Bianco. Alla ricerca dei ghiacci perduti

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Bianco. Alla ricerca dei ghiacci perduti

 @ Pierluigi Pedretti (30-10-2019)

 

Noterete, signore, che niente in questa

terra marcisce o si corrompe; cadaveri

che sono stati seppelliti da trent’anni

restano sani e integri come quando

erano vivi…A dire il vero, in questi

paesi settentrionali i corpi morti si

mantengono bene, ma i vivi se la

passano sempre male.

Isaac de la Peyrière

Relation du Groenland, 1646

 

‘Paesaggio invernale con neve’ di Caspar David Friedrich, 1811

Il recente bel libro di Marco Tedesco, Ghiaccio. Viaggio nel continente che scompare (il Saggiatore, pp.169, euro15), scritto con Alberto Flores D’Arcais, affronta la questione del mutamento climatico immergendoci direttamente nel nostro apocalittico futuro. Lo scienziato italiano, un glaciologo di fama mondiale, che lavora alla Columbia University, si è recato per studio in Groenlandia dove ha indagato per molto tempo la riduzione e la scomparsa della millenaria crosta di ghiaccio che copriva l’estrema Thule. Un’indagine a tutto campo la sua che ci (di)mostra la veridicità dell’aumento delle temperature, con acque soverchianti, orsi bianchi smarriti alla ricerca di cibo e detriti di ogni genere. Un mondo che scompare, dove una folla crescente di turisti (non di viaggiatori) è attratta dalla possibilità di percorrere in sicurezza ciò che per secoli è stato impossibile, il leggendario “passaggio a nord-ovest”. Qualche anno fa anche una donna ha percorso le rotte artiche, non da scienziata, ma da narratrice, Simona Vinci. Dalla Groenlandia la scrittrice bolognese ha riportato a casa sicuramente un libro più “caldo” di quello di Tedesco. Si tratta di Nel bianco (Rizzoli, pp.231 euro 16,50), purtroppo fuori catalogo. La Vinci ha consultato testi di ogni genere prima del viaggio. Poi è partita, passando, come i vichinghi, dall’Islanda, e al posto dei drakkar ha preso quattro aerei per giungere su “l’inlandsis, l’immenso corpo di ghiaccio sulla testa della terra che risale all’ultima glaciazione.” Si è spinta fino a Tasiilaq, quando ha sentito forte il richiamo infantile per il ghiaccio e la neve nel momento e nel punto più distante dall’idea del freddo: durante un viaggio africano. Ora è in questo piccolo villaggio di circa millenovecento abitanti nella Groenlandia orientale con due supermercati, un museo sempre chiuso, una scuola, tre strade, un crocicchio e un albergo per turisti della neve sulla collina di ghiaccio, aperto due mesi all’anno. Tutto qua. Niente avventura sognata da bambina, né orsi bianchi, pochi cani da slitta, né vere tempeste di ghiaccio. Il freddo sì, sempre. Nessuno con cui scambiare due parole in inglese, solo un poliziotto, un medico e un insegnante danesi e qualche studente che raccontano la vita in quel luogo sperduto. Per il resto gli inuit passano giornate intere a pescare nel ghiaccio, ubriachi dovunque, adolescenti senza futuro (alto è il tasso dei suicidi). Siamo alla fine del mondo. O di un mondo alla fine? Silenzio immenso. Tra diario, inchiesta e narrazione Simona Vinci ci offre un libro intenso che guarda dentro se stessi da un punto di vista particolare: “Il viaggio verso la Groenlandia richiede solitudine, è la mia personale esplorazione dell’ignoto, il tentativo di dar corpo ad un sogno infantile. Ed è un corpo a corpo con il demone della paura.”

