrei europei alla costruzione del “sogno americano”. E’ il racconto di un’America urbana, di vicoli e caseggiati in cui – tra autobiografismo e narrazione – si muove un’umanità semplice ma pulsante di vita, fatta di sogni e desideri, spesso inappagati, di fortune e sfortune, di vita e di morte (cfr. Piccoli Miracoli o Verso la tempesta). Mai però si era impegnato così intensamente, come in questo suo ultimo lavoro, nel ricostruire le origini dell’antisemitismo novecentesco. Ed è proprio in Russia, in ambienti segreti zaristi, “ispirati” dai colleghi francesi, che viene preparato un famigerato documento, noto come “I protocolli dei Savi di Sion”, che svelerebbe le intenzioni ebraiche di conquista del mondo. Tuttavia, nonostante già nel 1921 il Times ne svelasse filologicamente e storicamente la falsità, riconfermata poi negli anni da altri seri studi, colpisce il riaffiorare periodico del Protocollo come documento ritenuto storicamente attendibile anche in ambienti apparentemente lontani da ogni estremismo razzista. Proprio per questo Eisner si impegna in modo più esplicito a denunciare il mai domo antisemitismo chiudendo significativamente il suo percorso di vita e di arte con una storia che racconta quanto i pregiudizi antiebraici siano diffusi non solo tra minoranze violente e radicali. Davvero l’antisemitismo è appartenente solo a frange estremiste? E’ ben presto destinato a sparire, come per la xenofobia o il razzismo? Il film di Polański ci ricorda che basta poco a ritornare negli abissi del passato quando un popolo poteva essere individuato come responsabile delle nostre paure. Quello del regista franco-polacco è un nuovo J’accuse, che sostituisce quello di Zola, a memoria perenne che la democrazia è un esercizio continuo di libertà civili e sociali. Mai abbassare la guardia.

L’ufficiale e la spia

Titolo originale:  J’accuse
 
Nazione:  Francia, Italia
Anno:  2019
Genere:  Drammatico, Thriller
Durata:  126′
Regia:  Roman Polanski
Cast:  Jean Dujardin, Louis Garrel, Emmanuelle Seigner, Grégory Gadebois
Produzione:  Canal+, Eliseo Cinema, Rai Cinema
Distribuzione:  01 Distribution
Data di uscita:  Venezia 2019 – In concorso – Gran Premio della Giuria
21 Novembre 2019 (cinema)

Autore: Pierluigi Pedretti

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