Alieni come immigrati: un inno alla migliore fantascienza

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Alieni come immigrati: un inno alla migliore fantascienza

District 9

Oggi che l’Italia sembra svoltare definitivamente (?) verso la paura dell’altro, anche a causa di politici che danno in pasto gli immigrati ai cittadini spaventati dalla crisi economica, rivedo un film, District 9, uscito un decennio fa, che riconciliava con la migliore fantascienza, quella che sposava lo spettacolo alla causa sociale: un inno alla tolleranza, uno stimolo a guardare dentro i nostri timori. Il regista sudafricano Neil Blomkamp ritraeva gli alieni come gli stranieri del giorni nostri: gente disprezzata, sfruttata, torturata, respinta, perfino uccisa. Il film era un frullato di letture e visioni sedimentate da anni nei ricordi di lettori e spettatori, in particolare si ispirava al grande immaginario creato dalla narrativa fantascientifica degli ultimi cinquant’anni, che ci aveva abituato ad alieni, mutanti, rapporti interspecie, robot e cyborg.

L’incontro tra uomini e alieni è stato letterariamente sempre fonte di stimoli quando i migliori scrittori, adottando la tecnica dello straniamento, hanno aperto una porta nelle nostre coscienze. Non è stato facile. Pensate, ad esempio, alla pubblicazione nell’America puritana del secondo dopoguerra di romanzi innovativi come The Dreaming Jewels (1950) di Theodor Sturgeon in cui un ragazzo mutante, emarginato per la sua diversità, entrava in contatto empatico con degli alieni dalla sorprendente morfologia, appunto “i cristalli sognanti“ del titolo; oppure pensate a The lovers (1961) di Philip Josè Farmer, che raccontava per la prima volta in modo esplicito un rapporto erotico tra un uomo e un’aliena, gli amanti di Siddo. La letteratura fantascientifica nei suoi esiti migliori ha aiutato a capire e capirci. Spesso proprio nella sua variante più cupa e crudele, quella che ha immaginato mondi peggiori di quello reale. La distopia, il genere così chiamato in opposizione alla società felice dell’utopia, è, non a caso, un segno dei nostri tormentati tempi. Francesco Muzzioli, in Scritture della catastrofe (2007), esaminava decine di romanzi, soprattutto di anglosassoni, che negli anni hanno dato rappresentazione ai nostri peggiori incubi, quello di società dominate da regimi violenti e di umanità sopravvissute a spaventose catastrofi. Peccato che Muzzioli non vi potesse inserire, perchè pubblicati l’anno dopo, gli straordinari italiani La ragazza di Vajont di Tullio Avoledo e La fine dei giorni di Alessandro De Roma. Ambientati in una distopica Italia, che già prefigurava il razzismo e la violenza odierni.

Illustrazione per ‘La mano sinistra delle tenebre’ di Ursula Le Guin

Oggi assistiamo, però, ad un paradosso. Proprio quando i banchi delle librerie sono ricolmi di narrativa di genere – quella d’indagine soprattutto, nera o gialla che sia – ma non mancano certo i romanzi storici o rosa (nella moderna versione erotico/porno), e neanche il fantasy e l’horror, accade che la fantascienza, dopo decenni di successi, appare invece in ombra, proprio quando il fantastico sembra predominare in tutte le salse nei vari media, colonizzando – o meglio narcotizzando – il nostro immaginario spesso con prodotti scadenti. Come è possibile? Certo non è più il tempo ingenuo della prima “science-fiction“, quella fatta di navi interstellari, di pianeti proibiti, di astronavi ed eroi, quella che rispecchiava un’era di ottimismo e di benessere. La tragedia della seconda guerra mondiale, la bomba atomica risvegliavano scrittori e lettori dai sogni dei viaggi interspaziali e degli esotici mondi galattici. L’incertezza dei nuovi tempi, con la guerra fredda, apriva la strada alla paura.

Ci volle la cosiddetta età sociologica della fantascienza, iniziata nei ’50 del secolo scorso per percorrere la strada della maturazione del genere verso opere più complesse. Fantascienza e temi politici iniziarono allora un percorso comune. I protagonisti di quei nuovi romanzi non viaggiavano più per lo spazio profondo, ma si voltavano verso se stessi, nell’inner space della psiche, della quotidianità e del virtuale. Orwell, Pohl, Ballard, Vonnegut, Bradbury, Farmer, Sturgeon, Simak, Leibner, Dick, Le Guin, Gibson, per citarne alcuni, hanno contribuito a dare dignità letteraria alla fantascienza, liberandola dalla fissità del genere. L’hanno resa così appetibile da sollevare l’interesse di editori importanti e di famosi scrittori non specializzati che hanno imparato ad usare i paradigmi del genere per i loro romanzi. Questo vuol dire che la narrativa fantascientifica è stata assorbita definitivamente dalla letteratura mainstream? Se fosse così questo spiegherebbe il suo apparente eclissarsi. Il rischio, però, che si corre è la perdita della sua “popolarità”. In tal caso ci sarà ancora spazio per la fantascienza ironica e graffiante di nuovi Pohl e Sheckley, per la raffinatezzadei Delany, per la sensibilità politica degli Spinrad o per la crudeltà distopica dei Brunner? Ci salveranno le serie TV?

Autore: Pierluigi Pedretti

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