Da ‘La camicia di ghiaccio’

Se non vogliamo lasciare quelle lande desolate, percorse dai venti glaciali, procuriamoci un testo grandioso per epicità e scrittura, La camicia di ghiaccio (minimum fax, pp.509, euro 19) dell’americano William T. Vollmann, uscito la prima volta in Italia per Alet nel 2007, ma già un piccolo classico. E’ il primo libro del Ciclo dei Sette Sogni, con cui il visionario scrittore vuole riscrivere fin dalle origini la storia d’America. Il suo alter ego, l’aedo William il cieco, narra l’arrivo intorno all’anno 1000 – dopo un lungo viaggio attraverso l’Islanda e la Groenlandia – dei vichinghi di Erik il Rosso in Vinland, dopo essere sfuggiti alla aspre lotte feudali norvegesi. L’autore ci immerge in un mondo violento, dominato dal gelo e dallo scontro con i nativi. “Ovviamente ci voleva un’ambizione folle e temeraria perché qualcuno vi andasse. Ma esisteranno sempre dei sognatori pronti a tutto.” Le donne e gli uomini d’Europa, avidi, sfrenati, massacratori, giunti fin agli estremi del mondo allora conosciuto, avranno alla fine la peggio. La camicia di ghiaccio, cioè il vuoto biancore di Groenlandia, sarà la loro tomba. Per le capacità narrative e manipolatorie di testi storici e personali (i viaggi compiuti da Vollmann negli stessi luoghi dove nascerà il mito dell’America) ci ritroviamo fra le mani un libro “mostruoso”, che lascia allibiti.

Da ‘Il vichingo nero’

Possiamo ora di punto in “bianco” lasciare l’estremo Nord? No, di certo! Ecco così – rimanendo sul tema norreno – il recentissimo Il vichingo nero dello scrittore islandese Bergsveinn Birgisson (Iperborea, pp. 448, euro 20), un mix di autobiografia, romanzo e saggio storico. E’ la storia di uno straordinario personaggio vissuto nel IX secolo, antenato dello stesso scrittore e filologo islandese. “Abbiamo concluso che la prima spedizione di ricerca verso l’Islanda sia partita nella primavera dell’867. Possiamo supporre che il gruppo sia stato composto da coloro che in seguito contribuiranno al potere di Geirmund sull’isola e che insieme a lui vi fossero quindii Ulf lo Strabico, Prànd Ossa Fini e Steinòlf il Basso, ciascuno con la propria nave.” Immeritatamente meno famoso di Erik il Rosso, Geirmund Pelle Scura, figlio del re norvegese Hjör e di una donna sami della Siberia, discriminato fin da bambino per i suoi tratti mongoli, è destinato a divenire “il più illustre tra i primi colonizzatori d’Islanda.” In quella isola estrema egli costruisce un piccolo impero fatto di fitte reti commerciali governando con rigore centinaia di schiavi celti che lo assistono per inviare ovunque olio di cetacei, pellicce, corde di pelle e avorio delle zanne di tricheco. Un’epopea che Birgisson ricostruisce con un sapiente lavoro narrativo e storico sulle fonti. Qualcosa di simile hanno fatto due scrittori italiani che, però, hanno rivolto la loro attenzione agli antipodi, verso terre e mari antartici. Daniele Del Giudice con Orizzonte mobile (Einaudi, pp.140, euro 16,50) – purtroppo anche questo fuori catalogo come il libro della Vinci – racconta l’esperienza di un viaggio intrapreso nel 1990 da Santiago del Cile fino a Punta Arenas nella Terra del Fuoco per seguire le tracce lasciate da due esploratori che lo avevano preceduto oltre cento anni prima: l’italiano Bove intorno al 1882 e il belga Gerlache tra il 1897 e il 1898. E’ un testo a più voci, fatto principalmente dei taccuini e dei diari di viaggio dei due europei. Nelle intenzioni di Del Giudice il libro vuole essere il resoconto narrativo di una spedizione tra pampas bruciate dal freddo, aspre cime imbiancate, ghiacci eterni che scorrono sulle acque di mari tempestosi, per dare l’idea di un “orizzonte mobile”, simbolo del destino dell’uomo, sfuggente e incomprensibile. Emergono le storie di chi ha vissuto, esplorato quei luoghi inospitali, divenuti spesso sepolcro di coraggiosi, di disperati e di folli. L’autore allunga, nel 2007, il passo fino alla base antartica Amundsen-Scott: “Ogni continente ha la sua letteratura, intendo dire i capisaldi in cui vengono fissati il mito e la memoria originando il racconto, e l’Antartide non è un caso diverso dagli altri .”

