Un altro cinema è possibile. Il TFF, il Museo Nazionale del Cinema e l’editore Mimesis ricordano Gillo Pontecorvo nel centenario della nascita. Una anticipazione

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Un altro cinema è possibile. Il TFF, il Museo Nazionale del Cinema e l’editore Mimesis ricordano Gillo Pontecorvo. Una anticipazione

Nel centenario della nascita di Gillo Pontecorvo, il Torino Film Festival propone in versione restaurata “La lunga strada azzurra” (Cinema Massimo, giovedì 28 alle 17.30, presentazione di Domenico De Gaetano, direttore del Museo Nazionale del Cinema), il suo primo film, tratto dal romanzo breve “Squarciò” di Franco Solinas – pubblicato nel 1956 da Feltrinelli e riedito nel 2001 dalla Ilisso di Nuoro – sceneggiatore, con lo stesso Pontecorvo ed Ennio De Concini. Il restauro è stato curato dal Museo Nazionale del Cinema di Torino in collaborazione con Compass Film. Al contempo la mostra “Gillo Pontecorvo: lo sguardo umano” allestita al Museo del Cinema a Torino (fino al febbraio 2020) è l’omaggio che il la prestigiosa istituzione dedica al grande regista in occasione del centenario dalla sua nascita (Pisa, 19 novembre 1919).

Al di là dei singoli eventi, l’attenzione della critica per la grandezza di Pontecorvo non è mai venuta meno anche se spesso il regista è stato marginalizzato a causa di una produzione ritenuta, seppure di altissimo livello, troppo esigua. Forse, ma anche per la sua ecletticità, l’attenzione smisurata e ossessiva per i particolari, per la necessità di non tradire l’idea genuina che lo spingeva a girare un film: quella sorta di “nostalgia dell’altrove – come l’ha definita Sergio Di Lino – […] un desiderio di conoscenza nei confronti dell’uomo preso nella sua totalità e al tempo stesso nelle sue molteplici declinazioni”1. Un uomo che è stato “anche” un grande regista di cinema come scriveva Irene Bignardi nelle “Memorie estorte ad uno smemorato. Vita di Gillo Pontecorvo”, rimasto improvvisamente folgorato sulla via del cinema dal “Paisà” rosselliniano e che aveva mosso i primi passi come “battutista” – intervenendo cioè con qualche dialogo nelle altrui sceneggiature – e solo in seguito come sceneggiatore e autore prima di documentari poi di lungometraggi. Mi considero – scriveva lo stesso Pontecorvo – un figlio tardivo del Neorealismo: sono stato influenzato non tanto dai suoi prodotti ma dalla sensazione che questo tipo di approccio alla realtà poteva dare. Mi entusiasmava Rossellini per la sua capacità di rendere vero, più vero del reale,quello che toccava. Qualcosa di simile l’ho sentito nel cinema sovietico, Ejzenstejn, Pudovkin e soprattutto Dovzenko, per la sua straordinaria umanità e dolcezza. Pensavo che il perfetto regista, il regista ideale, avrebbe dovuto avere tre quarti di Rossellini e un quarto di Ejzenstejn.”2  E allora non è certo un caso allora che proprio in questi giorni (la data prevista è proprio il 28 novembre) esce per i tipi di Mimesis, nella collana “Cinema”, “Il sole sorge ancora” l’interessantissima antologia che raccoglie editoriali, articoli e interviste firmati proprio da Gillo Pontecorvo. Prima di “Kapò” (1959), “La Battaglia di Algeri” (1966) e “Queimada” (1969), Pontercorvo intraprese infatti, all’indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale, anche la carriera di giornalista, inviando corrispondenze da Parigi e, successivamente, assumendo la carica di direttore di “Pattuglia”, la più popolare tra le riviste giovanili del Partito Comunista. La curatela è di Fabio Francione, fondatore del Lodi Città Film Festival e penna de “Il Manifesto” testata per cui scrive di cinema, teatro, musica. Per gentile concessione dell’editore e dell’autore – ai quali chiediamo venia per i tagli – pubblichiamo in anteprima sulle nostre pagine alcuni stralci dall’introduzione del volume firmata proprio da Fabio Francione. A corredare l’antologia, pure una serie di scatti fotografici che attraversano la sua carriera di regista e quattro interviste a Pablo Picasso, Marlene Dietrich, René Clair e Jean Frédéric Joliot-Curie pubblicate nel 1947 da Pontecorvo su “Omnibus”, “Milano-Sera” e “La Repubblica”.

