Bambini randagi nella Russia sovietica. ‘Besprizornye’ di Luciano Mecacci, ed. Adelphi

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Luciano Mecacci

Besprizornye

Bambini randagi nella Russia sovietica (1917-1935)

L’oceano delle storie, 23
2019, pp. 274 , 35 fotografie a colori e in bn fuori testo
isbn: 9788845933981
Temi: Storia contemporanea

IN COPERTINA

Un besprizornyj in un cassonetto dell’immondizia (Odessa, 1928). Museo di Storia Russa Contemporanea, Mosca.

Tra gli orrori di cui la storia del Novecento è stata prodiga, pochi sono paragonabili alla condizione dei besprizornye, come venivano chiamati nella Russia postrivoluzionaria gli innumerevoli bambini e ragazzini rimasti orfani in seguito alla guerra, alla guerra civile o alla carestia. Stimati tra i sei e i sette milioni nel 1922, sporchi, vestiti di stracci, vagavano da soli o in gruppi per le città e le campagne in cerca di cibo, spostandosi nel paese aggrappati alle balestre sotto i vagoni dei treni, trovando riparo dal gelo negli scantinati delle stazioni o dentro i cassonetti, spinti dalla fame a un crescendo di aggressività e violenza che arrivava fino al cannibalismo. Né potevano offrire un’alternativa a quella vita gli orfanotrofi pubblici: strutture, in tutto simili ai lager dove bambini scheletrici giacevano ammassati in condizioni spaventose. E se negli anni Venti il problema viene studiato sul piano sociale, politico, giudiziario, psicologico ed educativo, in seguito saranno imposti il silenzio e la censura da parte di uno Stato che non può certo ammettere un simile sfacelo nel ‘paradiso’ della società sovietica. Negli ultimi trent’anni il fenomeno è tornato oggetto di analisi e rigorose ricerche storiche. Ma solo Luciano Mecacci è riuscito, grazie a testimonianze dirette e documenti dell’epoca spesso trascurati, a offrirne una ricostruzione completa anche dall’interno, calandosi – e calandoci – nell’abisso umano dei protagonisti di vicende che possono sembrare, oggi, semplicemente inverosimili.

