Pamela Villoresi presenta ‘Traghetti’, la nuova stagione del Teatro Biondo di Palermo

  

Pamela Villoresi presenta “Traghetti”,

la nuova stagione del Teatro Biondo di Palermo:

incroci di culture, sinergie con i teatri e le istituzioni del territorio,

una rassegna di rilievo internazionale, con un omaggio a Leonardo,

e un articolato progetto sulla formazione

 

Pamela Villoresi, da poco insediata alla direzione del Teatro Biondo di Palermo, ha presentato stamani la nuova stagione del Teatro, insieme al Presidente Giovanni Puglisi e alla presenza del Presidente della Regione Sicilia Nello Musumeci e del Sindaco di Palermo Leoluca Orlando.

Una stagione ricca di eventi, con 34 spettacoli (13 in più della scorsa stagione) distribuiti nella Sala Grande, nella Sala Strehler e al Teatro Montevergini, che sarà riaperto al pubblico. Grandi nomi del teatro nazionale – da Gabriele Lavia a Glauco Mauri, da Elisabetta Pozzi a Franco Branciaroli, da Mariano Rigillo a Maddalena Crippa, da Emma Dante a Vincenzo Pirrotta, da Mascia Musy a Davide Enia – e della scena internazionale – da Jan Fabre a Shantala Shivalingappa, interprete di Pina Bausch. Alla grande coreografa tedesca, scomparsa dieci anni fa, il Biondo dedicherà un articolato progetto in collaborazione con il Teatro Massimo, che prevede una mostra, la proiezione di un film inedito su Palermo Palermo e un laboratorio finalizzato alla riproposta dello spettacolo, realizzato trent’anni fa per la città di Palermo, che sarà interpretato anche da danzatori siciliani, dopo un training coordinato dai maestri della compagnia del Tanztheater Wuppertal.

Significativamente intitolata Traghetti, la prima stagione diretta da Pamela Villoresi, che immagina il Biondo come un «Teatro delle Culture», vuole trasmettere il senso del viaggio, del traghettamento tra epoche e generazioni diverse, di un dinamismo che riflette lo spirito della nostra epoca: «Umanità in movimento – afferma Villoresi – per fame, per paura, verso la pace, la dignità; per sapere, per conoscere, per crescere, per non morire. Le culture come veicoli, strumenti, motori, ponti: traghetti. Noi partiamo da Palermo, noi approdiamo a Palermo».

 «La declinazione al femminile della Direzione del Teatro Biondo di Palermo ha detto il presidente Puglisiè ad oggi la nota più luminosa della nuova stagione del Biondo. Pamela Villoresi non solo esprime e riassume un curriculum artistico di grande spessore, ma anche racconta, con la sua vita culturale per intero svolta nel teatro, per il teatro e per le altre forme di spettacolo alle quali si è dedicata, e con la sua reputazione professionale, una storia d’amore teatrale affascinante e insieme carica di suggestioni e di promesse. La nuova stagione teatrale, fin dal suo nome, Traghetti, vuole essere un messaggio e insieme un augurio: il messaggio sta nella sapiente costruzione di un cartellone che, senza allontanarsi dall’indirizzo della programmazione triennale, vuole segnare il senso del passaggio non già e non solo come attraversamento, ma anche e soprattutto come congiunzione, come trasferimento ideale di culture e di rappresentazioni, dove la scena si confonde con la vita e gli incroci non sono metafore del caso, ma icone del destino. Il programma di quest’anno, come un traghetto, è una “nave aperta”, aperta agli autori, agli artisti, al pubblico, alla critica, aperta a quanti, con spirito libero e critico, vogliano cogliere il senso del viaggio e attendere la fine prima di alzare o capovolgere il pollice».

 «L’apertura della stagione di prosa del Teatro Biondo di Palermo è un momento di grande riflessione e di rinnovata consapevolezza delle proprie radici ha detto il Presidente della Ragione Nello Musumeciinsieme all’indicazione di un percorso di rilancio della cultura di una città e del suo territorio. La direzione artistica del Biondo, affidata per la prima volta a una donna di grande esperienza e sensibilità non può che rappresentare l’inizio di una nuova avventura culturale, il desiderio di altre mete e la volontà di raccogliere le sfide nel racconto della vita e delle sue metafore. Il nome stesso dato al cartellone 2019-2020 rimanda all’idea del movimento, dell’inclusione, del viaggio, della capacità di ascolto, dell’attenzione nei confronti di realtà sconosciute, del progetto di una rete con i teatri minori dell’Isola, che la Regione Siciliana vuole rilanciare e sui quali ha già investito affinché tornino al loro antico splendore e alla piena efficienza. È per questo che rivolgo al Teatro Biondo, e a tutti coloro che ad esso dedicano energie e passione, il mio più sentito augurio di buon lavoro. Lo faccio ben consapevole del valore della funzione che il teatro ha quale punto di riferimento di un’identità e strumento insostituibile di formazione delle coscienze e di crescita morale in una città ormai accreditata tra le “capitali culturali” d’Italia e in una Sicilia che si candida a divenire naturale palcoscenico del Mediterraneo».

