La formica senza un destino. ‘Bianciardi. Una vita in rivolta’ di Sandro Montalto, ed. Mimesis/Sisifo

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La vita e le opere di Luciano Bianciardi, il più esplosivo e risentito interprete degli anni arrabbiati della (contro-)cultura italiana degli anni ’50-‘60, in un denso saggio di Sandro Montalto.

La formica senza un destino. ‘Bianciardi. Una vita in rivolta’ di Sandro Montalto, ed. Mimesis/Sisifo

@ Amedeo Ansaldi (19-10-2019)

Luciano Bianciardi che doveva, a torto o a ragione, restare per sempre nella memoria collettiva come lo scrittore italiano ‘incazzato’ per eccellenza, era nato a Grosseto nel 1922; laureatosi in filosofia a Pisa, aveva poi insegnato, e fu bibliotecario, nella città natale fino al 1954, anno in cui si trasferì a Milano, metropoli mai davvero amata e dove è, non a caso, ambientato il suo capolavoro La vita agra (1962), amara rappresentazione dell’altra faccia del miracolo italiano nella seconda metà degli anni ’50. La travolgente riscossa economica del secondo dopoguerra aveva segnato, per gli spiriti più avvertiti, il precoce tradimento di quelle vaghe aspettative di palingenesi sociale e politica che solo pochi anni prima la vittoria sul nazi-fascismo era sembrata legittimare. Palingenesi che avrà invece i tratti del piano Marshall (1947-’51), non privo, dietro la rassicurante facciata dei generosi aiuti economici provenienti da Oltreoceano, di impliciti risvolti neo-colonialisti: piano attraverso il quale gli Stati Uniti tenteranno, e in larga misura riusciranno, a imporre in Europa – e segnatamente nel nostro Paese – l’american way of life basato su consumismo e pubblicità.

Lo stesso Bianciardi, con l’opera d’esordio Il lavoro culturale (1957, ripubblicato nel ’64 con l’aggiunta di un capitolo finale intitolato ‘Ritorno a Kansas City’), aveva illustrato, in toni brillanti e satirici, lo scontro generazionale in atto nella sua Grosseto, nell’arco di tempo compreso fra l’immediato dopoguerra e gli anni Cinquanta, fra la cultura ufficiale, «chiusa in una vuota erudizione e in un retrivo municipalismo» e le sue frange più giovani, aperte alle suggestioni provenienti dalla letteratura americana e dal jazz, scrivendo un emblematico pamphlet-saggio che, come rilevato da Franca Lorusso, «travalica i limiti di una semplice descrizione della vita della provincia italiana per diventare una lucida testimonianza della sfiducia che colse gli intellettuali di sinistra nel corso degli anni Cinquanta, quando gli entusiasmi della Liberazione si dissolsero nella situazione di chiusura in cui il Paese era stato condotto».

Alla figura umana e artistica dello scrittore grossetano ha dedicato ora un suo denso saggio critico Sandro Montalto, al quale va riconosciuto l’indubbio merito di essere uscito vincitore dal serrato corpo a corpo con un personaggio tanto eccessivo e per molti versi contradditorio; uno scrittore straordinariamente complesso, di quelli che a ogni tua affermazione sul suo conto ti costringe a domandarti subito: eppure non sarà vero, un po’, anche il contrario? Un percorso, insomma, disseminato di trappole (soprattutto il rischio della semplificazione e banalizzazione del ‘messaggio’ bianciardiano) alle quali il biografo ha saputo brillantemente sottrarsi, pur affrontandole di petto.

