Sonorità levantine e sapore d’estate. Un incontro con Fred Bongusto

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Per ricordare Fred Bongusto, scomparso oggi 8 novembre 2019, proponiamo un ritratto del cantautore pubblicato dal nostro critico Giuseppe Condorelli nel 2002.

Sonorità levantine e sapore d’estate. Un incontro con Fred Bongusto

@ Giuseppe Condorelli

La classe non è acqua. E’ un caffè freddo che lui beve con una signorile voluttà, seduto all’ombra della canicola etnea di un bar del centro. Fred Bongusto ci accoglie con una squisitezza d’altri tempi, assonnacchiata e serena, nei panni estivi di una camicia di lino aperta sul petto lunga sui calzoncini. Sottraiamo volentieri ad un personaggio che è una parte importante della musica leggera italiana le forche caudine delle domande di rito – una celebrazione di cattivo gusto dell’ovvietà musicale – per un colloquio distensivo, segnato da una comune flemma tutta levantina: su tutto la sua voce calda e affettata, sensuale e virile, le rotondità del viso che ricorda tanto l’incanto di una luna piena, quelle che evocano le sue canzoni. Ancora oggi in trent’anni di onorata carriera artistica, quella voce continua a dettare le coordinate della seduzione e di una stagione irripetibile, vissuta da protagonista, contraddistinta anche dal rapporto con il grande cinema. Una ventina di film portano infatti la firma “musicale” di Fred Bongusto: da “Matrimonio all’italiana” con la Loren e Mastroianni e a “El Tigre” con Vittorio Gassman, fino a “Venga a prendere un caffè da noi” con Ugo Tognazzi. Quando gli chiediamo cosa ricorda di quei personaggi e di quella stagione accenna ad un sorriso tra il nostalgico ed il compiaciutamente sornione: “Ragazzi – sussurra quasi – quella era la Dolce vita (e “Dolce Vita e dintorni” s’intitolava il programma che Fred aveva appena finito di registrare per la televisione n.d.r.). “Allora l’influenza della musica era decisiva: il tema di un film era il film; oggi è meno importante: forse non ci sono più musicisti da colonna sonora”. E poi giù, ancora ricordi: L’amicizia più cara è stata quella con Gassman, con lui feci pure “Saudade” una lunga tournée sudamericana. Matto com’era, amava cantare le mie canzoni – “Frida” su tutte – sfottendomi con quel suo vocione stentoreo. Tognazzi era più discreto: sapeva cucinare bene e poi giocava a tennis. Marcello Mastroianni il più riservato: uno di quelli che vivono in un altro mondo”. Eppure a Mastroianni è legato un episodio assai curioso. Fu proprio lui a presentargli un’attrice e cantante americana innamorata di “Matrimonio all’italiana” e stregata dalla canzone del film interpretata di Buongusto. “Feci alcuni scatti addirittura con un fotografo dell’Esquire, una prestigiosa rivista. Chi era quella donna? Una certa Barbra Streisand…”

Lui che in quegli anni faceva la spola tra l’84 e il Capriccio, due locali romani, non c’è rimpianto nella memoria: “Quegli anni – aggiunge – li abbiamo fatti noi, senza guadagnare una lira”. Un mondo finito però in fretta, nel giro di un paio d’anni. “Il piano-bar, venuto dopo di noi, è stato il segno della crisi: erano venuti fuori i cantautori; noi siamo riusciti a non farci fregare perché al night cantavamo di tutto, dai Beatles a Sinatra ma con la nostra personalità”. Poi improvvisamente si concentra sul ricordo di un maestro: quel Bruno Martino di cui Fred ha appena reinciso “E la chiamano estate”. Sull’attuale musica italiota basta solo il titolo della sua ultima canzone “Italia mezza musica”. E aggiunge: “Non c’è passione, c’è chi ha scritto sul cuore optional e lo usa solo quando capita; e poi non è che si ha paura a seguire la nostra linea melodica: spesso non se ne possiedono le qualità. L’ultimo a darmi dei brividi è stato Cocciante, dopo di lui è davvero difficile trovare una bella canzone; diffidate di quelli che sono in testa alle classifiche, di quelli che vendono milioni di dischi: non sono artisti”. Sorvola sui nuovi cantanti, sottolinea l’amicizia con Zucchero (che con lui ha cominciato) poi conclude con una graffiante boutade sull’idolo di migliaia di “sorcini”. ”Ah – dice lui – Renato Fiacchini: in arte… Zero”.

Autore: Giuseppe Condorelli

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