Santa Lucerna, racconto ciclosofico da ‘Un demone in bicicletta’ di Pierluigi Pedretti, ed. Le Farfalle

  

Santa Lucerna

(Settembre)

di

Pierluigi Pedretti

 O Signore Iddio, sradicate, estirpate dalla mia anima tutto ciò che il nemico vi ha piantato. Togliete dal mio cuore e dalle mie labbra tutta l’iniquità, datemi l’intelligenza e l’abitudine del bene.

San Colombano

Sono fermo quassù con la mia bici da montagna. Da queste altezze guardando verso sud, oltre la profonda valle del fiume Savuto, che divide la Catena Costiera dalla Sila, si può intravedere la piana di Lamezia Terme e, più in lontananza, perfino l’Aspromonte. Ansimo ancora per la lunga salita che mi ha portato fin sul monte Faeto. La mia meta è il Romitorio. Pedalo lungo il crinale e, dopo qualche chilometro di saliscendi, arrivo nel luogo abitato una volta dagli eremiti. Oggi appare un luogo sconvolto dalla modernità, perché situato al margine del gasdotto italo-algerino che attraversa la penisola per renderla più ricca. Intanto, per chi ama la natura, è come ricevere un pugno nell’occhio, è un solco purulento nel cuore della foresta. Rifletto su come doveva apparire la montagna calabrese secoli fa, sulle appendici meridionali di questa catena tirrenica, quando era percorsa solo da mercanti, contadini, pastori e religiosi, e non da quad, motocross e mezzi meccanici di ogni genere. Il Romitorio è figlio dell’ascetismo medievale, ma anche crocevia di viandanti che si muovevano lungo i sentieri che dal mare risalivano verso l’interno. I più anziani vi ricordano perfino una chiesa.

Siamo alla base del Monte Santa Lucerna. Il nome deriva dall’epiteto la lucerna della fede con cui veniva chiamato il monaco irlandese Colombano. I seguaci del santo giunsero coi Normanni, sostituendo nel Mezzogiorno ‒ secondo l’accordo firmato a Melfi il 23 agosto 1059 tra il Papato e gli Altavilla ‒ i monaci basiliani di ortodossia bizantina. Lo stesso borgo di Grimaldi (Grimaudu in dialetto locale), che intravedo dal crinale mentre mi dirigo verso la cima, conferma con il suo nome l’origine comunque germanica ‒ Grim vuol dire orso aggressivo ‒ sia esso etimo franco-normanno o longobardo. Un paio di secoli prima dei temibili uomini del Nord, i guerrieri del Ducato beneventano si erano stabiliti da queste parti in concorrenza con arabi e bizantini. Anche il contiguo villaggio di Maione, che, nonostante l’altezza da cui guardo, appare nascosto dietro una collina, è un chiaro nome teutonico. Bastano, però, soli gli etimi a scrivere la storia? Altre tracce andrebbero cercate in antichi documenti, in resti archeologici e non solo nei reperti linguistici calabri, di cui è maestro il gallese Trumper, l’insigne glottologo da anni residente in Calabria. Mi chiedo, allora, se invece, proprio intorno al Monte di San Colombano non ci sia qualche traccia più concreta. Continuo a salire verso la vetta portando su ‒ a volte anche a spalla ‒ la mia bici con ruote da tre pollici, così grasse che sembrano da moto. Approfitto, per ascendere, di un’altra delle numerose ferite inferte alla montagna, una stradella aperta dalle pale meccaniche per un ulteriore taglio di alberi.

Pedalo a volte mettendo piede a terra, a causa delle numerose radici. Sono ormai sulla cima rocciosa che permette di osservare l’altro versante, quello ovest, che spazia verso il mare e il monte Cocuzzo, mentre a nord vedo il brullo Marmorino con il suo compagno Monte Scudiero. Il panorama è unico: da un lato il mare, dall’altro lato, oltre la valle del Savuto, il gran bosco della Sila. Mi infilo tra gli abeti, avanzo tra l’intrico di rami bassi e di felci, finché, spingendomi a fronte bassa per proteggermi il volto, mi ritrovo in un’ampia radura delimitata da mura di pietra alte un paio di metri. Avvicinandomi al manufatto scorgo anche delle casupole remotissime. Alcune hanno il tetto crollato, addirittura una di esse sembra che abbia all’interno una sorta di altare. Rifugi di pastori? Numerose, avvolte dal muschio danno l’impressione di essere veramente vetuste. E se fosse allora un cenobio di asceti? La tradizione del cristianesimo di origine celta voleva che i monaci giunti dalla Normandia si ritirassero in luoghi inaccessibili, in strutture simili a questa. Il vento soffia tra i rami, le nubi solcano veloci il cielo, mi assale l’inquietudine. Mi aggiro guardingo tra mura e massi caduti, osservo le capanne di pietra e rimango interdetto. Avverto presenze antiche. Al contempo, mi sembra di essere lontano da ogni affanno del mondo, finché il verso lungo di una civetta mi riporta alla ragione. Inforco la bici, ritorno sui miei passi, ritrovo la discesa petrosa e mi lancio a rotta di collo verso la modernità.

 

Autore: Pierluigi Pedretti

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