Nella sua vita Bianciardi esercitò diversi mestieri: bibliotecario, insegnante, giornalista, romanziere, critico televisivo, perfino violoncellista a tempo perso, ma fu la febbrile, prevalente attività di traduttore (alla quale ne La vita agra dedica pagine acutissime) a contribuire in maniera decisiva alla sua formazione intellettuale, specialmente per la profonda conoscenza che in ragione di essa maturò di certi autori d’Oltreoceano quali Henry Miller (in primo luogo), e poi Tennessee Williams, John Steinbeck e altri, i quali traevano impietosamente alla luce nelle loro opere il risvolto più amaro dell’american dream (che si voleva allora appunto trapiantare in Italia), denunciandone senza sconti la sostanziale fallacia. Val forse la pena ricordare in questa sede che è del 1956 la prima rappresentazione del fondamentale Look back in anger (Ricorda con rabbia) del drammaturgo britannico John Osborne, che diventerà subito il manifesto degli Angry Young Men, i giovani arrabbiati: sintomo e frutto tra i più maturi del profondo disagio che percorreva come un fremito di rivolta le nuove generazioni nell’Occidente post-bellico. E sempre a proposito di quella rivolta cui fa calzante riferimento Sandro Montalto nel titolo, appena dell’anno precedente era il film hollywoodiano Rebel without a cause (traduzione letterale ‘Ribelle senza una causa’, titolo ufficiale italiano Gioventù bruciata) di Nicholas Ray, pietra miliare del cinema americano. Per finire – last but not least – Bianciardi era buon conoscitore di quella cultura beat che si imponeva in quegli anni un po’ ovunque fra ampi strati della gioventù occidentale. Egli stesso valuta anzi, in certe sue acerbe pagine narrative, la possibilità di aderire al modello del “bitinicco arrabbiato [neologismo bianciardiano da beatnik, ovvero membro della beat generation con inclinazioni comuniste] stile Jack Kerouac” (autore del celeberrimo Sulla strada), che ne La vita agra vedrà il suo nome curiosamente francesizzato in Jacques Querouaques. Se non bastasse, Bianciardi si troverà a tradurre per Guanda l’antologia Narratori della “generazione alienata”. Beat generation and Angry Young Men.

Scrive Montalto con riferimento a Tropico del cancro e a Tropico del capricorno, che “sul traduttore quest’opera di Miller – da Bianciardi chiamato, in una lettera, «ex leccatore strenuo di f… internazionale» – avrà un effetto dirompente. Come detto, mentre traduce in italiano i Tropici, Bianciardi si libera dello stile asciutto e controllato delle prime opere per sfornare l’esplosivo La vita agra, che uscirà nel 1962.”

Al netto delle pur importanti suggestioni provenienti dall’estero, foriere di stili di vita inarrivabili nell’Italietta provinciale dell’epoca, che fra non poche ambiguità e incertezze usciva allora dalla ventennale esperienza del fascismo, il capoluogo lombardo nel quale Bianciardi si ritrovò – inopinatamente – a vivere aveva però una dimensione decisamente minore.

La tentacolare società milanese in cui il protagonista de La vita agra (trasparente alter ego dell’autore) si muove restandone poco a poco avvinto esige un’adesione incondizionata ai suoi perentori e indiscutibili dettami (la dignità del lavoro, il successo nella carriera, la felicità del consumo), pena un graduale declassamento del proprio – sempre periclitante – prestigio sociale sul luogo di lavoro, nel quartiere, nel condominio stesso: un processo lento, strisciante, mascherato, fatto di mezze parole e sguardi cifrati, che può comportare, alla fine del percorso-incubo, la perdita dell’impiego (iattura suprema in un mondo fondato sulla produzione a qualunque costo) nel quadro dell’ingrata catena della precarietà con tutti i suoi vari anelli, in perenne movimento: l’agognato traguardo mensile del pagamento dell’affitto e delle bollette; la lotta quotidiana contro il rincaro dei prezzi muovendosi “fra gente estranea e ostile, con la faccia rinceppata e piena di rancore.”; la contesa sfibrante, persa in partenza, contro ineffabili esattori delle imposte, espressione di una burocrazia senza volto ma onnipotente, che esige senza ascoltare.

L’ufficio, in questa città da incubo, diventa la sede quotidiana di contese e rivalità ignobili, nella quale si svolge un’elementare darwiniana lotta per la sopravvivenza, con l’unica differenza, rispetto alla giungla, che qui la violenza è soltanto morale, figurata ma non meno nociva, e ferisce più in profondità. L’emarginazione progressiva, inesorabile del collega caduto in disgrazia vi è pratica quotidiana, normalissima:

“Ma poi, se proprio non sei ottuso, te ne accorgi perché cambia l’aria intorno a te: i colleghi perdono man mano ogni consistenza fisica, sono gli stessi ma paiono vuotarsi della loro sostanza spirituale. Ti guardano, ma pare che non ti vedano, non sorridono più, mutano anche voce, hai l’impressione che non siano più uomini, ma pesci, non so, ectoplasmi, baccelloni di ultracorpo, marziani travestiti da terricoli.