I tre anni di Gillo Pontecorvo alla direzione di “Pattuglia”

di Fabio Francione

Incuriosisce la distanza che nel tempo si è allargata tra il cinema di Gillo Pontecorvo, conosciuto nel mondo e amato da registi del calibro di Steven Spielberg, e l’ostinata caparbietà con cui la critica italiana ha accolto i suoi film. Infatti, la celebrità del regista di capolavori avvolti nella leggenda come La battaglia di Algeri non è assolutamente misurabile con la sua posizione nel canone storico del cinema italiano. […] Più volte si è parlato di lui come un’assoluta anomalia nel panorama del cinema italiano, scambiando per presunta pigrizia l’esigua e limitata filmografia quand’invece era solo ansia di perfezionismo: gli era sempre stata accanto nei suoi lavori sin da giovane e la si coglie esaminando i tanti progetti incompiuti, rimasti su carta o non realizzati anche se in fase avanzata di lavorazione. Su questa incomprensione di fondo, Pontecorvo è stato marginalizzato in zone periferiche e inadeguate alla sua caratura internazionale, sopravanzato peraltro da registi e autori che avevano la medesima formazione intellettuale e provenivano dai ranghi dell’antifascismo militante o derivato. Una dimostrazione di ciò arriva dal quinquennio trascorso alla direzione della Festival di Venezia e dai palinsesti concorsuali e retrospettivi che riuscì a organizzare, consegnando negli anni ’90 un’idea di cinema che si poteva realizzare anche con i film degli altri. Atto critico raccolto e attuato ancor oggi, pur nelle diverse declinazioni e distinguo. Detto questo, qualcosa sembra muovere e spostare da triti luoghi comuni la ricezione critica e storiografica del cinema di Pontecorvo: dalla grande mostra romana organizzata in occasione del decennale della scomparsa e dall’attuale centenario della nascita si sta operando, infatti, una nuova e inedita lettura dell’intera opera che, se ha il suo centro nevralgico di verifica nel suo cinema, riserva ulteriori messe a punto sia di comprensione del suo itinerario intellettuale, proprio nella sua formazione giovanile con le frequentazioni parigine alla vigilia della Seconda guerra mondiale, l’iscrizione al Partito Comunista, la militanza nella Resistenza e l’inizio di un’attività giornalistica che avrà il suo apice con la direzione di “Pattuglia”, uno dei periodici destinati alla gioventù comunista e socialista europea, che non avrà vita lunga né facile – e dal 1946-47 al 1953, anno in cui cesserà le pubblicazioni, sposterà la sua redazione da Milano a Roma e nella capitale in più sedi – ma che sarà palestra di vita sia per il futuro regista, che vi lavorerà fino al 1950, sia per la nuova classe dirigente e intellettuale del paese, contando tra i suoi collaboratori Italo Calvino, Andrea Camilleri (la rivista ospiterà una sua poesia dedicata al Natale), Mario Pirani, Enrico Berlinguer, più come intervistato che altro, avendo anche la funzione di supervisore della testata. È sorprendente come un giornale prettamente politico ospitasse rubriche sportive dedicate al ciclismo, alla boxe e al calcio, quest’ultimo tenuto da una rubrica di Fulvio Bernardini, il futuro commissario tecnico della Nazionale ai Mondiali germanici del 1974. Pietro Nenni sarà più volte intervistato a dimostrazione di quanto la rivista intrecciasse gli interessi sia del Partito Socialista sia di quello Comunista, anche se i primi avevano qualche lamentela da fare, “con buona ragione”. Tra i collaboratori vi era anche Gianni Rodari. […] Nel ’47, Pontecorvo viene chiamato dalla direzione del Partito Comunista ad entrare nella rete dei collaboratori di “Pattuglia”. Passa un anno e ne diventa il direttore, andando a sostituire addirittura il poeta Alfonso Gatto, che di fatto aveva lasciato già molto prima al giovane collega la guida della rivista. Renzo Trivelli, uno dei redattori della rivista, ricorda in una sua