“Casa casa. Una prova d’amore” di Nino Romeo: un vicolo cieco crudele e spietato

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E grida d’odio

lanciate da alcuni vecchi

contro vecchie più di loro

il cui corpo s’addormenta

J. Brel

I borghesi sono come i porci

più invecchiano più rimbecilliscono

I borghesi sono come i porci

più invecchiano più sono (coglioni)

J. Brel

“Casa casa. Una prova d’amore” di Nino Romeo: un vicolo cieco crudele e spietato

@ Giuseppe Condorelli (20-10-2019)

Catania, Sala Chaplin – Psicopatologia della vita quotidiana contemporanea su letto matrimoniale. Con pensionati. Al centro della scena nel teatro di Nino Romeo (come in “Fatto in casa”) spesso è proprio il letto ad assolvere ad una funzione totemica e sacrale ad un tempo: è il luogo ove si consumano – letteralmente – le relazioni umane e intorno al quale si scandisce, come in questo “Casa casa. Una prova d’amore” (in scena sui legni della Sala Chaplin), lo spazio-tempo in otto scene-sequenze. Una lei/lui interscambiabili (come accade spesso nel teatro del drammaturgo catanese: da Mara e “Dollirio” dell’omonima pièce a“Graziamaria e Mariagrazia de “La casa della nonna” fino alle coppie oppositive di “Nubendi”), due esistenze serrate in casa e puntellate dalle paure: le ansie dell’una (Graziana Maniscalco ora bambola meccanica e moglie servizievole, ora madre feroce, ora lucida omicida): ossessione per i risparmi, le malattie, i ladri e gli assassini pronti ad entrare in casa, simmetriche alla maniacale logistica dell’altro (Nicola Costa: vecchio reazionario rompicoglioni, perfido e ostinato), le cui ore sono cadenzate da regole e consuetudini da cui è impossibile derogare.

Vendicativi e permalosi, razzisti à la page, sufficientemente cattolici (ortodossi), sono immersi in un’eterna, pignola monotonia coniugale, un’aria da melò sistematicamente fatta a pezzi dalla scrittura e dalla regia di Nino Romeo: e come suonano antifrastiche e istruttive (quasi didascaliche) ad un tempo le canzoni di Jacques Brel che l’accompagnano passo a passo!  La tv indifferentemente accesa sui canali nazional-popolari, le loro tendenze politiche mutuate sulle parole di “chi dice quello che vogliamo sentirci dire”, le loro volontà dipendenti da una logica utilitaristica e privatissima. Due vite (vite?) costruite specularmente: una carriera “dirigenziale” in banca lui; assurta lei da anonima impiegata comunale al ruolo di dirigente; entrambe simmetricamente volte all’arricchimento, all’accumulo, all’accaparramento, appartenendo dei iure ad un cinico sistema di corrotti e corruttori, di camarille: “…lei non sa mica come è fatta questa gente qua” canta appunto Brel in sottofondo.  Una vita di coppia (apparente) dove tutto si consuma virtualmente, solipsisticamente: anche il sesso (l’amore?). Un atto unico costruito sullo straniamento, sul rovesciamento di ciò che ai nostri occhi è assurdo e che per i protagonisti è invece assolutamente normale: ma il palcoscenico è uno specchio e noi siamo o potremmo benissimo essere loro: forse non lo sappiamo ancora. La loro è in fondo una tragica e sterile mascherata – il puntuale cambio di parrucche è simbolico tanto di una coazione a ripetere rassicurante quanto di un mutamento illusorio e posticcio – che la scrittura drammaturgica di Nino Romeo lascia impietosamente affiorare e che, a volte, rende corrosivamente irresistibile (la scena dell’infinita lista dei farmaci da somministrare, per esempio): ma non c’è intenzione ludico-ironica in questo teatro, piuttosto la volontà di restituire crudemente lo stato delle cose.

Romeo con quest’atto unico prosegue infatti la riflessione intrapresa con “Nubendi”: lì l’ennesima disarticolazione della messa in scena tradizionale grazie alla rivoluzione del linguaggio e alla finta levità sotto cui invece si articolano e si incarnano i rapporti di potere, la “lotta mortale”; qui il disgusto per una vita inautentica, per il livoroso ribrezzo che questa coppia prova per tutto ciò – figli compresi (e mai compresi) – che esula dal loro rigido perimetro mentale e fisico, circoscritto minuziosamente anche dalle composizioni originali di Giuseppe Romeo: una sorta di “psicoacustica” che profila in maniera impercettibile la “voce” inquieta della casa: tonfi, passi, rumori e, lontano, lo scroscio di un diluvio. La lucidità della scrittura drammaturgica di Romeo scardina ancora una volta la moderna e alienata dimensione della vita (come non pensare a “Vi presento Tony Erdmann” di Maren Ade?): una scrittura ad orologeria al cui culmine gli stessi protagonisti si autodistruggono, anzi compiono l’atto definitivo del loro processo di annullamento: e come potrebbe essere altrimenti – chiuso il ripetitivo ciclo della giornata – davanti alla pura autocoscienza della loro vacuità?  Un teatro grottesco e di altissima tensione morale e critica – un’altra “prova d’amore” di Nino Romeo – che ricorda in parte l’Artaud filtrato da Derrida: “Il teatro della crudeltà non è una rappresentazione. E’ la vita stessa in ciò che ha di irrappresentabile.” Ovazione strameritata.

Autore: Giuseppe Condorelli

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