Dicono: «ah sì, ah sì, eh davvero, molto interessante.» Chiedi una cosa qualunque, che riguarda il lavoro, e quelli dicono: «Ah non so, non ho visto, non ho sentito. Non ci sono disposizioni.» Il lavoro già da un paio di settimane ti è sfuggito, vedi gli altri passarsi carte, ma non una approda sul tuo tavolo, e tu resti lì con le mani in mano, non osi chiedere, perché sai che ti risponderebbero sempre in quel modo, vai al gabinetto e rischi di restarci chiuso da una segretarietta secca che finge di essersi sbagliata:

«Ah, c’era lei, dottàre? Non l’avevo vista, sa?»”

Una vita insomma fatta di reiterate mortificazioni, fastidi continui, rapporti umani interessati e fasulli, nella quale ogni trillo del telefono è salutato con subitanei tuffi al cuore, percepito come fonte di allarme, tentativo di invasione, amaro presentimento di guai: e tuttavia, ahinoi, ”le telefonate danno fastidio, pungono, è vero, ma rappresentano anche il pane”, quindi non se ne può ragionevolmente fare a meno, specie se a chiamare è il datore di lavoro, per ordinare, redarguire, muovere appunti, sollecitare la consegna di una traduzione che peraltro sarà pagata male e magari tardi, e a prezzo di tante umilianti sollecitazioni.

Nel passaggio di una lettera a Mario Terrosi, riportata da Sandro Montalto, affiora in questi termini il progetto del futuro capolavoro:

Abito all’ottavo piano di un grattacielo, vedo poca gente (soprattutto livornesi), lavoro, tremo ogni volta che suona il telefono, o il campanello, perché so che quando ti cercano non sono mai buone notizie. O vogliono quattrini o vogliono lavori finiti, e ti tirano e ti assillano dalla mattina alla sera. I rapporti col prossimo si riducono sempre più al chiedere e al dare, tanto per tanto. Credimi, non è allegra… […] Ho in animo di buttar giù una grossa pisciata in prima persona sull’avventura milanese, sul miracolo italiano, sulla diseducazione sentimentale che è la sorte nostra d’oggi.

E in un’altra lettera allo stesso amico, Bianciardi scriveva ancora:

In preparazione avrei un altro libro, più grosso e più cattivo, su Milano. Nonostante il passare degli anni, la rabbia contro questa città cresce di continuo. Qui c’è un vantaggio: che ti danno un lavoro e ti pagano. Per il resto non è una città, non è un paese, non è niente. È solo una gran macchina caotica, senza cielo sopra e senza anima dentro. Andrebbe minata. Eppure tutti si ostinano a dire che è il cuore d’Italia.

Gli è sempre meno sopportabile, man mano che impara a conoscerla, la sorda costrizione ad abitare in una città brutta, grigia, sporca, malsana solo in grazia del lavoro che essa offre: «Insomma non c’è niente da fare, bisogna star qui perché siamo poveri, e ci manca il coraggio di dar di balta al carretto e metterci a campare come barboni autentici. Finché non avremo questo coraggio, dovremo stare qui e sgobbare.» E sempre nell’angoscia, se si è privi di mutua (come lo è appunto il protagonista de La vita agra), di ammalarsi e aver bisogno di cure che non si potranno sostenere economicamente.

Una città – la metropoli lombarda, motore della nuova Italia che risorgeva dalle macerie della guerra, nonché punta di diamante, pur nello squallore dei suoi lugubri quartieri-satellite, di un’inarrestabile ascesa economica – nella quale bisogna sempre fiutare l’aria che tira, giocare d’intuito e d’astuzia, sgomitare ai danni di una concorrenza priva di scrupoli, farsi trovar pronti, se occorre anche con il proprio duttile, ma non incondizionato servilismo nel momento in cui sopra le proprie teste mutano i rapporti di forza in costante evoluzione – sempre che non si voglia finire, appunto, relegati in un angolo e progressivamente unanimemente dimenticati, fino all’appuntamento con l’immancabile, asettica lettera di licenziamento, suscettibile di gettare un uomo nello sgomento e sul lastrico, con una parallela perdita di credibilità, in ambienti dove le voci (e ancor meglio i sordidi pettegolezzi) corrono come il vento.

In quegli stessi anni Nicolás Gómez-Dávila scriverà: “Ormai non basta più che il cittadino si rassegni, lo Stato moderno esige complici.” Accostamento improponibile? Certamente. Emblematico però come il pensiero di un reazionario cattolico splendidamente isolato nella sua remota Bogotà si saldi con quello di un intellettuale italiano di sinistra impegnato politicamente – quale il Bianciardi si riteneva – sotto il segno di una comune insoddisfazione esistenziale.

