Serata Durrenmatt al Piccolo Eliseo di Roma. Daniele Pecci interpreta “La morte della Pizia”

  

 

Teatro Piccolo Eliseo di Roma

 “La morte della Pizia” di Durrenmatt con Valter Pecci

Andato in scena il 30 ottobre (adesso in tournée)

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La vecchia Pizia Pannychis XI non ha nulla della ieraticità che il racconto mitologico attribuisce alla sacerdotessa di Delfi, tenutaria della Verità degli Dei. È una megera lunga e secca che, abbarbicata sul suo trespolo, dispensa oracoli inverosimili per burlarsi della sua credulità dei suoi contemporanei. Ma la profezia più inverosimile di tutte, quella che lancia contro un ragazzotto claudicante a cui preannuncia l’omicidio del padre e l’incesto con la madre, diventerà realtà. Diventerà il mito di Edipo.

Friedrich Dürrenmatt ne demolisce con furia iconoclasta la sacralità, ribaltando e scompaginando le carte delle tragedia di Sofocle. Ma la sua lacerante risata non è irriverente irrisione. Con l’arma del sarcasmo ed il nichilismo tipico della cultura moderna, apre il velo su una tragedia eterna ed attualissima: l’incapacità dell’uomo di contrapporsi al Destino.

Questo il commento per lo spettacolo redatto dal critico Valter Chiappa  de   laplatea.it  (che ringraziamo)

 

-La morte della Pizia, racconto pubblicato nel 1976, è un gioiello e un oggetto di culto per i lettori alla ricerca di nuova genialità nell’asfittico panorama della letteratura moderna. Innanzitutto va quindi dato merito a Daniele Pecci di averlo portato in scena sul nobile palcoscenico del Piccolo Eliseo, amplificando, grazie al richiamo del suo nome, la conoscenza di quest’opera. Pecci conduce l’operazione con rispetto del pubblico che, prima del reading, viene introdotto alla comprensione del testo con un necessario ripasso del mito tradizionale, condotto dall’attore con garbo colloquiale.

La lettura, accompagnata come (troppo) spesso accade da un contrappunto musicale di violino e violoncello, procede poi con variazioni di registro ottimamente gestite dall’attore e ben aderenti all’andamento del testo. L’iniziale tono canzonatorio, nella sua amarezza lascia presagire l’evoluzione tragica del finale, quando Pecci, sotto braccio a Dürrenmatt, con un parossistico crescendo di intensità comincia a prendere a picconate le nostre misere certezze, mettendo impietosamente a nudo la fragilità della natura umana. Peccato che dal testo selezionato per la performance siano state escluse le pagine di satira, sempre drammaticamente attuali, sulla pronazione dei popoli ai regimi totalitari, unico neo di un’operazione per altro perfettamente riuscita.

Autore: Redazionale

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