Per il Sindaco di Palermo Leoluca Orlando, la nuova stagione del Biondo «conferma la grande sintonia fra la nuova Direzione e la città. Una sintonia culturale e di prospettiva prima di tutto e che vuole procedere nel solco del rilancio già avviato con la precedente Direzione. Quella che presentiamo è una stagione che affonda le sue radici nella città e nella sua dimensione interculturale. Una stagione teatrale che con le parole della Direttrice fa proprio fino in fondo il nostro ricordare che a Palermo “Io sono persona, noi siamo comunità”, a testimoniare che la cultura e le culture possono essere il motore del cambiamento positivo, dello sviluppo rispettoso dei diritti e delle identità di tutti e di tutte. Allo stesso tempo una stagione che vuol mettere le ali al Biondo, che guarda lontano e alla prospettiva che tutti, i Soci, il C.d.A., la Direttrice e i lavoratori del Teatro guardiamo come obiettivo alla nostra portata: quello di fare del Biondo un Teatro nazionale. Un Teatro che da Palermo porti con l’arte in Italia ed oltre la nostra visione dell’essere persona e dell’essere comunità».

Tra gli eventi più spettacolari della nuova stagione, in occasione dei 500 anni dalla morte, il Biondo proporrà Leonardo della compagnia NoGravity di Emiliano Pellisari, che darà forma agli straordinari progetti dell’artista italiano, un mix di danza, illusionismo e acrobazia che rievoca le fantasticherie del teatro rinascimentale.

Tra le proposte internazionali, arriva a Palermo per la prima volta il poliedrico e discusso artista fiammingo Jan Fabre, con lo spettacolo autobiografico The Night Writer, affidato alla straordinaria interpretazione di Lino Musella, mentre Shantala Shivalinguppa interpreterà Swayambhu. Apprezzata interprete di kuchipudi, danza indiana classica, nervosa e raffinata nei suoi cambi di ritmo, Shantala riesce a creare spettacoli originali, facendo dialogare tradizione e modernità. Nella sua danza nei quali si intravedono le molteplici influenze di cui è intessuto il proprio percorso artistico: da Maurice Béjart a Bartabas, da Peter Brook a Pina Bausch.

Tra le produzioni del Biondo, hanno una particolare valenza sociale Bengala a Palermo e Non tacere. Il primo è un progetto di Daniela Morelli affidato alla regia di Marco Carniti, che coinvolgerà la vasta comunità indiana della città. Laboratori, incontri, interviste, racconti, documentati dagli allievi del Centro Sperimentale di Cinematografia, confluiranno in uno spettacolo basato sulle storie degli indiani a Palermo, sulla loro cultura e sui rapporti con la città. Non tacere è una trilogia sul femminicidio dedicata a Pippa Bacca, Ilaria Alpi e Palmira Martinelli. Tre modi di essere radicalmente donne, fino al sacrificio e alla rinascita.

In cantiere anche un originale allestimento del Marat Sade di Peter Weiss, affidato alla regia e all’interpretazione di Claudio Gioè, una potente riflessione sullo scontro tra ragione e sentimento, tra senso dello stato e libertà individuali: «Mi sembra – afferma Gioè – che una riflessione sul senso della rivoluzione francese che provenga dal sud d’Europa oggi possa essere utile e necessaria».

Tra le altre produzioni e coproduzioni: Esodo, il nuovo spettacolo di Emma Dante interpretato da Sandro Maria Campagna e dagli allievi attori della “Scuola dei mestieri dello spettacolo”, che inaugurerà la stagione il 25 ottobre dopo il debutto in prima assoluta (il 4 luglio) al Festival dei 2 Mondi di Spoleto, la ripresa de L’abisso di Davide Enia, appena insignito del “Premio Hystrio Twister”, Sei di Scimone e Sframeli ispirato ai Sei personaggi di Pirandello, I giganti della montagna di Pirandello nella messa in scena di Gabriele Lavia, L’ultima notte del Raìs di Yasmina Khadra per la regia di Daniele Salvo, To play or to die di Giuseppe Provinzano, Nel nome del padre di Luigi Lunari per la regia di Alfio Scuderi, Il contrabbasso di Patrick Süskind per la regia del tedesco Henning Brockhaus e Viva la vida, tratto dal romanzo di Pino Cacucci sulla vita e l’opera di Frida Khalo, che sarà interpretato proprio da Pamela Villoresi.

Grazie a un accordo col Piccolo Teatro di Milano sarà in stagione anche il mitico Arlecchino servitore di due padroni di Carlo Goldoni nello storico allestimento di Giorgio Strehler, mentre Pamela Villoresi annuncia di avere ottenuto i diritti per il riallestimento di un altro celebre spettacolo strehleriano: L’isola degli schiavi di Marivaux.