Milano è anche la città nella quale si vive assediati da ogni sorta di rumori molesti, dei quali non si accorge ormai più nessuno e che sono da tutti accettati con ragionevole acquiescenza, nel culto incontrastato – anzi, nel dogma – della dignità del lavoro. Al più, qualcuno si sentirà autorizzato a protestare se il vicino di casa ascolta a volume non abbastanza basso la musica di Vivaldi. Ceronetti avrebbe scritto: “Chi tollera i rumori è già un cadavere.” E in effetti quelli da cui il protagonista de La vita agra si sente circondato non sono più uomini in carne e ossa ma, appunto, fantasmi, larve, formiche.

Il personaggio principale del romanzo era giunto a Milano dalla natia Toscana con un obiettivo preciso: vendicare i 43 operai morti presso la piana di Montemassi, quando una miniera di lignite era esplosa causa la consapevole inosservanza delle norme di sicurezza da parte dell’industria chimica addetta alla direzione dei lavori (l’innominata Montedison). A questo scopo si trasferisce nel capoluogo lombardo con l’intenzione, dapprima ferma poi via via più vacillante, di far saltare per aria con il gas grisù “i quattro torracchioni di vetro” della sede centrale del complesso industriale. Se non che, privo di mezzi, criticato dai suoi stessi ‘compagni’ per lo sterile ribellismo anarcoide del progetto, palesemente disancorato da qualsiasi concreta, faticosa, quotidiana lotta di classe, presto si impantanerà nell’aspra quotidiana contesa per la sopravvivenza senza esclusione di colpi che caratterizza l’altra faccia del miracolo economico.

Il protagonista non è semplicemente l’ennesimo anti-eroe, l’inetto di tanta letteratura antecedente (l’Emilio Brentani di Italo Svevo, il Pietro Rosi del conterraneo Federigo Tozzi…), ma come ha scritto Carlo Varotti: “«L’uomo a una dimensione, la ‘larva’, la ‘formica’, che si aggira nell’affollato deserto metropolitano non ha un destino da costruire, ha dalla sua parte la sola esperienza del corpo: la datità dell’esserci». Da qui l’insistenza, nel romanzo, sulle funzioni corporali, i dolori, il sesso, il sonno.”

Come rileva Sandro Montalto, “La vita agra sarà il libro in cui lo scrittore, pur continuando la sua osservazione e riflessione, riesce a liberarsi stilisticamente, si fa ancora più aggressivo e riesce a stare tanto dentro quanto fuori dalla narrazione. […] Qui il protagonista va a tutto campo con le sue euforie, le sue esagerazioni, le sue incazzature. […] Coltiva con caparbietà il suo stare al limite: scrive su periodici marxisti come «Il contemporaneo» e simpatizza per la sinistra, ma in un periodo in cui cultura e politica hanno da guadagnare nei loro fitti intrecci dichiara di non essere comunista. È fondamentalmente un attivista, ma rifiuta una partecipazione diretta alla politica.” Bianciardi “in La vita agra dice di sentirsi «un’ostrica malata che però non riesce nemmeno a fabbricare la perla», e si dichiara spesso sfiduciato, sconfitto, in netto contrasto con la generalizzata euforia che pervade gli anni del miracolo economico.”

“Tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta in Italia la spinta allo sviluppo era preponderante rispetto ai tentativi di presa di coscienza del nascente problema del consumismo, a differenza di quanto avveniva negli Stati Uniti, e anche intellettuali di rango parlavano del tema letteratura/industria senza l’allarmismo o la rabbia di tanti colleghi d’oltreoceano. Lo stesso Calvino, nella famosa conferenza Beatniks, ‘arrabbiati’, eccetera parla dell’invasione barbarica di quegli oggetti che avevamo creduto di possedere e invece ci possiedono, ma non se la sente di avallare l’atteggiamento oppositivo proposto ad esempio proprio dalla Beat Generation.”

Negli stessi anni in cui, da sinistra, Vittorini lamentava che la letteratura si stesse scarsamente adeguando al nuovo panorama industriale, la critica di Bianciardi non è scevra da venature millenaristiche (conseguenza forse, anche, della nostalgia per l’antica civiltà rurale della sua Toscana, mitizzata oltre il lecito?), nel vagheggiamento di un utopico ritorno a una – peraltro mitica – età dell’oro, nella quale non vigeva il principio della proprietà privata e si praticava il libero amore, accoppiandosi casualmente secondo il capriccio e l’arbitrio del momento. Bianciardi, del resto, non era tanto favorevole al divorzio, quanto – più radicalmente – contrario al matrimonio.

