Per Sergio Claudio Perroni

  

Per Sergio Claudio Perroni

di Giuseppe Condorelli 25-06-2019

…è l’autore a decidere tra vaudeville e tragedia.

J. Améry

Alcuni di voi mi hanno insidiato, teso trappole, aspettato al varco.

Quelli che sono giunti ai miei occhi, per il tempo loro concesso,

hanno provato stupore per la mia carne vera,

ma cosa avevano davanti se non la boa che segnala il continente sommerso,

e le sue fosse e le cime invisibili sotto il pelo dell’acqua?

Paz

C’è uno strazio che le parole non riescono a sopportare. Eppure se ne fanno carico. Quelle di Sergio Claudio Perroni sono diventate cerchio e nuvole, l’odore alto dei pini, il lavorio incessante degli insetti. Le parole sono diventate le nostre voci. Un giardino, a Taormina, era il suo angolo eletto. Per lui, genius loci della sua stessa intransigenza era lo strappo ad un’autodisciplina inflessibile: fosse solo per una spremuta d’arancia. Luce aguzza, calda, a tratti, un refolo di vento umido. Un violoncello sparpagliava le note delle sue canzoni preferite (lasciamole nell’omissis della discrezione). Le parole non riempiono il vuoto. Le parole non consolano. Nemmeno le sue. Le parole sono appunto parole ma la loro forza di gravità ci ha risucchiato nell’abisso mentre le pronunciavamo, mentre ancora la sofferenza era lì, accanto. La pioggia sarebbe potuta arrivare come una benedizione. Una lama elettrica invece ha trincerato nel fermento indifferente di un altro giorno tutto il nostro dolore. 

Addio, Sergio, anche questa volta. 

(Foto di Cettina Caliò)

Autore: Giuseppe Condorelli

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