Sono numerose le collaborazioni con istituzioni culturali e strutture del territorio che la nuova direzione del Teatro ha già avviato o perfezionerà nel corso della stagione, tra l’altro con l’Università degli Studi di Palermo, in vista della trasformazione in corso di laurea della Scuola di teatro; con il Centro Sperimentale di Cinematografia per la realizzazione di documentari legati alle produzioni teatrali; con il Teatro Massimo di Palermo per la realizzazione di scene e costumi e per un articolato progetto di formazione professionale e promozione culturale; col Piccolo Teatro di Milano per la realizzazione di corsi professionali; con l’Accademia di Belle Arti per la realizzazione di scenografie e per la grafica della stagione; con il Teatro Libero di Palermo, il Festival del Teatro Bastardo, le Orestiadi di Gibellina, l’Inda, il Festival delle Letterature Migranti, l’Associazione Amici del Teatro Biondo.

Inoltre, il Biondo si farà promotore della nascita di un circuito dei teatri siciliani, con lo scopo di rilanciare spazi e risorse del territorio.

> Traghetti <

Stagione 2019-2020

Biondo di Palermo, Teatro delle Culture

UMANITÀ IN MOVIMENTO… per fame, per paura, verso la pace, la dignità; per sapere, per conoscere, per crescere, per non morire.

Le culture come veicoli, strumenti, motori, ponti: TRAGHETTI.

Noi partiamo da Palermo… noi approdiamo a Palermo.

Pamela Villoresi

Sala Grande

dal 25 ottobre al 3 novembre 2019

Esodo

da Edipo Re di Sofocle

testo e regia Emma Dante

con Sandro Maria Campagna

e gli allievi attori della “Scuola dei mestieri dello spettacolo” del Teatro Biondo di Palermo:

Giulia Bellanca, Costantino Buttitta, Martina Caracappa, Chiara Chiurazzi, Martina Consolo, Danilo De Luca, Adriano Di Carlo, Valentina Gheza, Cristian Greco, Federica Greco, Giuseppe Lino, Beatrice Raccanello, Francesco Raffaele, Valter Sarzi Sartori, Calogero Scalici, Maria Sgro

costumi Emma Dante

scene Carmine Maringola

luci Cristian Zucaro

assistente ai costumi Italia Carroccio

assistente di produzione Daniela Gusmano

produzione Teatro Biondo di Palermo / Festival di Spoleto

Esodo è frutto di un lungo lavoro che Emma Dante ha condotto con i suoi collaboratori e con gli allievi della “Scuola dei mestieri dello spettacolo” del Teatro Biondo di Palermo. Si tratta di una riscrittura del mito di Edipo in chiave contemporanea, che parla di noi, del bisogno di confrontarsi con l’altro e di accogliere le differenze, in nome di un’origine e di un destino comune. Il rituale del teatro, nella relazione tra chi lo fa e chi lo osserva, è lo spazio simbolico ideale per elaborare questo bisogno di comunità.

Il palcoscenico è la meta. In un lungo cammino migratorio, Edipo è accompagnato dalla sua famiglia; donne e uomini tebani, Giocasta, Antigone, Ismene, Creonte, Tiresia e il vecchio Laio, ormai decrepito, lo seguono nell’oscurità delle tenebre. La famiglia è in cerca di un rifugio e non appena Edipo incontra il nostro sguardo comanda di fermarsi. I pellegrini disfano le valigie e si accampano. Il palcoscenico diventa il campo dove imbastire il racconto della tragedia. Edipo si presenta al pubblico declamando la sua frase cardine: «Io sono Edipo, uno che non ha certo una prospera e invidiabile sorte. La mia origine è orrenda». Parte una musica, tutti ballano, e l’immagine degli stranieri vagabondi e mendicanti, portatori di un’identità intollerabile, trasfigura in quella di pellegrini espianti.

Il bosco sacro alle Eumenidi riecheggia di suoni in un concerto meraviglioso della natura. Edipo chiude gli occhi e ascolta la musica del bosco incantato. Poi, rivolgendosi al pubblico, dice: «Stranieri, in nome di dio, proteggete la mia famiglia. Ricordatevi che gli dei guardano all’uomo devoto quanto all’empio e che non esiste scampo per alcun sacrilego al mondo. Vi racconto la mia tragedia in cambio di ospitalità. Mi caverò gli occhi per l’ennesima volta. Io e il coro errante di anime, che sempre resta al mio fianco, vi preghiamo di accoglierci! Abbiate pietà, siamo nelle vostre mani come nelle mani di un dio. Lasciateci varcare il confine e consentiteci di continuare a vivere. Non vi daremo disturbo, ci adatteremo, rispetteremo le vostre leggi, adorandovi come salvatori dell’umanità». Edipo si veste da re e rivive la sua tragedia.

