Watchmen: a proposito di cinema e fumetto

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Watchmen: a proposito di cinema e fumetto

Sono trascorsi dieci anni esatti dall’uscita nelle sale di Watchmen (marzo 2009) di Zack Snyder, settanta dall’apparizione del primo supereroe e circa venticinque dalla prima pubblicazione italiana del capolavoro fumettistico di Alan Moore e Dave Gibbons. I Guardiani hanno aleggiato intorno a noi per lungo tempo, vedi riedizioni, nuove versioni, prequel e sequel fumettistiche e riproposizioni del film. L’uscita nelle librerie di Watchmen fu dirompente all’epoca per i tanti cresciuti a pane e balloon, e ancora oggi, rileggendolo a distanza di tempo, se ne avverte la “classicità”. Urge, allora, dopo un decennio rivedere il film per (ri)valutare fedeltà o tradimenti (leggi: originalità) della trasposizione cinematografica.

“Who watches the watchmen?” urlano nel film i manifestanti durante i tumulti sociali repressi dai supereroi filogovernativi Gufo della Notte e il Comico, impegnati con brutalità a sedare le proteste popolari. Riammiriamo l’impianto sostanzialmente fedele al fumetto, ma ripartiamo dalle stesse domande di allora. Perché le maschere dei Guardiani sono solo latex e non il volto oscuro delle loro (cattive) coscienze? Perché la sospensione della incredulità non funziona appieno? Perché nel romanzo grafico è credibile l’incredibile e nel film no? Nel 1986 Alan Moore, con l’aiuto del disegnatore Dave Gibbons, rifondava – insieme all’americano Frank Miller – il genere superoistico e rivoluzionava il medium fumetto attraverso la lezione del grande Will Eisner, il creatore di Spirit. Se Miller riprendeva dal Maestro il particolare taglio grafico e la complessità narrativa per approdare infine alla rilettura di un Batman estremamente oscuro, quanto mai scisso tra bene e male, Moore riscriveva i suoi eroi in modo più letterario. Il suo, però, non era solo il debito verso Shakespeare, Shelley, Blake, Nabokov, ma anche verso la religione (Giobbe), la storia (Cromwell), le scienze (Einstein, Jung) e la musica (Dylan), soprattutto era la capacità di utilizzare tecniche narrative particolari e complesse (il cut-up di Borroughs) che gli consentivano di creare sceneggiature raffinatissime. Nello spazio chiuso della vignetta Moore inseriva un intero mondo di simboli e riferimenti colti, che spiazzavano il lettore. Come rendere al cinema un libro così complesso? L’autore britannico, infatti, si oppose inutilmente alla realizzazione del film. Anni prima, a Terry Gilliam, che voleva produrre il film, aveva risposto che Watchmen era stato pensato per essere solo un fumetto. Moore è figlio della tradizione ucronica e distopica anglosassone, che dal fantastico favolistico arriva dritto alla fantascienza di Orwell e Ballard, Dick o Vonnegut, senza disdegnare il miglior fumetto, come Luther Arkwright opera di Brian Talbot che ispirò il suo V for vendetta con tale successo di critica da portarlo oltre Atlantico. Nella patria di Batman e Superman riscrive criticamente, stravolgendolo, il “superuomo” americano, rimasto per decenni simbolo della società industriale, ma ormai non più rappresentativo del mondo liberista a guida tatcheriana e reaganiana. Sono finiti i tempi dell’innocenza, quando i supereroi facevano sognare un’epoca di ordine, pace e benessere.

La linea d’ombra è superata, i ragazzi sono cresciuti. Vietnam, rock psichedelico, droghe, emarginazione, periferie tumultuanti non sono passati invano. Figli dei nuovi tempi, essi non sono più modelli da imitare, non hanno in bocca la verità, nelle loro mani non c’è il Bene. Il Male è spesso loro compagno. Ispirato dalle parole di Giovenale – Quis custodiet ipsos custodes? (Satire VI, 347) – Alan Moore detta le regole di un altro universo. In questo mondo, in quegli USA c’è l’alto rischio di una guerra nucleare con l’Unione Sovietica, in Sud America ci sono le repubbliche marxiste, il presidente è ancora Nixon perché il Watergate non c’è mai stato, in Vietnam gli americani hanno vinto. La storia si dipana dalla New York del 12 ottobre 1985 quando viene rinvenuto il cadavere di un anziano supereroe, Edward Blake detto il Comico, buttato giù da un grattacielo. Odiato da molti egli era il longevo collegamento tra i vecchi eroi, i Minutemen degli anni ’30-’60, e quelli attuali. La sua morte innesca l’indagine di Rorschach, ben più pericoloso dei criminali a cui dà la caccia. Le pagine di Watchmen hanno poca azione, tanta invece è la riflessione, accentuata da veri e propri inserti giornalistici e narrativi, fondamentali per entrare nel mondo disilluso dei Guardiani, supereroi nevrotici, violenti, indifferenti, spesso psicopatici, quasi folkloristici con quei costumi variopinti, sfarzosi, a volte ridicoli. Essi sono più un ostacolo che un aiuto alle forze di polizia, tanto che sono stati messi fuorilegge. Non tutti si sono rassegnati al ritiro forzato, alcuni vivono seminascosti rimpiangendo i vecchi tempi, come il depresso e ingrassato Dan Dreiberg. Altri hanno continuato a lavorare sporco per la CIA. Invece Adrian Veidt, l’uomo più intelligente del mondo, ha fatto in tempo a costruirsi un immenso patrimonio. La bella Laurie, figlia ed erede in costume di Sally Jupiter, trascina stancamente le giornate non rassegnandosi all’indifferenza del compagno Jon Osterman, divenuto il sovraumano dr. Manhattan, che ha permesso la vittoria in Vietnam agli USA. La difficoltà del regista appare ovvia davanti a una materia così magmatica. Il Watchmen di Moore è così strabordante, a volte enfatico, retorico, prolisso, intenso, ma soprattutto così formalmente innovativo che non può che uscire impoverito da una “riduzione” cinematografica costretta alla sintesi. Le sottili e raffinate astrazioni del libro non sono fatte per Snyder, che è troppo coreograficamente glamour nelle immagini e nella violenza delle scene, predominanti sull’essenza di un testo, invece, altamente simbolico. Il film è certo gradevolmente scorrevole, ma chi non ha letto il libro non può capire la ricchezza che ha perso. Non è questione di spocchia intellettuale o di fanatismo fumettaro. Se Snyder voleva essere all’altezza di Moore avrebbe dovuto “tradurlo” e “tradirlo”. Non lo ha fatto e non ha segnato la storia.

Autore: Pierluigi Pedretti

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