«Aveva appena dato voce a ciò di cui era bene evitare di parlare anche solo per scherzo, a ciò di cui si poteva solo tacere» si legge in Vita e destino di Vasilij Grossman quando uno dei personaggi osa riferire una calunnia sul figlio di Stalin. In epoca sovietica, del resto, erano numerosi gli argomenti tabù, e rischiava grosso chi si azzardava anche solo ad accennarvi. I besprizornye per decenni hanno rappresentato, in Russia, uno di quei temi di cui era preferibile non parlare nemmeno tra amici, nemmeno in famiglia, a casa propria. Non così era stato però negli anni Venti, quando proliferavano interventi pubblici, conferenze, congressi, ricerche pedagogiche e psicologiche, autobiografie, romanzi, racconti, poesie e dipinti dedicati a quei bambini che, rimasti orfani in seguito alla guerra, alla Rivoluzione e alla carestia, affamati, sporchi e vestiti di stracci, vagavano per le città e le campagne. Anche in quasi tutti i resoconti degli europei e degli americani che visitarono la Russia subito dopo la Rivoluzione si accennava a questo fenomeno, ma solo nel libro Bezprizornye dell’émigré Vladimir Zenzinov – pubblicato in russo a Parigi, nel 1929, e presto tradotto in varie lingue – i lettori occidentali trovarono una sua prima descrizione sistematica, dove la tragedia dei besprizornye veniva presentata come una delle più clamorose dimostrazioni del fallimento dello Stato sovietico nella creazione di una nuova società. Nei primi anni Trenta subentrò una produzione di articoli, libri e film in cui il problema appariva risolto grazie ai programmi di recupero e rieducazione promossi dalle istituzioni sovietiche; esemplari, a questo riguardo, venivano considerate la Scuola-comune Dostoevskij per l’educazione sociale e individuale degli adolescenti, fondata a Pietrogrado nel 1918, e le colonie organizzate e gestite dal pedagogista Anton Makarenko, conosciute anche nei paesi occidentali. Il processo di ricostruzione della personalità e il reinserimento sociale dei besprizornye venivano celebrati trionfalmente. Il film Un biglietto di viaggio per la vita (1931) di Nikolaj Ekk e il libro Poema pedagogico (1933-1935) di Makarenko divennero il modello del romanzo di formazione del realismo socialista: dalla condizione di besprizornyj il protagonista passava a quella di ‘pioniere’ e poi di giovane comunista, per approdare infine alla serenità del maturo e responsabile cittadino sovietico. Dopo il decreto del Soviet dei Commissari del popolo del 31 maggio 1935 sulla « liquidazione » della besprizornost’, non si poté più parlare di questo fenomeno se non nei termini del suo superamento, da considerarsi ormai definitivo. E i besprizornye rimasero un argomento tabù finché, a metà degli anni Sessanta, non cominciarono ad apparire nuovamente libri e film che li vedevano protagonisti, ma ancora nell’ottica dell’influenza positiva che il sistema sovietico aveva esercitato sul piano morale e sociale. La diffusione dei princìpi della pedagogia sovietica nei paesi occidentali fu generalmente mediata da questo tipo di produzione. Introducendo nel secondo dopoguerra l’edizione italiana del Poema pedagogico, Lucio Lombardo Radice, matematico e dirigente comunista, osservava come l’opera di Makarenko valesse più quale esempio per la scuola e i riformatori italiani che non come analisi di una problematica sociale e giudiziaria, giacché trattava di un fenomeno che ormai apparrteneva al passato dell’Unione Sovietica. A suo dire, infatti, era stata « radicalmente curata la piaga dei biesprisorniki; moltiplicate, e riccamente fornite di tutto il necessario le scuole; e soprattutto, profondamente mutati gli uomini e i loro rapporti, trasformato e rivoluzionato l’ambiente sociale che circonda la scuola, anche nel più sperduto angolo di campagna ». In una nuova fase, avviatasi alla fine degli anni Ottanta e tuttora in corso, le ricerche sui besprizornye sono state condotte secondo un’impostazione storiografica libera dai vincoli della censura di stato e dai condizionamenti ideologici, e favorita dall’accesso ad archivi pubblici e privati dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica alla fine del 1991. Ciò ha permesso la pubblicazione – in Russia, Bielorussia e Ucraina – di articoli, monografie e tesi di dottorato che documentano con un’appropriata metodologia gli aspetti sociali, politici e pedagogici del fenomeno. Generalmente in queste ricerche la dimensione psicologica e comportamentale dei besprizornye, la vita di quei bambini e quei ragazzi nelle loro famiglie d’origine, nelle strade, negli orfanotrofi, nelle prigioni e nei lager emerge a posteriori rispetto all’esame del contesto storico, sociale e politico della Russia sovietica che li aveva generati. In questo libro si è adottata una prospettiva diversa, descrivendo i besprizornye attraverso i loro pensieri, il loro linguaggio, le loro emozioni e i loro affetti, e a questo scopo si è dato ampio spazio alle testimonianze dei protagonisti, così come ai racconti e alle relazioni degli scrittori russi o stranieri negli anni Venti e nei primi anni Trenta. Ne risulterà così, ci auguriamo, un quadro completo – dall’interno e dall’esterno – dei vari aspetti della vita dei besprizornye: dalla fuga all’accattonaggio e al furto, dalle manifestazioni di aggressività e di autodistruzione alla vera e propria violenza psichica e fisica (fino all’omicidio), dalla prostituzione al consumo di droghe. Durante i periodi di studio che trascorsi a Mosca, tra il 1972 e il 1978, avrei voluto approfondire con l’aiuto degli psicologi russi questa tematica. Il mio interesse non era rivolto tanto ai progetti educativi illustrati nelle opere di Makarenko, quanto all’ambito più strettamente psicologico, che avevo conosciuto attraverso gli scritti di Lev Vygotskij e soprattutto tramite una raccolta di saggi curata da Aleksandr Lurija nel 1930, dove erano esposti i risultati di alcune ricerche sul pensiero e sul linguaggio dei besprizornye. Ma appena ponevo qualche domanda su questo argomento, il discorso veniva subito sviato. Era appunto un tabù. Nel gennaio 1972 Lurija si limitò a donarmi una copia del suo vecchio libro – sparito presto dalla circolazione e quindi divenuto ormai una rarità – senza aggiungere altro. Oggi sappiamo che, come già traspariva in un’altra sua opera sulle emozioni e i conflitti, pubblicata in inglese nel 1932 e apparsa in russo solo nel 2002, Lurija aveva compiuto queste ricerche anche ai fini del « controllo» di quelle forme di comportamento che, secondo i canoni sovietici, erano considerate politicamente e socialmente devianti. Per Lurija era stata probabilmente un’esperienza difficile, tanto più che la repressione staliniana lo aveva toccato da vicino: la sorella Lidija, in quanto moglie di un «nemico del popolo» fucilato nel fatale 1937, era stata detenuta a Butyrka – una delle famigerate carceri moscovite – e per un anno in un lager. Egli stesso, ormai psicologo di fama internazionale, era stato ostacolato nelle sue ricerche ed emarginato all’inizio degli anni Cinquanta, sia per non aver aderito alla teoria di Pavlov sulle funzioni cerebrali (proclamata come l’unica accettabile dal materialismo dialettico sovietico nel convegno di Mosca del 1950), sia perché sospettato di aver preso parte al fantomatico « complotto dei medici » contro Stalin, montato ad arte nel 1952. Né va dimenticato che Lurija aveva già subìto un duro attacco pubblico negli anni Trenta per gli studi di psicologia culturale condotti insieme a Vygotskij. Inoltre, proprio nel libro pubblicato nel 1930 il capitolo sui besprizornye era stato scritto da una collaboratrice di Lurija, Anna Mirenova, fucilata nel 1945 per il reato di « appartenenza a un gruppo terroristico», e finita nelle fosse comuni del poligono di Butovo, a venti chilometri a sud di Mosca, scoperte solo nei primi anni Novanta. Nell’«epoca della stagnazione», gli anni grigi di Brežnev, la censura era istituzionale ma anche personale: ci si autocensurava rimuovendo o riaggiustando sistematicamente il passato, e anche il presente sfumava subito in un passato da non rievocare. Solo dopo molto tempo ho compreso che i silenzi di Lurija, e degli amici di quei giorni moscoviti, non erano dettati dall’opportunismo, ma coprivano una ferita profonda che non poteva essere espressa a parole. D’altro canto il fenomeno dei besprizornye si colloca nel quadro più vasto della condizione di milioni di bambini nella Russia sovietica, riassunta efficacemente da Dominique Fernandez in occasione dell’elezione all’Académie française di Andreï Makine, scrittore russo naturalizzato francese: «Appena nato, lei era già orfano. E a chi si dolesse nell’immaginarla, così piccolo, privato del sostegno dato a tanti altri bambini, lei risponderebbe che in Russia, all’epoca, tra i ventisei milioni di morti per la guerra e le innumerevoli vittime della repressione staliniana e post-staliniana, vi sono stati almeno cinquanta milioni di orfani. Essere orfano era la condizione comune».

Autore: Redazionale

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