dal 5 al 10 novembre 2019

L’abisso

di e con Davide Enia

tratto da Appunti per un naufragio (Sellerio Editore)

musiche composte ed eseguite da Giulio Barocchieri

produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale / Teatro Biondo di Palermo / Accademia Perduta – Romagna Teatri

in collaborazione con Festival Internazionale di Narrazione di Arzo

Torna a Palermo, dopo l’enorme successo ottenuto in tournée e la recente attribuzione del “Premio Hystrio Twister 2019”, lo spettacolo di Davide Enia sul dramma degli sbarchi clandestini. Lampedusa come metafora di un naufragio, personale e collettivo. Enia attinge ai suoi Appunti per un naufragio (Premio Mondello 2018) per raccontare un’esperienza indicibile: lo spaesamento, il dolore e la rabbia che affiorano dinanzi alla grande tragedia contemporanea degli sbarchi sulle coste del Mediterraneo.

Enia e Barocchieri hanno lavorato su più registri, includendo nella loro ricerca gli antichi canti dei pescatori, intonati lungo le rotte tra Sicilia e Africa, e il cunto palermitano, spostando l’elemento epico dallo scontro tra i paladini a un nuovo campo di battaglia: il mare aperto, dove il salvataggio è una questione di secondi, le manovre sono al limite dell’azzardo, la velocità di scelta determina tutto e risalta ancora di più come condizione necessaria il sottoporsi quotidianamente a un allenamento costante sulla terraferma, per riuscire a recuperare più corpi vivi in mare, per sopravvivere in prima persona alla forza delle onde. Infine, hanno lavorato sull’interpretazione, quando le parole dei testimoni si fanno carne e consentono l’epifania del personaggio. L’abisso è una riflessione, figlia del lavoro sul campo, su quanto sta accadendo, per riportare con urgenza, nello spazio condiviso del teatro, il tempo presente e la sua crisi.

dal 15 al 24 novembre 2019

Sei

di Spiro Scimone
adattamento dei 
Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello
con
Francesco Sframeli, Spiro Scimone, Gianluca Cesale, Giulia Weber, Bruno Ricci, Francesco Natoli, Mariasilvia Greco, Michelangelo Maria Zanghì, Miriam Russo, Zoe Pernici
regia
Francesco Sframeli
scena
Lino Fiorito
costumi
Sandra Cardini
disegno luci
Beatrice Ficalbi
musiche
Roberto Pelosi
regista assistente
Roberto Bonaventura
produzione
Compagnia Scimone Sframeli / Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale /
Teatro Biondo di Palermo / Théâtre Garonne-scène européenne Toulouse
in collaborazione con
Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia

Lo stile inconfondibile di Scimone e Sframeli incontra il dramma doloroso dei Sei personaggi in cerca d’autore e il risultato è sorprendente. Il duo siciliano si misura per la prima volta con la lingua e la scrittura di Pirandello e rompe tradizioni e liturgie di uno dei classici più rappresentati.

Realizzata da Spiro Scimone e diretta da Francesco Sframeli, Sei è una versione molto singolare del dramma doloroso dell’autore: «Sentivamo il bisogno di mettere insieme il nostro linguaggio teatrale con la lingua del maestro», spiegano i due autori. Nel loro adattamento molto cambia senza tuttavia stravolgere la struttura dell’originale. Una Compagnia, formata da due attori, due attrici e il capocomico, sta per iniziare la prova di uno spettacolo teatrale che, forse, non debutterà mai. Improvvisamente, un cortocircuito lascia al buio il teatro. Uno degli attori va alla ricerca del tecnico, che però non si trova. La luce arriverà solo con l’apparizione, in carne ed ossa, dei sei personaggi, rifiutati e abbandonati dall’autore che li ha creati: il padre, la madre, la figliastra, il figlio, il ragazzo e la bambina illuminano il teatro con la speranza di poter vivere sulla scena il loro dramma doloroso. L’occasione, si sa, viene concessa. Perché «vivere in scena – ricordano Scimone e Sframeli – non è solo il desiderio dei personaggi, è anche il sogno degli attori».

dal 26 novembre all’1 dicembre 2019

Finale di partita

di Samuel Beckett

regia Andrea Baracco

scene e costumi Marta Crisolini Malatesta

musiche Giacomo Vezzani 

con Glauco Mauri, Roberto Sturno,

Marcella Favilla, Mauro Mandolini

produzione Compagnia Mauri Sturno

Glauco Mauri e Roberto Sturno, diretti da Andrea Baracco, tornano a interpretare un testo di Samuel Beckett, l’autore più rappresentativo del Novecento teatrale, che traghetta la drammaturgia realistica nell’ambito della metafisica. «Un amato compagno di viaggio – afferma Mauri – che ho sempre considerato non uno scrittore del teatro dell’assurdo, ma un grande poeta della difficoltà del vivere dell’uomo».