Nel racconto I sessuofili, sostiene “«che bisognerebbe imparare dagli abitanti delle isole Trobriand» che «consumano l’atto sessuale in forma collettiva e indiscriminata, come capita, capita, e con accompagnamento di canti e danze erotiche. Ignorano la gelosia, ignorano la vergogna, anziché nascondere il sesso se lo adornano di fiori, piume e perline, con evidenti vantaggi a livello personale e sociale, ad esempio l’assenza di manifestazioni isteriche. La moralità sessuofobica, invece, conduce all’attivismo frenetico sul lavoro, all’angoscia, alla nevrosi, all’aggressività, alla guerra. Insistano pure i marxisti col loro paneconomicismo: le ragioni vere della guerra tra i popoli, calda e fredda, sono di tipo sessuale»”.

E ancora, ne La vita agra, così tratteggerà il suo ideale di vita e di società:

«Occorre che la gente impari a non muoversi, a non collaborare, a non produrre, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi a rinunciare a quelli che ha.

La rinunzia sarà graduale, iniziando coi meccanismi, che saranno aboliti tutti, dai più complicati ai più semplici, dal calcolatore elettronico allo schiaccianoci.

Tutto ciò che ruota, articola, scivola, incastra, ingrana e sollecita sarà abbandonato.

Poi eviteremo tutte le materie sintetiche, iniziando dalla cosiddetta plastica.

Quindi sarà la volta dei metalli, delle leghe pesanti e leggere giù giù fino al semplice ferro.

Né scamperà la carta. Eliminati carta e metallo non sarà più possibile la moneta, e con essa l’economia di mercato, per fare posto a un’economia di tipo nuovo, non del baratto, ma del donativo. Ciascuno sarà ben lieto di donare al suo prossimo tutto quello che ha e cioè – considerando le cose dal punto di vista degli economisti d’oggi, quasi niente. […]

Saranno scomparse le attività quartiarie […]. Spariranno quindi le attività terziarie, e poi anche le secondarie.

Le attività del tipo primario – coltivazione della terra – andranno man mano restringendosi, perché camperemo principalmente di frutti spontanei. […] Il lavoro si sarà per noi ridotto quasi a zero, vivendo dei frutti spontanei della terra e di pochissima coltivazione. […] Senza libri, la letteratura dovrà tramandarsi per tradizione orale, e la tradizione orale non potrà non scegliere i soli capolavori. […] Ci dedicheremo al bel canto, ai lunghi e pacati conversari… […] Grandi, barbuti, eloquenti, gli uomini coltiveranno nobili passioni, quali l’amicizia e l’amore. Non esistendo la famiglia, i rapporti sessuali saranno liberi, indiscriminati, ininterrotti e frequenti, anzi continui», ecc.

A questo proposito, però, giusto rilevarlo, “Bianciardi fece alcune importanti precisazioni sostenendo che a suo avviso il progresso non può essere rinnegato e che «la macchina in sé» non va rifiutata. «Va condannata semmai la falsatura per cui la macchina non è più uno strumento che ci libera, ma diventa un fine essa stessa; la falsatura per cui la macchina non serve più a noi, ma siamo noi che serviamo la macchina.»

In effetti, anche Bianciardi aveva nutrito inizialmente la convinzione che l’uomo trovi nell’operosità la propria dignità personale. Del resto, “si era formato all’interno di una cultura fondata sull’idea di lavoro come dovere morale e sociale”, ma questa era stata “messa fortemente in crisi tra gli anni Cinquanta e Sessanta dall’ingresso nel mondo del lavoro della catena di montaggio, dell’alienazione e della perdita dell’idea di lavoro come occasione di dignità, autodeterminazione, autocoscienza.”

Non bisogna mai dimenticare che “il modello lavorativo di Bianciardi era la fabbrica, i badilanti, o i minatori. Un modello che nasconde una qualche forma di nostalgia e che può essere forse il limite che impedì a Bianciardi di «giocare fino in fondo la carta del cambiamento»”, secondo l’ipotesi formulata da Nicolas Martino.

Possiamo allora definire in qualche modo la collocazione politica di Bianciardi?

