‘Il ragno rosso’, thriller psicologico polacco del 2015 diretto da Marcin Kosalka, lunedì 15 luglio ore 21 al Cinema San Nicola di Cosenza

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IL RAGNO ROSSO, THRILLER PSICOLOGICO POLACCO DEL 2015 DIRETTO DA MARCIN KOSZALKA, ISPIRATO ALLA CELEBRE VICENDA DI UN INAFFERRABILE SERIAL KILLER NELLA CRACOVIA DEL 1967, CHIUDE LUNEDÌ 15 LUGLIO ALLE 21 LA RASSEGNA ALTRISGUARDI2 AL CINEMA SAN NICOLA DI COSENZA. 
UN FUORIPROGRAMMA IMPERDIBILE PROPOSTO DA UGO G. CARUSO CHE HA A LUNGO INSEGUITO QUESTO TITOLO E CHE DOMANI LO PRESENTERÀ PRIMA DELLA PROIEZIONE.
Cracovia, 1967. Le forze dell’ordine danno la caccia ad un omicida seriale ribattezzato “ragno rosso”.
Il giovane Karol è un tuffatore esperto e di buona famiglia. Una sera, al luna park, scopre casualmente il corpo di un bambino assassinato e, poco dopo, un uomo che si allontana silenziosamente dal parco divertimenti. Il ragazzo non avvisa le autorità e decide di agire da solo per rintracciare l’uomo misterioso e scoprire se è il serial killer soprannominato “il ragno rosso” che sta seminando il panico in città. Karol e l’uomo si incontrano, si studiano e prende corpo una vicenda inaspettata e dura, giocata sui risvolti psicologici più reconditi dei due protagonisti.
Sfuggente, enigmatico film di un regista polacco che s’è fatto largo nel giro dei festival con i suoi documentari e che in questa storia fa il salto nella finzione prendendo spunto, da casi di cronaca nera del suo paese ai tempi cupi del comunismo reale, del Patto di Varsavia e dei suoi carrarmati sempre pronti a intervenire, sedare e reprimere. Il primo caso: quello del più giovane serial killer della storia, un ragazzo di nome Karol Kot che colpì nella Polonia anni Sessanta, fu chiamato “il Vampiro” e divenne una sinistra celebrità. Il secondo caso: quello di un altro serial killer di nome Lucian Staniak detto “il ragno rosso” perché firmava le sue lettere col sangue e che terrorizzò  pure lui il paese per anni ma che poi si scoprì non essere mai esistito.
Marcin Koszalka si ispira molto liberamente a questa doppia traccia, rimescola fatti e miti, documenti e fake news, reinventa, riscrive e cava fuori un fim elusivo e misterioso, lontanissimo dal genere hollywoodiano dei massacratori compulsivi e ripetitivi, piuttosto somigliante a una “danse macabre”, un racconto di spettri che si credono vivi non essendolo più, o non essendolo mai stati.
Per questo sceglie un interprete di estrema e voluta inespressività (Filip Plawiak, nato come modello di pubblicità, dunque perfetto) che lo fa somigliare a un sonnambulo o – se proprio si vuol trovare un riferimento cinematografico – all’assassino sotto ipnosi, il Cesare de “Il Gabinetto del dottor Caligari”, il capolavoro di Robert Wiene. Ma qui lo stile anzichè espressionista è ricercatamente realista. Koszalka crea un’atmosfera fantasmatica, livida e malata partendo da una ricostruzione minuziosa, al limite del feticismo iperrealista, di quegli anni Sessanta polacchi in cui si sente incombere il regime comunista con tutta la sua oppressività. Interni spogli e squallidi, di quella povertà che solo il socialismo reale, e quel senso di ristrettezza materiale, di avvilimento, di paura, di sospetto che era allora in tutti i paesi detti d’oltrecortina. Tutto è glaciale, plumbeo. Con quell’incipit in un miserando lunapark stretto in una gola rocciosa senz’aria e senza speranza che dà subito la cifra stilistica del film. Altro che “Le vite degli altri”, qui siamo ben oltre, tra cucine e tinelli da stringere il cuore, e obitori con tavoli anatomici, e studi di medici e veterinari sinistri, tra piscine e spogliatoi spartani per atleti sottoposti a una disciplina militare.
Uno dei migliori titoli polacchi degli ultimi anni, all’interno di un panorama nazionale tra i più interessanti e ricchi del cinema europeo.

Autore: Redazionale

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