La pietas degli scatti di Roberto Strano sulle “Strade senza ritorno”

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La pietas degli scatti di Roberto Strano sulle sue “Strade senza ritorno”

di Giuseppe Condorelli 18-06-2019

Je voyage pour connetre ma geographie” (in: Walter Benjamin, Parigi, capitale del XIX secolo)

Una scarpa sformata. Un parabrezza sfondato. I frammenti di un cd. Le lamiere ritorte di una macchina. Acciaio e pozze di sangue secco. L’immaginetta del Cuore di Gesù. Oppure un elicottero in sospensione: insetto metallico che volteggia sulla morte. E i corpi. Perché i soggetti per eccellenza – che il caso o la distrazione trasformano in oggetti privo di vita e di luce – sono proprio i corpi. Anzi, sono i corpi delle vittime degli incidenti stradali che Roberto Strano ha fotografato nel corso di quindici anni lungo le strade siciliane. E’ una sorta di personalissima geografia della carne straziata ma disinnescata da ogni spettacolarizzazione: Roberto Strano percorre, “con la consapevolezza della tragedia”, le sue “Strade senza ritorno” (PuntoStampa Editrice, Caltagirone, 2019).

Chiariamo: questi suoi scatti non celebrano nessuna mitologia dell’incidente, il feticcio-corpo-metallo-velocità tipico delle fantasmagorie visuali del contemporaneo, soprattutto cinematografico. Siamo all’opposto dei narcisismi ossessivi e patologici che Cronemberg declinava da Ballard in “Crash” (1996) o dalla compulsione onnipotente de “Lo sciacallo” (“Nightcrawler” di Dan Gilroy, 2014), in cui il protagonista – videomaker provetto – svincolandosi da ogni etica, manifesta il suo arrivismo senza scrupoli inventando e filmando sciagure di ogni tipo nelle strade desolate di una metropoli americana. In un’epoca da cui si sprigiona l’ossessione neutra di “stare a guardare”, di fotografare ora et nunc per puro godimento, Roberto Strano impone la disciplina del suo bianco e nero, la sua umanissima e sospesa contemplatio: come aveva fatto, per esempio, in De Senectute, lo splendido progetto dedicato all’ultima età della vita. Silenziosissima testimonianza dunque: queste immagini sono mute nell’intimo, svuotate di ogni possibile riferimento sonoro perché quei corpi disarticolati sull’asfalto, composti negli obitori, laceri o nudi, sembrano assorbire ogni cosa dentro la loro tremenda non-esistenza: la concitazione dei soccorritori, il brusio morboso dei curiosi, il pianto degli amici o dei compagni, lo strazio dei padri e delle madri. Le uniche presenze – una suora spaurita che telefona sul margine della statale, il sacerdote che impartisce una benedizione – sono puri accidenti, quasi reificate, feticci di quella che una volta era la vita pulsante, viva. Roberto Strano ci restituisce un universo di fratture definitive, irrimediabili. Il suo obiettivo è puntato verso un’interruzione intollerabile, da cui, appunto, non può esserci ritorno. Sembrerebbe che la stessa linea della mezzeria, che appare più volte lungo queste sue quarantatré immagini, costituisca una sorta di confine, il limes non solo tra vita e morte ma quello tra abitudine e compassione, frontiera soprattutto tra una orizzontalità continuamente esibita e sottolineata dall’inquadratura e un altrove che non deve essere svelato. Come se ci fosse – dietro i resti ormai inutili di una quotidianità per sempre dissolta – un spazio preciso, un punto esatto in cui pietà e partecipazione possano finalmente aggrumarsi. Ed è lì che Roberto Strano indirizza i nostri sguardi: fuori dalle immagini, fuori dalla nostra assuefazione. Lì dove si radica il mistero sacro della morte, di ogni morte. Anche se sulle tragedie del mondo si possono costruire carriere (ce lo aveva bene ricordato Billy Wilder con “L’asso nella manica”, 1955) Roberto Strano percorre strade diverse e lontanissime: le sue, in nome di una pietas alla quale si può e si deve fare ritorno.

Roberto Strano, Strade senza ritorno (PuntoStampa Editrice, Caltagirone, 2019) euro 15,00

Autore: Giuseppe Condorelli

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