Come detto, già in vita gli venne ingenerosamente rimproverato, da tanta presunta intellighenzia, l’assenza di sbocchi del suo ribellismo un po’ anarchico; ma non era in fondo questo il suo punto di forza come artista? E inoltre, vien da chiedersi, lo scrittore auspicava una vera rivoluzione? Piuttosto, rileva Montalto, “voleva in realtà una rivolta, quella fondamentale: la coerenza personale, la pulizia e l’indipendenza delle idee, la scelta di rifiutare le false comodità che servono a trasformarci in compratori ciechi e compulsivi.”

Venendo a uno degli aspetti maggiormente (se non ossessivamente) trattati da Bianciardi nei suoi libri, ossia quello dei rapporti fra sesso e politica, “scrive in La vita agra: «guardate come oggi per vendere un’aranciata la si accoppia a un simbolo sessuale, e così un’auto, un libro, un trattore persino. A un simbolo, certo, ma non al sesso reale. Un simbolo che funziona in vista di qualche altra cosa. Tu, dicono in sostanza, desidererai il coito per arrivare a. Mai il tuo desiderio, dioneliberi, sia per il coito in sé. Deriva da qui l’attivismo ateleologico della civiltà moderna, da qui deriva, aggiungiamo pure, lo scadimento della professione meretricia». Tornano in mente alcuni passi di L’integrazione: «Guardali in faccia: stirati, con gli occhi della febbre, dimentichi di tutto tranne che dei soldi che ci vogliono ogni giorno, e che servono soltanto quanto basta per stare in piedi, per lavorare, trottare ancora, e fare altri soldi. Un giro vizioso. E la tragedia sta proprio nel fatto che di questo loro non si avvedono, si ritengono privilegiati. […] Neanche i loro bisogni sono genuini: pensa la pubblicità a fabbricarglieli, giorno per giorno. Tu vorrai il frigorifero, dice la pubblicità, tu la macchina muova, tu addirittura una faccia nuova. E loro vogliono quello che il padrone impone, e credono che sia questa la vita moderna, la felicità. Sgobbano, corrono come allucinati dalla mattina alla sera, per comprarsi quello che credono di desiderare; in realtà quel che al padrone piace che si desideri»”.

Bianciardi, insomma, nella sua lucida analisi,“riflette sul nuovo tipo di desiderio, ormai spesso riorientato verso i beni in una coazione a consumare, una equiparazione tra corpo da desiderare e oggetto da vendere, al quale lo scrittore contrappone come cura un sano, consapevole e libero desiderio sessuale senza inibizioni.”

“Il sesso, quindi, visto come liberazione non solo in virtù della sua lettura di Miller ma grazie anche alla frequentazione in qualità di traduttore dei beat, per lui è l’unica cosa che ancora può essere davvero ‘eccentrica’, sfuggire alle maglie dell’industria.”

Scorre implicita in tutto il racconto La solita zuppa, probabilmente il suo migliore, l’idea che il pudore prenda quasi sempre, infallibilmente, una direzione sbagliata: “Bianciardi denuncia il fatto che si parla di pudore solo in relazione «ai fatti del sesso», evidentemente per l’influenza del concetto di ‘peccato’ che istintivamente (ed erroneamente) associamo anch’esso primariamente al sesso, mentre la «vergogna» dovrebbe sopravvenire in casi ben più gravi come la speculazione «sugli orfani, sui terreni fabbricativi, sulla patria, sul pane, sul vizio del fumo, e così via».”

La rabbia autentica, associata pubblicamente al personaggio che aveva ormai acquisito una meritata notorietà di scrittore, poté forse diventare, con il tempo e con l’acquisito successo, un atteggiamentoin certo modo ‘coatto’. Può darsi che Biancardi sia caduto, in qualche misura, nella trappola. Quel ch’è certo è che non seppe, nell’ultima infelice parte della sua vita, incanalare il suo grandissimo talento nella giusta direzione, quasi si compiacesse di sperperarlo (morirà per abuso di sostanze alcoliche).

“Ha ormai capito fino in fondo che gli si chiede di esercitare ‘la professione dell’incazzato’, e che non è più un momentaneo gioco di società al quale subito dopo l’arrivo del successo ci si poteva anche adattare un poco: ha ormai anche timore di manifestare le sue incazzature autentiche perché potrebbero sembrare ad alcuni una posa, o l’obbedienza a una legge di mercato.”

