Scrutare il passato per leggervi il presente: “Alcibiade” di Renato Pennisi alla Sala Magma di Catania

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Scrutare il passato per leggervi il presente: “Alcibiade” di Renato Pennisi alla Sala Magma di Catania

di Giuseppe Condorelli 02-06-2019

CATANIA – Ma perché proprio Alcibiade? Un “paraculo” passato ormai alla storia, incostante e mutevole, uno che simulava la balbuzie, che Plutarco nelle sue “Vite parallele” bacchetta ferocemente, offrendoci il ritratto di un uomo tanto ambizioso quanto egoista, il quale, nonostante la “nascita nobile, le ricchezze, il valore dimostrato in battaglia e le molte relazioni di amicizia […] giudicò che nulla gli avrebbe dato tanto potere sulla folla, quanto il fascino della parola”. E allora solo un poeta come Renato Pennisi poteva restituircene l’essenza – “il fantasma di Alcibiade, ha detto, si è aggirato nei miei pensieri per molti anni” – attraverso la forza della poesia e solo un regista con la sensibilità di Salvo Nicotra trasformarlo – rigettando sia ogni opzione “mimetica”, sia lo “spirito predicatorio da proporre, additare, inculcare” – in un atto unico denso e profondo, prodotto dal Centro Magma in collaborazione con le associazioni Terre Forti e Darshan, in scena proprio sui legni della Sala Magma di Catania. 

Alcibiade – e nei suoi panni, le capacità espressive di Antonio Caruso, in grado di reggere un’ora di monologo offrendo i molti volti e le molte anime del protagonista, sono assolute – è uomo con la “morte dietro e davanti la sua vita”: capriccioso discepolo di Socrate, trascinante oratore (anche a detta dello stesso Demostene), strategos e artefice di una delle peggiori disfatte di Atene: la spedizione contro Siracusa (416-415 a. C.) da lui stesso fomentata e condotta. Trasformista ante litteram, non ebbe reticenze a tradire la sua stessa polis, prima per i Persiani successivamente per gli Spartani, finendo poi assassinato per mano di un sicario. Dunque una personalità multipla, un populista affamato di gloria che lungo una sorta di “dialogo mancato” con la divinità (e con il maestro Socrate), rammemora e ricompone i momenti salienti di una esistenza letteralmente assoluta: sciolta cioè da ogni regola morale, da ogni superiore interesse che non fosse l’accrescimento individuale, la smania di grandezza, l’ambizione smodata.  E la compostezza della parola poetica di Pennisi, atteggiata ad un registro classico e grave si rovescia, in una sorta di negativo, nell’agire di Alcibiade/Caruso, nella sua spregiudicatezza politica nell’inaffidabilità, nella sua assoluta indifferenza ideologica, nel suo disprezzo per gli ideali democratici. Gioca Alcibiade, col suo e coi destini degli uomini, simbolicamente rappresentati dai ciottoli che sistematicamente rimesta, estraneo al sentimento della carità della sua patria Atene, la “città scellerata”, cui si sente legato solo da motivi di utilità personale. L’intelligente minimalismo della regia di Salvo Nicotra carica i pochi ma essenziali elementi di scena (pensati insieme a Donatella Marù) di un valore allusivo: le due armature – ad indicarne la doppiezza; una gomena: a rievocare la spedizione navale in Sicilia ed il legame fortissimo con l’ego; un altare per l’esaltazione narcisistica. Il tutto sottolineato dal sostrato ritmico e arcaicizzante delle musiche originali degli “Oi Dipnoi” (Valerio Cairone, Marco Carnemolla e Mario Gulisano). Questo riuscito “Alcibiade” di Pennisi/Nicotra ci pare insomma un’altra tappa di un lavoro, nel tempo lungo dell’ispirazione, sull’humana conditio (e del suo rapporto col sacro) che già si era dispiegata in “Oratorio di Resurrezione”, offrendoci la tensione umana di questo “predestinato”, scrutandone le solitudini, lasciandolo colloquiare col proprio irrequieto daimon, specie nel finale onirico e oscuro in cui Alcibiade si sogna: forse tra le braccia della cortigiana Timandra che lo imbelletta o mentre Megeo sta per decapitarlo e bruciarne il corpo. Una narrazione circolare dalla quale comunque affiora prepotente – e qui aggiriamo volutamente le discretissime dichiarazioni di regia – il clima ideologicamente sfacciato e prepotente così del V secolo a. C. come del nostro. Ma può bastare, oggi, per riscattarsi, affidarsi ad un dio che ascolta?  Tenere in mano un rosario?

Autore: Giuseppe Condorelli

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