Quodlibet ripubblica la prima traduzione italiana de ‘Il processo’ di Kafka

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Franz Kafka

Il processo

Traduzione di Alberto Spaini
Con un saggio di Michele Sisto
Nota alla traduzione di Daria Biagi

Compagnia Extra

Letteratura

ISBN 9788822903341
2019, pp. 368
120×190 mm, brossura con bandelle
€ 15,00
€ 12,75 (prezzo online -15%)

«Come un cane!» mormorò.

Il processo è forse il romanzo più famoso di Kafka, che un lettore può leggere e rileggere, senza smettere mai di scoprirlo; come solo i grandi libri riescono a fare. Questa è la prima traduzione italiana, del 1933, che ha preceduto le altre lingue europee, traduzione molto vivace di Alberto Spaini, ottimo e benemerito traduttore, che ha fatto conoscere Kafka in Italia; è il libro che è stato in mano a tanti eccelsi estimatori di Kafka (Buzzati, Landolfi, Calvino, Fellini), perché per quarant’anni di traduzioni non ce ne sono state altre.
Invito a rileggerlo e cogliere la comicità del romanzo, sottile, continua, quasi impalpabile, che faceva ridere gli amici quando Kafka ha letto ad alta voce il primo capitolo, interrompendosi ogni tanto perché anche lui con le lacrime agli occhi rideva. Segue uno scritto di Michele Sisto che racconta come Kafka è stato conosciuto in Italia e, sulla base di questa traduzione, interpretato.
E. C.

INDICE

  • Il processo
  • I. Arresto. Conversazione colla signora Grubach. Entra la signorina Bürstner
  • II. Prima inchiesta
  • III. Nella sala delle adunanze vuota. Lo studente. nLe cancellerie
  • IV. L’amica della signorina Bürstner
  • V. Il frustatore
  • VI. Lo zio. Leni
  • VII. L’avvocato. L’industriale. Il pittore
  • VIII. Il commerciante Block. L’avvocato viene licenziato
  • IX. Nel duomo
  • X. La fine
  • Capitoli incompiuti e passi eliminati dall’autore
  • Daria Biagi, Nota alla traduzione
  • Michele Sisto, «Cose dell’altro mondo» Leggere e tradurre Kafka nell’Italia del 1933

L’AUTORE

FRANZ KAFKA

Franz Kafka (Praga 1883-Kierling 1924), uno dei maggiori e più noti narratori del Novecento; ebreo di lingua tedesca, una vita modesta da impiegato, quasi tutte le sue opere sono uscite postume, salvate dall’amico Max Brod: Il processo (1925), Il castello (1926), America o Il disperso (1927), le raccolte di racconti e i Diari (1949). In vita ha visto la pubblicazione della Metamorfosi (1915) e di Un artista del digiuno (1924), che si può leggere nelle edizioni Quodlibet (2009).

 

DALLA POSTFAZIONE DI MICHELE SISTO

Quella che qui si ripubblica è la prima traduzione italiana del Processo di Kafka, uscita nella collana «Biblioteca europea» della casa editrice Frassinelli nel 1933 e rimasta l’unica per circa quarant’anni. È la traduzione che in Italia hanno letto quasi tutti, da Landolfi a Buzzati, da Vittorini a Fortini, da Calvino a Pasolini, da Elio Petri a Federico Fellini. Fa parte a pieno titolo del nostro repertorio letterario, come le versioni pavesiane di Moby Dick e Dedalus, uscite nella stessa collana, o quella di Berlin Alexanderplatz, firmata due anni prima dallo stesso Alberto Spaini. Nel presentarla, il direttore della «Biblioteca europea» Franco Antonicelli la vantava come una «novità assoluta», e non aveva torto: l’edizione francese del Processo, che di fatto avrebbe dato avvio alla fortuna internazionale di Kafka, sarebbe apparsa solo alcune settimane più tardi. L’unico suo romanzo tradotto in una lingua straniera era The Castle (1930), pubblicato a Londra da Willa e Edwin Muir, mentre la Metamorfosi restava confinata al circuito, prestigioso ma ristretto, delle riviste letterarie, come la «Revista de Occidente» di Ortega y Gasset (1925) e la «Nouvelle Revue Française» di Jean Paulhan (1928).
Oggi può sorprendere che a dieci anni dalla morte di Kafka, autore che consideriamo un classico indiscusso, si fosse tradotta appena una manciata di testi. In realtà sarebbe stupefacente il contrario. Pubblicare uno scrittore così inconsueto, e in quel momento noto solo a pochi letterati, non era certo un affare, in Italia come altrove. Le case editrici più grandi, come Treves o Mondadori, se ne guardavano bene; quelle più piccole e disposte a rischiare potevano avere interesse a tradurlo solo a condizione che rientrasse nel loro progetto di catalogo: ma Slavia, Modernissima e Bompiani, per non citare che le principali, guardavano in altre direzioni, al racconto psicologico, alla «letteratura dell’asfalto», al «romanzo collettivo». Per decidere di tradurre un autore scarsamente vendibile come Kafka, insomma, bisognava non solo compiere un atto di fede nel suo valore letterario, ma anche condividere, almeno in una certa misura, la sua poetica (o credere di farlo). Ogni traduzione che non risponda a semplici esigenze di mercato è una scommessa, una storia di ordinaria avventura, che è interessante ricostruire.

Autore: Redazionale

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