memoria così gli inizi: “In occasione della formazione del Fronte Democratico Popolare per le elezioni del 1948, si era costituita l’Alleanza Giovanile formata da giovani comunisti, socialisti e indipendenti. Ne fui eletto, insieme a Dario Valori, Enzo Modica, Enrico Boccara e altri, membro della Segreteria nazionale. Ma un bel mattino Enrico Berlinguer mi chiamò e mi disse che avrei dovuto lasciare quell’incarico di un certo rilievo per andare a fare l’amministratore del nostro settimanale “Pattuglia”, diretto nominalmente da Alfonso Gatto (il quale qualche volta veniva in redazione, con aria scocciata, bofonchiando: “Sto cazzo ‘e giornale…”), ma in realtà fatto da Gillo Pontecorvo. Pattuglia aveva un forte passivo, bisognava risalire la situazione. Mi resi conto che questo era dovuto a due fatti. Innanzitutto la periodicità non era rispettata, ma il giornale usciva quando Gillo si sentiva soddisfatto del numero preparato. Il giornale era fatto molto bene, aveva firme importanti ed era esteticamente bello. Gillo andava al Caffè Greco e lì provava e riprovava. Quando era convinto del prodotto, andava in tipografia.” Il racconto che però Pontecorvo consegna a Irene Bignardi dice altro, che era “una palla di piombo”. Oltre ad aggiungere per la penna della Bignardi “che era e restava bruttarello, troppo politico”, per poi riprendere in prima persona: “anche e soprattutto perché non c’era nessuno tra noi che avesse una vera esperienza giornalistica”. Il clima al giornale era però goliardico, Pontecorvo vi sguazzava con i suoi aneddoti e ricordi, il più delle volte non creduti e ritenuti inverosimili. In questo covo del “buon vivere” avviene il fattaccio che allontana Pontecorvo dalla direzione e che ne indirizza fortunatamente la carriera verso il cinema da cui si sentiva sempre più attratto. Nei suoi articoli vi è anche una predilezione per una scrittura prevalentemente visiva. Ama far muovere in contesti definiti persone e personaggi di cui si scrive. Non lesina fendenti e giudizi negli editoriali. D’altronde il giornale ha posizioni nette e precise. Alla stessa maniera usa la fotografia non come semplice illustrazione, ma come cornice essenziale del racconto. L’impaginazione del giornale ne è riflesso. Insomma più che i conti, per giunta rimessi in sesto, fu una vignetta, mal sopportata da Togliatti, a far chiedere la testa del direttore. […] In breve la direzione di Pontecorvo si chiuse il 12 marzo 1950 (si era aperta formalmente il 1° gennaio del ’48) e passò a Ugo Pecchioli; la rivista sopravvisse altri tre anni. Venne chiusa il 28 novembre del 1953. L’Allenza Giovanile era da tempo in crisi e la direzione FGCI (Federazione Giovanile Comunista Italiana) spingeva per avere una rivista tutta per sé. Solo il 13 dicembre, quindici giorni dopo, usciva il primo numero di “Avanguardia”. La direzione è affidata a Gianni Rodari. Nel ’56 Pontecorvo abbandonerà per i fatti d’Ungheria il Partito Comunista, come altri intellettuali, ma non ne lascerà mai lo spirito. La sua battaglia per la libertà degli uomini, per gli oppressi, continuerà con altri mezzi e media e a tutte le latitudini del globo. Il suo cinema sarà imprevedibilmente studiato da movimenti politici d’opposizione come il Black Panther Party o farà da “training” per le azioni post 11/9 dei Navy Seals. Una straordinarietà, questa, in cui tutto sembra tenersi e che ha radici anche nella formazione culturale e giornalistica di un uomo che ha lottato e combattuto una battaglia di idee che sfrondasse la realtà dalla semplice cronaca e affondasse le mani nelle contraddizioni della civiltà del ’900.”

1 Sergio Di Lino, L’anomalia di Gillo Pontecorvo, in Zibaldone, Estudios Italianos, vol. IV issue 2, luglio 2016.

2 M. Ghirelli, Gillo Pontecorvo, Firenze, La Nuova Italia 1978.

Autore: Giuseppe Condorelli

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