Il miracolo della cena e il miracolo della passione di una donna al Piccolo Teatro Grassi di Milano

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Il miracolo della cena e il miracolo della passione di una donna al Piccolo Teatro Grassi di Milano

@Lisa Tropea (02-10-2019)

MILANO – Fernanda Wittgens è stata la prima direttrice donna della Pinacoteca di Brera e il suo nome è ingiustamente ignorato dalla gran parte dei milanesi, che pure beneficiano tuttora di molti capolavori, primo tra tutti il Cenacolo vinciano, grazie al suo instancabile operato. La prima a renderle onore e a ricostruirne la grandezza è stata la studiosa e curatrice Giovanna Ginex, con la pubblicazione degli scritti originali di questa grande critica d’arte, sotto il titolo di “Sono Fernanda Wittgens”. Fu sotto la direzione Wittgens che l’istituzione braidense si aprì per la prima volta al mondo della moda, ospitando negli anni ’50 delle sfilate, o sperimentò l’apertura serale delle collezioni, tanto in voga oggi.

E proprio durante l’anno delle celebrazioni per i 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci, il Piccolo Teatro ospita lo spettacolo dedicato a Fernanda Wittgens Il miracolo della cena, che si sofferma sul ruolo cruciale che quest’intellettuale ebbe nel salvare L’ultima cena dai danni subiti nel tempo e in particolare durante i bombardamenti che colpirono la città di Milano durante la Seconda Guerra Mondiale. Sonia Bergamasco ne è l’interprete risoluta, restituendo con il suo monologo serrato e inarrestabile la ferrea volontà di quella che fu anche la prima Soprintendente donna alle Gallerie di Milano. Scopriamo dai documenti che scorrono sul grande schermo alle spalle dell’attrice – che ne dà lettura cronachistica ma senza celare la passione della storica dell’arte per il proprio impegno altissimo – che Wittgens, dotatissima studiosa, entra in Brera come “operaia avventizia” e tale resta nonostante gli incarichi di prima responsabilità che le vengono affidati dall’allora direttore Ettore Modigliani. La rigorosa figura della Wittgens, resa da Sonia Bergamasco in tailleur grigio e tacchi alti, resta in piedi tutto il tempo, passando da un lato all’altro della propria scrivania. I frammenti delle lettere ufficiali – inviate al Ministero dei Beni e scritte in prima persona con toni rispettosi ma nettissimi, su come intervenire sull’opera vinciana – vengono intercalati alle lettere che Fernanda scrive dal carcere di S. Vittore, dove sarà detenuta per aver favorito la fuga in Svizzera di molti ebrei, nonché alle risposte dei ministri e alle letture di documenti e giornali dell’epoca, oltre alla lettura di interpretazioni di critici dell’arte e di Leonardo da Vinci stesso. La Bergamasco sembra quasi non prendere mai il fiato e se un paio di volte incespica, ciò la rende più umana e più coinvolta emotivamente di quel che potrebbe parere considerando solo la parte tecnica della sua recitazione.

Wittgens espone i problemi, interpreta i migliori restauratori, avversa coraggiosamente le posizioni cieche e sorde dei ministeri, sa di avere per le mani qualcosa di unico e delicatissimo e per questo non vuole fare errori; alla fine la spunta, l’intervento di recupero riesce e dalla tela ingrigita riaffiorano i colori leonardeschi. Così, il 30 maggio 1954, al termine delle celebrazioni per i 500 anni della nascita di Leonardo, il Cenacolo e la sala del refettorio delle Grazie sono riaperti al pubblico. Ed è qui, davanti all’originale, che l’anno scorso lo spettacolo ha debuttato, per un pubblico ridottissimo, portando le parole della Wittgens nel luogo per il quale si è tanto battuta, senza mai rinunciare né alla sicurezza delle competenze né alla forza della convinzione morale e intellettuale, dove l’amore per l’arte e quello per l’umanità sconfinano l’uno nell’altro. La grande capacità della Wittgens fu anche quella di tessere relazioni e collaborazioni con i migliori talenti dell’epoca, mantenendo i rapporti anche con il Modigliani destituito a causa delle leggi razziali, cercando l’eccellenza e motivando tutti coloro che avessero a che fare con lei a prendere in considerazione ciò che le premeva, il valore profondo delle opere d’arte e il loro messaggio di riscatto nei confronti dell’odio e del conflitto.

“Persino nella galera – scriveva a un’amica – può essere salvato l’umano dal ‘bestiale’: e l’arte è forse una delle più alte forme di difesa dell’umano”. La stessa, alta e accessibile, idea dell’arte, si ritrova significativamente nelle intenzioni del fondatore proprio del Piccolo Teatro, Giorgio Strehler, che nel 1947 inaugurava: “Teatro d’Arte per Tutti” era lo slogan di questo luogo di creazione e fruizione della cultura, nell’intento di portare in scena spettacoli di qualità indirizzati al pubblico più ampio possibile. Messaggio universale sempre valido per tutte le forme dell’arte. Ma c’è un’altra corrispondenza che salta all’occhio tra lo spettacolo con la regia di Rampoldi e i giorni nostri ed è la sicumera con cui il potente di turno non ascolta il tecnico competente e perde tempo prezioso. Anche la mancanza strutturale di fondi per la Cultura è sempre lo stesso, ma il valore fondante dell’arte va ribadito oggi forse con più forza di 70 anni fa, perché in assenza di minacce fisiche come quelle rappresentate da una guerra, rischiamo di dimenticarcelo.

 

Il miracolo della cena

regia Marco Rampoldi

collaborazione drammaturgica Paola Ornati

con Sonia Bergamasco

produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

in collaborazione con Museo del Cenacolo Vinciano – Polo Museale della Lombardia – MIBAC

Autore: Lisa Tropea

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