Eppure, “come ben sintetizza Corrias:

«all’indomani del successo [con La vita agra], Bianciardi fa l’esatto contrario di quello che tutti, ragionevolmente, si sarebbero aspettati da lui. Non continua la strada in salita che ha fatto di lui un noto scrittore di sorprendente attualità e qualità, sceglie un sentiero laterale e in discesa. Non approfondisce la sua perlustrazione analizzando la nuova società del benessere. Semplicemente lascia. Abbandona i giornali, abbandona Milano, va a sedersi all’angolo. Si convince che tutte le verità da difendere non valgono la sua tosse da curare, il suo sonno senza sogni. Che il mondo, come scrive ai suoi amici grossetani, va dove deve andare e lui non ci può fare niente. Vanifica gran parte di quello che ha costruito, limita la sua protesta a un’alzata di spalle, anche se allontanandosi si fa più intensa la fiamma della sua rabbia. Scappa senza sorrisi, e con il bicchiere pieno.»”

In buona sostanza, “sceglie l’inazione per sottrarsi al meccanismo, per non collaborare, ma il gesto vero è rimandato, inespresso, e il lettore percepisce chiaramente come sia labile il confine tra inazione, non collaborazione, e integrazione.”

Forse, come suggerito anche da Sergio Bologna, “Bianciardi in quel ruolo tradizionale dell’intellettuale separato e chiuso nel recinto della sua individualità rimase completamente catturato, e costretto, dallo stesso successo del suo romanzo, a recitare la parte dell’arrabbiato di professione.”

In definitiva, anche il successo sarà per lo scrittore foriero di precoci, cocenti delusioni, che lo ponevano in flagrante contraddizione con sé stesso: “La vita agra è «la storia di una incazzatura in prima persona singolare» e anche i lettori avrebbero dovuto incazzarsi, invece è un «tripudio di applausi». Forse il suo lavoro non è servito a nulla. Scrive in una lettera:

«Ormai poi sto girando come un rappresentante di commercio, ho battuto i marciapiedi dell’Emilia e adesso mi preparo a fare la medesima cosa nel Veneto. Viene con me Domenico Porzio e a volte sembriamo due comici da avanspettacolo: sempre le stesse battute, e sempre la faccia di chi le dice per la prima volta. […] L’aggettivo agro sta diventando di moda, lo usano giornalisti e architetti di fama nazionale. Finirà che mi daranno uno stipendio mensile solo per fare la parte dell’arrabbiato italiano. Il mondo va così. Cioè male. Ma io non ci posso fare nulla. Quel che potevo l’ho fatto, e non è servito a niente. Anziché mandarmi via da Milano a calci in culo, come meritavo, mi invitano a casa loro e magari vorrebbero… Ma io non mi concedo.»”

Tutte queste considerazioni rischiano di far dimenticare che Bianciardi fu, in primo luogo, vero artista; autore dallo stile puntiglioso e smagliante. E che la qualità e la vivacità mai sopite dei suoi testi ne fanno uno degli autori irrinunciabili dell’epoca. Dalla sua opera complessiva emergono soprattutto due aspetti della persona e dello scrittore: la concretezza dell’uomo, l’intransigenza dell’artista: “Ancora una volta l’autore si dimostra al passo con le più avanzate tendenze, magari anticipandole, anche se in ogni sua opera si registra il forte contrasto tra l’originalità e la forza delle soluzioni espressive e linguistiche e la palese, ostentata indifferenza nei confronti delle riflessioni teoriche e dei dibattiti critici. Bianciardi ha preferito attraversare un’epoca intrisa di dibattiti e teorizzazioni senza teorizzare o scrivere manifesti ma facendo semplicemente letteratura, accettando il rischio di apparire manierato o eccessivamente scanzonato (e di essere criticato per l’evidente dissipazione del suo talento). Arriva persino, in Viaggio in Barberia, a teorizzare la frivolezza come contestazione.”

Tanto nella narrativa che nella saggistica, la sua “attenzione al linguaggio è centrale.”

Nel saggio in questione Sandro Montalto non si è naturalmente limitato a La vita agra, analizzando bensì altre opere meno note del Bianciardi e la sua versatile attività giornalistica (fra le tante cose, fu anche brillante cronista sportivo). Il racconto Il complesso di Loth, per esempio, è “una efficace e precoce denuncia della società dell’immagine che sostituisce quest’ultima alla realtà.”

Ma “il capolavoro in questo genere, probabilmente, resta il racconto La solita zuppa. Il narratore-protagonista racconta la sua piccola vita quotidiana di un mondo nel quale sono ribaltate le categorie inerenti al sesso e al cibo: il sesso è libero, ma mangiare è vergognoso, peccaminoso, e mangiare in pubblico è un reato. Con un meccanismo semplice Bianciardi riesce a dimostrare il ridicolo dei tabù sessuali e la follìa della società sessuofobica in cui viveva.” Trovata che, curiosamente, sarebbe stata ripresa qualche anno più tardi in un episodio fra i più brillanti del film Il fantasma della libertà di Luis Buņuel (1974).

