La morte in diretta dell’Uomo dal fiore. Pirrotta continua Pirandello

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La morte in diretta dell’Uomo dal fiore. Pirrotta continua Pirandello

@ Anna Di Mauro (08-11-2019)

Catania – Il gusto della vita, l’attaccamento, la malattia, si sa, li enfatizza, li rende scabri e puntuti, esacerbati, pur lievitando su una blanda ironia che rende ancor più stridente la breve, fulminea storia dell’atto unico “L’uomo dal fiore in bocca” pirandelliano capolavoro del 1923, messo in scena al Teatro Stabile di Catania da Vincenzo Pirrotta, apprezzato artista siciliano, qui attore e regista della pièce e anche autore della seconda parte, un epilogo in sette movimenti dal titolo esplicativo “Nella mia carne”, che esibisce l’agonia e la morte in diretta dell’Uomo. Il rapporto con la morte e l’incomunicabilità rimangono al centro del dramma anche in questa seconda parte, ma filtrati da apparati rituali velatamente ridondanti. Un epilogo che lascia perplessi, salva la sempre buona prestazione attoriale di Pirrotta, l’accuratezza scenografica, l’onesta elaborazione drammaturgica. Più convincente e interessante la prima parte, dove il tappeto della parola pirandelliana offre una piattaforma inossidabile. Tratto da due novelle “Caffè notturno”, e “La morte addosso”, “L’uomo dal fiore in bocca” è un breve, intenso, dialogo che da una banale conversazione in un caffè notturno tra l’Uomo vestito di bianco e un casuale vicino che ha perso il treno, tracima poco a poco nell’epifania di un dramma ineffabile: il fiore del poetico titolo è un epitelioma. L’uomo ha i giorni contati. E’ condannato da un tumore alla bocca, male incurabile che lo porterà alla tomba nel giro di pochi mesi. La rivelazione graduale, condotta sorridendo, coinvolge marginalmente il secondo avventore, che rimane mera presenza di riferimento per un narrarsi incomunicabile, un contraltare del quotidiano con l’eccezionalità indicibile, soliloquio dai toni amari e distaccati, che in un crescendo inquietante tradisce una rabbia che sale, mentre la crudeltà della malattia si affaccia dalle scenografiche grate dei tralicci da cui pendono diafane radiografie. La luce che inchioda in scena, proviene dall’alto, come un monito divino. Tumore sublimato, con il suo grappolo di lampade violacee luminescenti, inonda il palco in una giostra di luci che anima sinistramente lo scenario. Il commiato è una struggente richiesta. In un finale di amara allegrezza l’Uomo chiede al suo ascoltatore di strappare un cespuglietto d’erba, ma bello grosso. I fili saranno i giorni che gli restano…ma sono solo sette. Come i giorni della creazione, come i sette peccati capitali. Qui prende il via l’epilogo che con dovizia di particolari ci porta dentro la gabbia del malato terminale, un superbo Pirrotta, accompagnato nella sua agonia di sette giorni da una sorta di sciamano cantore che dovrebbe condurci in atmosfere arcaiche, ma a cui Giuseppe Sangiorgi non riesce a dare forza epica. Il tema scottante e quanto mai attuale soddisfa un bisogno di conoscenza. Che cosa accade a un uomo nella poca vita che gli resta? Prima di tutto non vuole ricordare. Per distaccarsi dalla sua vita ha inseguito la vita degli altri, purchè estranei, è fuggito dalla moglie. Ora sogna le sette vite che avrebbe voluto vivere, mentre il dolore lo percuote e lo degrada fino all’immobilità della fine. L’agonia e la morte in diretta tuttavia non aggiungono nulla allo strazio dell’Uomo dal fiore in bocca che sa di dover morire. La sospensione pirandelliana, ancora più potentemente evocativa, accentua la terribile vicenda, lasciandoci in un limbo senza speranza. Consideriamo la seconda parte una prova attoriale di confermata eccellenza, ma che non espande la bellezza del testo drammaturgico originario.

L’UOMO DAL FIORE IN BOCCA

di Luigi Pirandello

NELLA MIA CARNE

Epilogo in sette movimenti di Vincenzo Pirrotta

Regia e scena di Vincenzo Pirrotta

Con Vincenzo Pirrotta e Giuseppe Sangiorgi

Musiche originali Luca Mauceri

Costumi Riccardo Cappello

Luci Gaetano La Mela

Audio Luigi Leone

Produzione Teatro Stabile di Catania in collaborazione con C.T.B.A. (Buenos Aires)

AL TEATRO VERGA DI CATANIA fino a Domenica 17 Novembre

Autore: Anna Di Mauro

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