L’opera di Beckett è una parodia, unica forma possibile per descrivere l’insensatezza della condizione umana nel secolo della crisi di tutti i valori, I personaggi di Hamm e Clov sono l’emblema di questa condizione angosciosa e allo stesso tempo parodistica dell’esistenza, perché, come scriveva Beckett: «Nulla è più comico dell’infelicità». «Parlare di Beckett – spiega il regista Andrea Baracco – significa parlare dell’insensatezza della condizione umana, dell’insondabilità dell’universo e dell’umano, del tentativo di esprimere l’inesprimibile di molti grandi temi».

In uno spazio claustrofobico, quattro personaggi giocano una pseudo partita a scacchi: sono Hamm, cieco e paralitico, i suoi genitori Nagg e Nell, che vivono in due contenitori per la spazzatura, e Clov, servitore di Hamm, che non può sedersi mai. Hamm e Clov, per sopravvivere, hanno bisogno l’uno dell’altro: solo Clov può dar da mangiare ad Hamm, e solo Hamm possiede le chiavi della dispensa. «È la tragedia del vivere che diventa farsa, è la farsa del vivere che diventa tragedia» asserisce Glauco Mauri.

dal 6 al 15 dicembre 2019

I giganti della montagna
di Luigi Pirandello

regia Gabriele Lavia

con Gabriele Lavia

e Federica Di Martino, Clemente Pernarella, Giovanna Guida, Mauro Mandolini, Lorenzo Terenzi, Gianni De Lellis, Federico Le Pera, Luca Massaro, Nellina Laganà, Ludovica Apollonj Ghetti, Michele Demaria, Daniele Biagini, Marika Pugliatti, Beatrice Ceccherini, Luca Pedron, Laura Pinato, Francesco Grossi, Davide Diamanti, Debora Iannotta, Sara Pallini, Roberta Catanese, Eleonora Tiberia

scene Alessandro Camera

costumi Andrea Viotti

musiche Antonio Di Pofi

luci Michelangelo Vitullo

maschere Elena Bianchini

coreografie Adriana Borriello

regista assistente Francesco Sala

produzione Fondazione Teatro della Toscana

in coproduzione con Teatro Stabile di Torino / Teatro Biondo di Palermo

con il contributo della Regione Sicilia

e con il sostegno di ATCL Associazione Teatrale fra i Comuni del Lazio / Comune di Montalto di Castro e Comune di Viterbo

I giganti della montagna è l’ultimo dei miti, testamento artistico, di Luigi Pirandello. Quest’opera costituisce il punto più alto e la sintesi di tutta la poetica pirandelliana. I giganti è un testo incompiuto. Magnificamente incompiuto. E non sapremo mai se questa “incompiutezza” sia dovuta all’impossibilità di finire l’opera o a una precisa intenzione dell’autore. Sappiamo che Pirandello morì la notte prima di scrivere l’ultimo atto, di cui aveva raccontato la “scaletta” al figlio, che fedelmente ne riportò, a memoria, il contenuto. Ma nessuno può essere certo che Pirandello avrebbe poi scritto il terzo atto come lo raccontò al figlio. Nel testo si riannodano tutti i temi e i motivi speculativi, drammaturgici, estetici, che sono connaturati al mondo dell’autore. Il clima che si offre allo spettatore è quello di una straordinaria, espressiva, ineffabile bellezza.

I giganti, mito dell’arte, è senza alcun dubbio il capolavoro di Pirandello. Capolavoro, forse, perché mai concluso. E, per questo, diventa un’opera aperta con un registro inventivo mai così fantastico. È come se il teatro del grande agrigentino fosse miracolosamente investito da un soffio di fantasia poetica che raggiunge l’altezza e la trasparenza dello sguardo di un “bambino”. Pirandello conclude così, con l’incanto di queste ultime pagine, il suo destino di fondatore del teatro moderno.

dal 17 al 22 dicembre 2019

Anna dei miracoli

di William Gibson

adattamento e regia Emanuela Giordano

con Mascia Musy

e con Fabrizio Coniglio, Anna Mallamaci e Laura Nardi

scene Angelo Linzalata

produzione Teatro Franco Parenti / Associazione Lega del Filo d’Oro

Cosa succede quando in una famiglia arriva il figlio “difettato”? Cosa succede a un padre e a una madre che si confrontano quotidianamente con l’esistenza di una creatura che hanno messo al mondo ma con cui non possono comunicare? Anna dei miracoli di William Gibson, basato sulla storia vera della sordo-cieca Helen Keller e della sua insegnante Anne Sullivan, debuttò a Broadway nel 1959, rimase in scena per oltre settecento repliche e vinse il Tony Award per la migliore opera teatrale. Nel 1962 lo stesso Gibson firmò la sceneggiatura del film di successo diretto da Arthur Penn e interpretato da Anne Bancroft.