Da ‘Ultimo parallelo’

Risultati narrativi migliori li ottiene l’altro italiano, Filippo Tuena. Con Ultimo parallelo (il Saggiatore, pp.294, euro 15) – prima edizione per Rizzoli nel 2007 – lo scrittore romano riprende con grande originalità la vicenda della sfortunata spedizione di Robert Scott in Antartide. Quando il 17 gennaio 1912 l’esploratore inglese insieme a quattro compagni raggiunge il Polo Sud, dopo un viaggio durissimo durato dieci mesi per percorrere 800 miglia, lo attende un’amara sorpresa: i norvegesi di Amundsen sono arrivati prima di lui. Le loro bandierine sono dappertutto. Il ritorno è tragedia. Gli inglesi muoiono tutti per congelamento, malattie e sfinimento. Diari e lastre fotografiche, ritrovati intatti, lasciano testimonianza dei patimenti sofferti. Con la stessa efficacia di W.G. Sebald, che sfrutta ogni traccia documentaria possibile per raccontare le sue storie, allo stesso modo Tuena ha usato i diari, le lettere, le foto della spedizione per la sua narrazione. Ha riempito con la sua scrittura i “vuoti” tra i vari documenti. Lo ha fatto ricostruendo con un linguaggio affascinante, tra citazioni letterarie e scientifiche, la sfida vana dell’uomo alla natura e a se stesso. Fin qua, in un modo o nell’altro, ha dominato la narrazione, ma è ora il momento di un puro reportage di viaggio, con un testo apparentemente più leggero, curioso, intrigante, scritto per coloro che da bambini attendevano la (prima) neve con ansia e felicità. Si tratta di Turista della neve di Charles English (Donzelli, pp.201, euro 17,50). Sulla scia dei grandi viaggiatori/scrittori del suo paese il giornalista inglese intraprende un viaggio durato due inverni alla ricerca delle ultime nevi, perché il pericolo del surriscaldamento globale rende urgente lasciare testimonianza di un mondo che rischia di scomparire. Con un debito morale verso il padre morto, appassionato delle terre innevate, English prepara il viaggio, convincendo la moglie. “Dopo mesi di trattative, elenchi e bagagli, arrivò finalmente il giorno della partenza. Un mattino d’inverno baciai Lucy e i ragazzi, chiusi la porta lasciandomi alle spalle il tepore della casa, e mi avviai sotto un cielo grigio piombo.” Il suo commiato ricalca quello di Patrick Leigh Fermor, che nel lasciare Londra nel 1933 per un lungo viaggio a piedi verso Istanbul ne lasciò testimonianza nello stupendo libro Tempo di Regali. Ecco così la prima tappa alla “Ricerca delle nevi più belle del mondo (come recita il sottotitolo): Iqaluit, isola di Baffin, Canada. “Volevo capire quale valore avesse per gli inuit la neve e apprendere alcune tecniche di sopravvivenza perfezionate nel corso di un millennio e che oggi rischiano di essere dimenticate.” E così capitolo dopo capitolo passano davanti a noi le nevi di buona parte del mondo e le storie degli uomini che le hanno calpestate, sciate, usate, subìte, dal Vermont alle Alpi occidentali, dall’Alaska alle Alpi orientali, dalle Montagne Rocciose alla Scozia. Completano l’affascinante libro di English un glossario, una bibliografia e una guida pratica, che vi consiglia su molte cose da fare e leggere sulla (e con la) neve. Prima che si sciolga per sempre.

Autore: Pierluigi Pedretti

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