Un thriller di anime riscoperto da Minimum Fax. ‘Il fiore della notte’ di Herbert Lieberman

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Il fiore della notte

Herbert Lieberman

 

Titolo originale: Nightbloom (1984)

Traduzione: Tullio Dobner

ISBN: 978-88-3389-070-8

Pagine: 465

Pubblicazione: giu 2019

 

A New York la primavera annuncia ogni volta una rinascita: il clima si fa mite dopo i rigori dell’inverno, e la luce si ferma più a lungo, tenendo lontana la notte e i suoi orrori. Per il detective Francis Mooney, ormai anziano, solitario e insofferente a ogni regola ma tollerato dai superiori per i tanti casi risolti che lo rendono pressoché intoccabile, aprile è davvero il mese più crudele, perché è proprio in questo periodo che, ogni anno, un misterioso assassino uccide le sue vittime. Qualsiasi passante si trovi nella zona dei teatri intorno alle dieci di sera, l’ora in cui la folla è più numerosa, può diventare il bersaglio ignaro di un grosso blocco di cemento lasciato cadere dal tetto di un palazzo. Le vittime sono ormai cinque, e la polizia insiste ad archiviare le loro morti come “accidentali”, ma Mooney è certo che dietro l’apparente casualità di questi incidenti si nasconda la mano di un serial killer. Comincia così un’indagine serrata, solitaria e ossessiva, che porterà il detective a fare i conti con Charles Watford, un personaggio inconsueto, inaffidabile e pericoloso che però è anche l’unico a poterlo aiutare nella ricerca della verità. Thriller insolito e originale, ricco di pathos e di personaggi che rimangono impressi nella memoria, Il fiore della notte conferma l’unicità e il talento di uno scrittore finora ingiustamente trascurato: forse perché è troppo in anticipo sui suoi tempi.

 

Era in piedi sul tetto, con le mani giunte e i gomiti puntati sul parapetto di cemento. Una dolce brezza primaverile gli tormentava l’orlo dei pantaloni e gli sollevava il bavero. Entro breve sarebbe piovuto, lo si poteva percepire dalle esalazioni delle foglie sparse e dei bidoni pieni di spazzatura, qualcosa di molle e dolciastro che saliva a ondate dal basso.

A intervalli una lama di luce squarciava il cielo verso occidente. Da quell’altezza, dal settimo piano, la città sembrava un vecchio tappeto su cui fosse stato sparso un miliardo di monetine luccicanti. Le insegne al neon e le luci prismatiche del congestionato quartiere dei teatri stampavano in cielo un bagliore di un rosso vivido, come se sotto stesse imperversando uno di quei fuochi vendicatori e purificatori del Vecchio Testamento.

Si faceva ballonzolare in una mano dei sassolini e dei frammenti di scisto che aveva raccolto dalla terrazza incatramata. Ci giocava come se sgranasse un rosario o leggesse il futuro. Poi, con un’espressione assente, quasi sognante, ne gettava uno o due nel tremolio delle calde pozze di luce dove fiumane di persone vuotavano i teatri per incamminarsi verso l’invitante fulgore arancione delle vetrine dei bar.

Era assente, come se non si rendesse conto di quello che stava facendo. In faccia aveva l’espressione dolce e placida di chi è immerso nella nebbia di un ricordo immensamente piacevole, in un passato indistinto e quasi dimenticato. Lentamente, con un gesto elegante e misurato, sollevò il braccio e un altro sassolino disegnò un arco che partiva dalla sua mano per finire nel vuoto sottostante.

Francis Mooney grugnì e fermò i suoi centoventi chili accanto alla sporca incerata rigonfia per terra. all’angolo tra la Quarantanovesima Ovest e l’Ottava Avenue. Era già passata la mezzanotte, ma la folla formava ancora un cerchio silenzioso e attento attorno a lui. Una macchina della polizia gracchiava di tanto in tanto il catalogo dei crimini della notte. Piegato sulle ginocchia, Mooney sollevò un angolo dell’incerata e la tenne con delicatezza tra il pollice e l’indice, come se fosse una tovaglia di pizzo. Era un gesto sorprendente per un uomo della sua stazza. Sotto l’incerata c’era il cadavere di un adulto esile, sulla quarantina, con due occhi fissi e sbarrati. Sulla destra del cranio sporgeva una protuberanza tondeggiante, rosa come un’ortensia appena sbocciata. Mooney fece attenzione a non calpestare con le suole delle vecchie scarpe nere il rigagnolo di fanghiglia rossa che colava sul marciapiede da sotto l’incerata. Non lontano dal corpo c’era un blocco di calcestruzzo largo trenta centimetri, spesso dieci, che pesava a occhio una ventina di chili. A giudicare dall’altezza da cui era caduto, al momento dell’impatto doveva aver raggiunto una velocità di quasi trecento chilometri orari per poi spezzarsi in quattro parti praticamente identiche.

«L’ha schiacciato come una noce», mormorò Mooney, più a se stesso che al poliziotto chino su di lui. Per un istante gli riapparve il cranio molle fracassato sotto l’incerata.

«Sembra caduto dal tetto», rispose il poliziotto. Mooney guardò su a bocca aperta. Gli occhi un po’ sporgenti risalirono la facciata di mattoni dell’edificio. «Probabilmente è venuto giù da quel comignolo».

«È stato identificato?»

