La cinquina del Premio Campiello 2019, tra i finalisti anche ‘Il gioco di Santa Oca’ di Laura Pariani

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A Padova la Giuria dei letterari del premio Campiello 2019 ha scelto (al ballottaggio) la cinquina. Non mancano le sorprese. A Marco Lupo il premio per l’Opera Prima

Per Carlo Nordio, presidente (confermato) della Giuria dei letterari del premio Campiello 2019, “i libri candidati sono molti e la qualità è stata molto alta quest’anno”. Più dell’anno scorso, quando non mancarono le polemiche. Le parole di Nordio sono state pronunciate a Padova, dove si è appena conclusa la lunga mattinata dedicata alla votazione della cinquina del Campiello. La giuria ha letto e giudicato oltre 300 libri (92 i testi segnalati, tra cui 14 pubblicati da Einaudi) e, alla fine, dopo una discussione come di consueto dall’esito non scontato, ha scelto i seguenti titoli: Il gioco di Santa Oca (La Nave di Teseo) di Laura Pariani,  La vita dispari (Einaudi) di Paolo ColagrandeCarnaio (Fandango) di Giulio CavalliLo stradone (Ponte alle grazie) di Francesco Pecoraro  e Madrigale senza suono (Bollati Boringhieri) di Andrea Tarabbia, che nel ballottaggio finale ha superato Il dono di saper vivere (Einaudi) di Tommaso Pincio.

Il romanzo di Laura Pariani, scrittrice appartata e straordinaria, si svolge nell’autunno del 1652. Un pugno di uomini, stanchi di subire le angherie dei nobili e dei soldati che razziano i paesi della brughiera lombarda tra una battaglia e l’altra, si raccoglie intorno a Bonaventura Mangiaterra, un capopopolo che affascina i suoi compagni con la Bella Parola, una versione personale e ribelle delle storie della Bibbia. Bonaventura diventa presto una leggenda tra i contadini e i poveri: ha carisma, saggezza e una lingua sciolta con cui predica la libertà, in breve la sua banda cresce di numero e forza, minacciando il potere costituito. Per fermare la rivolta, l’Inquisizione e i nobili della zona schierano in de spie e un esercito poderoso, ma quando riusciranno ad arrivare a Bonaventura, una sorpresa metterà in discussione tutte le loro certezze. Vent’anni dopo, la cantastorie Pùlvara ripercorre le stesse brughiere che hanno vissuto l’epopea di Bonaventura e della sua banda. La donna si era unita in gioventù a quegli uomini valorosi travestendosi da maschio e ora, in cambio di ospitalità, racconta ai contadini le loro imprese. Mano a mano che quelle gesta eroiche rivivono nelle sue parole, Pùlvara si avvicina sempre di più, come in un gioco che diventa reale, al mistero della vita di Bonaventura Mangiaterra.
Un romanzo di ribellione e libertà, la storia di un sogno di giustizia e di una donna coraggiosa che sfida le convenzioni del suo tempo.

Luca Doninelli

«Le ragioni per cui mi sono deciso a questo passo, per me non abituale, sono sostanzialmente due. La prima è che Il gioco di Santa Oca è un libro molto bello e singolare, capace di offrire al lettore sia una storia esemplare, che celebra (come sempre fa, sopra o sottotraccia, la grande narrativa) la forza e la bellezza delle nostre esistenze individuali, l’inarrestabile energia che nasce dal nostro bisogno – spesso soffocato da mille Persuasori più o meno occulti – di essere i protagonisti della nostra vita, di non delegare a nessuno il nostro pensiero e la nostra presenza su questa terra; e insieme celebra la Memoria come grande alleata di questa necessità elementare. “Tutto cospira a tacere di noi” diceva Rilke nelle Elegie duinesi, ed è proprio così: si chiami clero, si chiamino social media, si chiami pensiero unico, si chiami identitarismo, c’è sempre qualcosa o qualcuno che vuole pensare al nostro posto. Il gioco di Santa Oca è un inno alla libertà di tutti colori che Vàclav Havel chiamava “i senza potere”. La seconda ragione sta nella lingua con la quale Pariani “mima” il mondo (siamo nel Seicento lombardo) che ci racconta: una lingua folle e visionaria, spesso esilarante, che coraggiosamente mescola codici diversi, una lingua dell’ignoranza incapace di nascondere le proprie perfidie e porta alla luce dialetto, ecclesiale, lingua giuridica, germanismi, ispanismi, francesismi con buffi ammiccamenti ad espressioni che sono, viceversa, del nostro tempo. Che è, poi, l’essenza – affermata fin dal tempo del Porta e poi giù, con Gadda, Testori, il Fo di Mistero buffo, Pagliarani e non cancellata ma solo nascosta in filigrana perfino dal Manzoni – della lingua lombarda, che tutto è tranne che gelosamente identitaria. Il nostro splendido nord è tale perché da sempre spalancato a ogni vento, grazie alle “mal vietate Alpi”, e non ha mai sopportato di autodefinirsi in confini culturali ristretti. Siamo insieme romani, cristiani, barbari e illuministi, fedeli perché eretici, eretici perché fedeli. Laura Pariani entra in questa scia con la brillantezza di cui solo chi è straniero al mondo è capace. E tale è Laura Pariani, per la quale mi permetto aggiungere una terza, personalissima motivazione. Questa eccellente scrittrice non ha ricevuto dalla cultura italiana nella misura in cui ha dato, sempre con generosità e senza fare calcoli (vizio che viceversa opprime molte menti brillanti del nostro Paese). Sarebbe giusto, a mio parere, restituirle qualcosa nella forma di un riconoscimento che merita abbondantemente.»

A Padova annunciato anche il vincitore del premio Campiello Opera PrimaMarco Lupo, autore di Hamburg – La sabbia del tempo scomparso (Il Saggiatore).L’appuntamento con la serata finale, al Teatro La Fenice di Venezia, è per il 14 settembre. Condurrà la serata Andrea Delogu. E al posto della Giuria dei letterari a decretare la vincitrice o il vincitore ci saranno 300 lettrici e lettori, rigorosamente anonimi.

Autore: Redazionale

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