Helen, la protagonista, è una ragazza non vedente, sorda e muta. I suoi genitori si disperano: la pietà e la rabbia, la speranza e il senso di sconfitta, l’amore e l’odio, ogni sentimento è concesso, ogni reazione è imprevedibile. E lei, Helen, cosa percepisce di quello che ha intorno? Si accorge che la sua vita produce sofferenza? In una società dove solo il “bello” è vincente e solo il “sano” è tollerato, padre e madre non hanno scampo: Helen è destinata ad essere rinchiusa in un istituto, nascosta, dimenticata. Ma in casa arriva Anna, dura, inflessibile, con una storia di semi cecità alle spalle, una vita trascorsa in mezzo a creature “difettate”.

Anna dei miracoli è una storia vera, racconta l’epocale passaggio alla lingua dei segni, considerata tra le prime dieci grandi scoperte della storia moderna, un bene immateriale dell’umanità, una rivoluzione linguistica che ha permesso di aprire un dialogo tra chi parla e chi non parla. Ha permesso alle ragazze come Helen di raccontare la propria storia, di apprendere, di esprimere sentimenti e necessità, di crescere e di farsi rispettare.

dal 28 dicembre 2019 al 6 gennaio 2020

Leonardo

di Emiliano Pellisari

coreografie Mariana Porceddu

direzione musicale Walter Testolin

costumi Giusi Giustino

produzione NoGravity

Nel 500mo anniversario della morte, Emiliano Pellisari, in collaborazione col maestro Walter Testolin e la Fondazione Pietà dei Turchini – Centro di Musica Antica, celebra l’arte e il genio di Leonardo Da Vinci. Dagli studi sul teatro fantastico rinascimentale e dalle invenzioni meccaniche seicentesche nasce lo stile di Emiliano Pellisari e della NoGravity Dance Company, che riprende la grande tradizione italiana del Teatro delle Meraviglie.

Leonardo mette in scena la straordinaria relazione tra gli aspetti immanenti e trascendenti dell’umano, come la perfetta concretezza di un corpo forte e tangibile e l’astratta grazia dell’immaginazione. Estrema avventura in cui sei danzatori acrobati fluttuano nell’aria in una affascinante ricerca di equilibrio. I corpi mutano forma come in un mondo senza gravità e producono una serie di tableaux vivant in cui allegorie platoniche sono rappresentate come in un dipinto leonardesco. Uno spettacolo coinvolgente, che propone al pubblico un’esperienza percettiva nuova, trasportandolo nel meraviglioso mondo del rinascimento italiano.

dal 17 al 26 gennaio 2020

L’ultima notte del Raìs

di Yasmina Khadra

regia e adattamento drammaturgico Daniele Salvo

scene Michele Ciacciofera

produzione Teatro Biondo di Palermo

Yasmina Khadra ci porta nel cuore dell’ultima giornata vissuta da Muhammar Gheddafi, “Il fratello Guida”. Si tratta di ore difficili, disperate. È l’ultimo viaggio di un uomo solo, di un’anima corrotta, perduta nel labirinto del potere. È questa una moderna tragedia, la tragedia di un uomo che, pagina dopo pagina, ci mostra i suoi traumi infantili, la sua sensibilità, la sua umanità, la sua fragilità, le sue paure e le sue ansie per poi sorprenderci d’improvviso con le sue perversioni, la sua sete di potere, il suo irrimediabile desiderio di autocelebrazione. Proprio nella fede incrollabile in se stesso e nella convinzione di essere l’eletto, il primo, protetto da Dio, Gheddafi, sino agli ultimi istanti, si sentì intoccabile e attese un miracolo. Credeva di essere lui il rivoluzionario, pensava che nessuno lo avrebbe mai tradito. Nemmeno il suo popolo.

In questo testo straordinario Yasmina Khadra, pseudonimo di Mohammed Moulessehoul, ex ufficiale dell’esercito algerino, ci fa comprendere quali sono le radici della nascita dello Stato Islamico e ci parla di tutto ciò che è seguito a quelle giornate confuse ed interminabili.

Secondo Khadra, Gheddafi è come il personaggio di un libro omerico o forse rabelaisiano. È un personaggio straordinariamente complesso e imperscrutabile, «tanto generoso quanto crudele, una figura patologicamente apprensiva, in cui coesistono dubbi radicali e convinzioni adamantine».