Per quanto attiene alle forme espressive, “Bianciardi fu precocemente sensibile al formarsi di una “neolingua” figlia delle mutate condizioni sociali. Esprimerà questa attenzione-preoccupazione in romanzi come L’integrazione ma anche in articoli di grande interesse come i sei usciti sotto il titolo comune Pescaparole su «Avanti!» tra l’aprile e l’ottobre del 1959. Un vero e proprio «’stupidario’ degli stereotipi lessicali che inflazionano l’inespressività moderna» dove quarantadue lemmi vengono messi alla berlina analizzandone usi, diffusione, accezioni. È interessante soprattutto osservare come parole distrattamente (o studiatamente) inadeguate, evasive, generiche, fuorvianti vengano usate per celare parole vere, concrete, mirate, chiare: «la tendenza, spiccatissima, è di girare intorno alle parole, come per celarle dietro una nube di fumo verbale»”.

In questo suo Bianciardi Una vita in rivolta, Sandro Montalto trova insomma modo di raccontare l’uomo e le opere, corredando la narrazione di aneddoti vari, alcuni davvero strepitosi (per es. la lettera al Duce o il cappotto di cammello di Gian Giacomo Feltrinelli…); illustrando i rapporti con gli amici e i ‘compagni’ (lo stesso Feltrinelli, Enzo Jannacci, Carlo Ripa di Meana, Giorgio Gaber, Oriana Fallaci, Camilla Cederna, Umberto Eco…), le tante polemiche che lo videro acceso protagonista, fino al mesto epilogo.

In merito al destino e alla fortuna postuma dell’opera bianciardiana, Montalto giustamente lamenta “la sua marginalizzazione, che oggi continua sotto la forma più subdola di una riscoperta che tende a evidenziarne gli aspetti più innocui per smarrire quelli più problematici.” Sorte del resto onorevole, a cui, in ogni tempo, sono condannati tanti autori dalla stessa complessità e originalità della loro opera.

La fase estrema della vita di Bianciardi fu contrassegnata da un profondo disincanto: “Accade il ‘68, ma lui vi assiste senza un grande interesse, siccome non crede più molto a queste rivoluzioni, e vive oscillando tra sarcasmo e malinconia.”

“I suoi ultimi due anni di vita furono scanditi da solitudine, ininterrotte bevute, allegrie mal simulate a suon di battute sconce, conflitti con Maria [la sua seconda compagna di vita] del quale non capiva più l’attivismo politico, un improvviso e devastante senso di colpa che lo porta dopo molti anni a voler riavvicinare i due figli lasciati a Grosseto (quasi dimenticandosi, però, da un giorno all’altro, del figlio che restava a Rapallo), grande difficoltà a lavorare, insonnia.”

“Una conclusione”, se vogliamo,“all’insegna di quell’individualismo che il boom economico ha generato e coltivato, e che Bianciardi per tutta la vita ha cercato di denunciare.”

Nel 1971 si chiudeva così, a soli 49 anni di età, dopo un’agonia lunga e penosa, la tragica parabola terrena di Luciano Bianciardi, spirito ribelle, scrittore eccessivo, soprattutto geniale outsider, stroncata dal prolungato abuso di alcool.“A Giovanni Arpino poche sere prima aveva detto:«caro mio, sto crepando, ma ci metto troppo»”. La rivolta che aveva incarnato poté anche dirsi velleitaria e fondamentalmente fallita, tranne però che per quell’unico aspetto che davvero rivesta una qualche importanza per uno scrittore, e che anzi, solo, assicuri fama durevole e meritata: quello artistico, nel quale ci ha lasciato una testimonianza e una traccia indelebili.

“Al suo funerale, pare, c’erano quattro persone.”

Sandro Montalto (Biella, 1978) ha pubblicato volumi di poesia, prosa, aforismi, critica letteraria e teatro. Ha pubblicato anche libri d’arte, ideato libri-oggetto e antologie, e curato volumi su Umberto Eco, Edoardo Sanguineti, Samuel Beckett, Buster Keaton e altri. In qualità di musicista ha pubblicato studi musicologici, trascrizioni di importanti opere del passato nonché sue composizioni.

Autore: Amedeo Ansaldi

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