Le “Strade senza ritorno” del fotografo Roberto Strano a Misterbianco

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Le “Strade senza ritorno” del fotografo Roberto Strano a Misterbianco

Non passione, ci vuole, ma compassione, capacità, cioè, di estrarre dall’altro la radice prima del suo dolore e di farla propria senza esitazione.” (F. Dostoevskij, L’idiota)

Un lavoro durato quasi vent’anni. Che ha avuto bisogno di sedimentare, di maturarsi. Per questo Roberto Strano, fotografo calatino,ha trattato il tempo con rispetto” come diceva Cartier-Bresson. Quel tempo che gli ha dato la possibilità di acquisire un linguaggio, uno stile. Adesso, a quarantacinque anni, Roberto Strano è un fotografo professionista di fama internazionale che si dedica essenzialmente ai reportage di carattere sociale. La sua ultima pubblicazione – “Strade senza ritorno” (PuntoStampa Editrice, Caltagirone, 2019) – è una sorta di personalissima mappa dello strazio – ma disinnescato da ogni spettacolarizzazione – che l’autore traccia “con la consapevolezza della tragedia”.

Un lavoro sulla prima causa di morte: gli incidenti stradali. Scatti duri, in bianco e nero: un parabrezza sfondato; le lamiere ritorte di una macchina; oppure un elicottero in sospensione: insetto metallico che volteggia sulla morte. E i corpi, soprattutto. Perché i soggetti per eccellenza sono proprio i corpi. Anzi, sono i corpi delle vittime di quegli incidenti che Roberto Strano ha fotografato lungo le strade siciliane. E’ stato lui il protagonista a Misterbianco (Catania) dell’“Incontro con l’Autore” organizzato dall’associazione di cultura fotografica “Camminare, camminare, camminare”. Un incontro informale nel quale Roberto Strano, introdotto da Santo Palmeri, presidente del sodalizio, ha ripercorso le tappe della sua formazione e tracciato la sua poetica fotografica: “Fotografo per raccontare, per non dimenticare, per non smettere di guardare”. Appartengo ad un’isola felice – riconosce tra l’altro Strano – perché l’arte fotografica annovera tra i grandi maestri di fama internazionale proprio tanti nostri conterranei: dai fratelli Scafidi – che documentarono lo sbarco alleato e riuscirono pure a fotografare l’allora introvabile Salvatore Giuliano – a Enzo Sellerio; da Letizia Battaglia a Ferdinando Scianna. Fino all’insospettabile amico Peppuccio Tornatore che prima di essere un cineasta ha cominciato proprio come fotografo. “Ecco: io mi sento onorato di fare parte di questa schiera”. La svolta per lui arriva nel 2003 quando si aggiudica il Premio Europeo “Human Work”. Si susseguono le esposizioni in Italia e all’estero e, contestualmente all’omonima mostra, la prima pubblicazione (arricchita dai testi di Ferdinando Scianna e di Pippo Pappalardo): “Guardami Dentro” (2007). Sono scatti che documentano l’esperienza all’interno di una comunità terapeutica di un dipartimento di salute mentale. Lo straordinario lavorosotto copertura” in Brasile, poi, due anni prima dell’inizio dei Mondiali di Calcio, per documentare il fenomeno del turismo sessuale nei confronti dei minori tra i 4 e i 10 anni è una esperienza forte, che lascia il segno: “In giro per le favelas di Fortaleza – racconta Strano – fino a quelle di San Paolo, comprese quelle davvero pericolose del Nord-Est. Ma l’abuso sessualesottolinea – si consuma soprattutto nelle zone dei grandi alberghi paulisti, dove è evidente l’interesse economico.” Ogni anno quasi mezzo milione di bambini sono vittime della prostituzione nel solo Brasile e l’80% di questo turismo è europeo. “Sorprendentemente i grandi quotidiani, anche internazionali – aggiunge Strano – avevano spesso difficoltà a pubblicare quelle notizie, ad esclusione dei giornali britannici.” Questo reportage diventerà la prima grande mostra contro il turismo sessuale in Brasile proprio in occasione dei mondiali del 2014. Gli scatti del recentissimo “Strade senza ritorno” mantenendo il taglio sociale, non celebrano nessuna mitologia dell’incidente, il feticcio-corpo-metallo-velocità tipico delle fantasmagorie visuali del contemporaneo. Roberto Strano ci restituisce un universo di fratture definitive, irrimediabili. Il suo obiettivo è puntato verso un’interruzione intollerabile, da cui, appunto, non può esserci ritorno. Sembrerebbe che la stessa linea della mezzeria, che appare più volte lungo queste sue quarantatré immagini, costituisca una sorta di confine, il limes non solo tra vita e morte ma quello tra abitudine e compassione, soprattutto una frontiera tra una orizzontalità continuamente esibita e sottolineata dall’inquadratura e un altrove che non deve essere svelato. Ed è lì che Roberto Strano indirizza i nostri sguardi: fuori dalle immagini, fuori dalla nostra assuefazione. Lì dove si radica il mistero sacro della morte: di ogni morte. Anche se sulle tragedie del mondo si sono costruite carriere e fortune Roberto Strano ha invece scelto strade diverse e lontanissime “senza ritorno”,cercando di fare diventare chi guarda le immagini un individuo diverso”.

Giuseppe Condorelli 22-05-2019

Autore: Giuseppe Condorelli

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