dal 28 gennaio al 2 febbraio 2020

PaGAGnini

ideazione Yllana e Ara Malikian

regia David Ottone, Juan Francisco Ramos

direzione musicale Ara Malikian

assistente alla regia Ramón Sáez

arrangiamento musicale Ara Malikian, Eduardo Ortega, Gartxot Ortiz, Thomas Potiron

con Eduardo Ortega (violino) Thomas Potiron (violino) Isaac M. Pulet (violino)
Jorge Fournadjiev (violoncello)

produzione Yllana e Ara Malikian

PaGAGnini unisce la musica classica con il virtuosismo e lo humour di quattro fantastici musicisti. Il risultato è un divertente e sorprendente “dis-concerto”, che passa in rassegna alcuni dei momenti più alti della storia della musica classica combinati in maniera ingegnosa alla musica pop. Questa combinazione di stili crea un medley di emozioni, un concerto in cui la serietà e la solennità della musica classica si sposano perfettamente con momenti di sottile umorismo. Questo particolare espediente si unisce all’elegante e virtuosa interpretazione di quattro eccezionali musicisti, affascinando qualsiasi tipo di pubblico. Gli impeccabili musicisti si trasformano in showmen interpretando le arie più famose di Mozart, Vivaldi, Pachelbel, de Falla e, naturalmente, Paganini, la cui tormentata figura è al cuore della pièce. Tutto lo spettacolo è condito da esilaranti gag e variazioni sul tema: i violinisti saltano, si lanciano in “esecuzioni itineranti”, improvvisano un flamenco, e non mancano incursioni nella musica rock e pop contemporanea, da Serge Gainsbourg agli U2.

Le gag, la fisicità e lo humour esplosivo, tipici del linguaggio teatrale dell’originale compagnia spagnola, hanno già fatto ridere le platee del mondo intero. Puro teatro e puro divertimento!

dal 7 al 16 febbraio 2020

I miserabili

dal romanzo di Victor Hugo, adattamento teatrale di Luca Doninelli

regia Franco Però

scene Domenico Franchi

costumi Andrea Viotti

luci Cesare Agoni

Musiche Antonio Di Pofi

con Franco Branciaroli

e con Alessandro Albertin, Silvia Altrui, Filippo Borghi, Romina Colbasso, Emanuele Fortunati, Ester Galazzi, Andrea Germani, Riccardo Maranzana, Francesco Migliaccio, Jacopo Morra, Maria Grazia Plos, Valentina Violo

produzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia / CTB Centro Teatrale Bresciano / Teatro de Gli Incamminati

«Quella di portare I miserabili sulle tavole di un teatro di prosa – scrive Luca Doninelli, che cura l’adattamento del romanzo per lo spettacolo diretto da Franco Però e interpretato da Franco Branciaroli – è un’impresa temeraria, una sfida per chiunque sia disposto a sopportare un grande insuccesso piuttosto che un successo mediocre. Millecinquecento pagine che appartengono alla storia non solo della letteratura, ma del genere umano, come l’Odissea, la Commedia, il Chisciotte o Guerra e Pace. Le ragioni per cui era impossibile non accettare questa sfida sono tante. La prima è quello strano miracolo che rende un’opera come I miserabili capace di parlare a ogni epoca come se di quell’epoca fosse il prodotto, l’espressione diretta.

I miserabili rappresentano l’umano nella sua nudità: spogliato non solo dei suoi beni terreni, ma anche dei suoi valori, da quelli etici fino alla pura e semplice dignità che ci è data dall’essere uomini. E il nostro presente è pieno di uomini così: i poveri, coloro che non hanno niente, che non possono contare sul futuro, che non hanno scorte da consumare e possono sperare solo nella piccola fortuna che potrà garantire loro un altro giorno, un’altra ora. 

In questa terra di nessuno, buoni e cattivi si mescolano, non ci sono valori che li possano distinguere: solo fatti, casi, eventi. Come quello in cui s’imbatte il forzato Jean Valjean, la cui vita viene segnata come da un marchio a fuoco dall’incontro con una insperata, inimmaginabile bontà, da un’impossibile clemenza.

Infine, la sfida era inevitabile anche per un’altra ragione, e cioè che, tra le altre cose, questo capolavoro è anche una metafora del Teatro, e quindi l’attore, rappresentando I miserabili, rappresenta anche sé stesso e la propria arte. Come la società descritta a metà del romanzo (parole che noi trasferiremo nel prologo iniziale), anche il Teatro è stratificato, e conosce doppi e tripli fondi, secondo un gioco necessario che per qualcuno è incanto, o magia, e per qualcun altro è Fato».

dal 28 febbraio all’8 marzo 2020

Marat Sade

La persecuzione e l’assassinio di Jean-Paul Marat, rappresentato dalla compagnia filodrammatica dell’ospizio di Charenton sotto la guida del marchese de Sade

di Peter Weiss

traduzione Ippolito Pizzetti

regia Claudio Gioè

con la collaborazione artistica di Alfio Scuderi

con Claudio Gioè, Dario Aita

scene e costumi Enzo Venezia

produzione Teatro Biondo di Palermo

Manicomio di Charenton, 1808. Il Marchese de Sade è ospite obbligato da qualche anno. Qui finirà i suoi giorni nel 1814. Per una sorta di spirito progressista del direttore Coulmier, gli viene concesso di scrivere e mettere in scena dei drammi insieme agli altri internati.