«Si chiama Ransom», rispose il poliziotto, facendo scorrere le pagine di un piccolo blocco. «John Ransom. Quarantatré anni. Musicista. L’indirizzo sulla sua tessera del sindacato è Quarantasettesima Ovest, numero 443, a pochi isolati da qui. Probabilmente stava tornando a casa».

«Qualcuno ha visto?», chiese Mooney senza alzare la testa.

«Quel ragazzo», rispose uno dei curiosi. Mooney non sapeva dire se il ragazzino nero che gli si era improvvisamente parato davanti fosse arrivato di sua volontà o vi fosse stato spinto. Comunque, era lì.

«Come ti chiami, amico?»

«Cleveland».

«Cleveland e poi?»

Il ragazzo pronunciò il suo cognome, che si perse da qualche parte, tra i rumori della strada e la paura che gli serrava la gola.

«Non ti sento, Cleveland. Togli la mano dalla bocca, quando parli. Allora, come ti chiami?»

Il ragazzo deglutì a fatica. «Gaynes».

Mooney lo fissò. Era un ragazzino macilento, con grandi occhi spaventati.

«Quanti anni hai, Cleveland?»

«Sedici».

Mooney valutò che in realtà doveva averne undici o dodici. Era uno di quei cani senza collare che scorrazzavano regolarmente per Times Square. Una vita da pidocchi, pensò Mooney. «Abiti da queste parti?»

Il ragazzo sbarrò gli occhi, senza espressione.

«Dove abiti? Dove vai a dormire?»

La folla premeva in avanti e il ragazzino esitò un attimo.

«Nella Centotrentottesima».

«E poi?»

«St. Nicholas».

«È la tua tana?»

«Di mio cugino».

Mooney lo guardò scettico.

«Hai visto com’è successo, Cleveland?»

Il ragazzino guardò il rigagnolo rosso e il fagotto senza nome con le scarpe che spuntavano dall’incerata. La folla avanzava sempre di più mentre Mooney aspettava, accucciato sulle gambe.

«Hai visto com’è successo, Cleveland?», chiese un’altra volta.

Il ragazzino indicò la lastra di cemento. «È caduta dal tetto».

«Da dove, indicamelo con il dito. Il punto esatto».

La testa del ragazzo si voltò verso l’edificio e i suoi occhi percorsero la facciata di mattoni grigi e le finestre illuminate dalle quali si sporgevano in pigiama gli inquilini incuriositi. «Da là».

Gli occhi di Mooney seguirono l’indice del ragazzino fino a un punto in cima al palazzo, appena sopra e a sinistra dell’ultima rampa della scala di sicurezza. «Hai visto qualcuno gettarla giù?»

Il ragazzino si guardò in giro a disagio.

«C’era qualcuno lassù, Cleveland?»

«Uh-huh».

L’interesse di Mooney si risvegliò. «Qualcuno che conosci?»

Senza la minima espressione, il ragazzino scosse la testa. «No».

«Ma hai detto di aver visto qualcuno che la buttava giù!»

«Uh-huh».

«Come hai fatto ad accorgertene?»

Il ragazzino alzò le spalle e fece una smorfia. «Niente. Ho guardato su e l’ho visto. E poi ho visto la roba venir giù».

«Dal punto che mi hai indicato?» Mooney puntò verso il cielo un dito tozzo.

«Hu-huh. Da là».

Nel frattempo la folla era aumentata. Altre due macchine della polizia erano arrivate sul luogo. Le luci rosse giravano mentre un furgone grigio dell’ufficio del medico legale chiamato per portar via il cadavere si faceva strada lentamente tra la gente.

«Non l’ha gettato giù nessuno, Mooney». Il poliziotto scriveva sul suo taccuino. «Dai retta a me. È caduto dal palazzo. Queste vecchie topaie stanno andando tutte a pezzi».

«Probabile», sospirò Mooney. Cominciava ad avere un crampo alla gamba. Drizzandosi in piedi sbuffò dal naso. «Penso che dovremo andar su lo stesso a dare un’occhiata».

Frank Mooney era un detective troppo grasso e fallito. Troppo grasso perché non poteva fare a meno di ingozzarsi, soprattutto di birra e di fritti, e fallito perché era un essere umano scontento e asociale in una organizzazione che imponeva il lavoro di squadra e la lealtà tra fratelli. In realtà Mooney aveva ben poco da dire di buono dell’umanità in generale, e niente del tutto dei poliziotti. Per lui nessuno era un fratello. Per di più aveva tutta una serie di abitudini che i poliziotti di solito non coltivano. Gli piacevano i cavalli, fino a rovinarsi. Non si era mai sposato né aveva mai cercato seriamente la compagnia regolare di una donna. Nel suo tempo libero non era contrario ad alleviare la solitudine tuffandosi nel West Side, dove le professioniste esercitano il loro mestiere.

Due volte era stato promosso detective di primo grado, capitano, e due volte era retrocesso al secondo grado; questo per (a) «comportamento non professionale»; (b) «abuso di autorità»; e (c) «comportamento non consono a un ufficiale di polizia».

Il suo livello di misantropia era tale che Mooney provava un perverso piacere nelle retrocessioni, e non si lasciava sfuggire l’occasione di gettarla in faccia ai colleghi più giovani, come per sfidarli a seguire il suo esempio.

Autore: Redazionale

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