Questo è lo spunto storico dal quale è partito Peter Weiss per cominciare a scrivere, nel 1963, il Marat-Sade, che andò in scena per la prima volta allo Schiller Theater di Berlino nel 1964 con la regia di Konrad Swinarski. Tre anni dopo, alla vigilia di quel ’68 che scuoterà l’Europa e il mondo intero, questo dramma in due atti, che propone una potente riflessione sul senso della rivoluzione francese e dei suoi protagonisti, avrà la sua consacrazione nella versione cinematografica di successo diretta da Peter Brook.

Il testo di Weiss vede da un lato il personaggio di Marat, “marxista” ante-litteram, completamente immerso nella necessità dell’azione, un rivoluzionario puro, e dall’altro il borghese intellettuale Sade, che rivendica l’importanza di un individualismo soggettivo e libero che anticipa le derive solipsistiche dell’intellettuale moderno. Tesi ed antitesi sono messe in scena da una compagnia di pazzi diretta dallo stesso Sade, e il manicomio diventa un luogo dove la libertà viene evocata e agita in tutta la sua forza.

Come spiega Claudio Gioè: «è forse questo il testo di Weiss che più riflette sulla propria dicotomia autobiografica che lo vede autore e intellettuale a metà tra Artaud e Brecht. Il linguaggio scelto è esattamente a metà strada tra il teatro oggettivo di Brecht che vuole “cambiare il mondo” e le esperienze espressioniste del teatro della crudeltà di Artaud. Mi sembra che una riflessione sul senso della rivoluzione francese che provenga dal sud d’Europa oggi possa essere utile e necessaria».

dal 13 al 22 marzo 2020

The Night Writer

Giornale notturno

testo, scene e regia Jan Fabre

con Lino Musella

musica Stef Kamil Carlens

drammaturgia Miet Martens, Sigrid Bousset

traduzione Franco Paris

direzione tecnica Geert Van der Auwera, Javier Delle Monache

fonica Wout Janssens, Marcello Abucci

direzione di produzione Gaia Silvestrini

produzione Troubleyn/Jan Fabre e Aldo Miguel Grompone

e FOG Triennale Milano Performing Arts / LuganoInscena-LAC / Teatro Metastasio di Prato / TPE – Teatro Piemonte Europa / Marche Teatro / Teatro Stabile del Veneto

produzione esecutiva e distribuzione Aldo Miguel Grompone

direzione di produzione e tour manager Gaia Silvestrini

Visionario e disarmante, The Night Writer – Giornale Notturno è un canto alla personalità sovversiva e intrigante di Jan Fabre, artista visivo e regista teatrale tra i più innovativi della scena internazionale. I diari personali di Fabre formano la base di un’autobiografia intima e provocatoria, straordinariamente interpretata in scena dall’attore Lino Musella. Un viaggio a colori forti, dalla giovinezza al giorno d’oggi, che rivela come il mondo culturale dell’artista sia inscindibile dalla sua materialità. Il pubblico si trova travolto da un flusso di pensieri che attraversano sia la vita diurna, con il suo brusio di idee irresistibili e progetti ambiziosi, che quella notturna, in cui la creatività diventa furiosa e le riflessioni sulla vita, l’amore e il sesso sono intrise dell’energia sanguigna del corpo.

Jan Fabre (Anversa 1958) è artista visivo, regista e autore teatrale. Da quarant’anni, è tra le figure più innovative della scena internazionale. Ha esposto nei più importanti musei e istituzioni d’arte internazionali, dal Louvre di Parigi, all’Hermitage di San Pietroburgo, alla Biennale di Venezia. Tra i suoi lavori teatrali più recenti Mount Olympus – To glorify the cult of tragedy del 2015 e Belgian rules/Belgium rules, che ha debuttato a Vienna nel 2017 dopo l’anteprima a Napoli. Il suo universo di uomo e di artista è svelato anche nei suoi scritti e nei diari, raccolti nel volume Giornale notturno, pubblicato in Italia da Cronopio.

dal 27 marzo al 5 aprile 2020

Erano tutti miei figli

di Arthur Miller

traduzione Masolino D’Amico

regia Giuseppe Dipasquale

scene Antonio Fiorentino

costumi Silvia Polidori

con Mariano Rigillo, Anna Teresa Rossini

e Filippo Brazzaventre, Barbara Gallo, Enzo Gambino, Liliana Lo Furno, Giorgio Musumeci, Ruben Rigillo, Silvia Siravo

produzione Teatro della Città – Catania

Un nucleo familiare, privato di un figlio disperso in guerra da tre anni, grazie all’intervento della giovane fidanzata scopre come il padre, industriale, per accrescere i propri profitti, abbia venduto parti d’aereo difettose all’aeronautica militare e causato così la morte di 21 piloti, tra i quali, probabilmente, anche il figlio. Rigirando il coltello nelle piaghe della società americana del secondo dopoguerra, Arthur Miller infrange gli ideali della famiglia, del successo e del denaro. Il suo Joe Keller incarna una “minaccia” per la società non in ragione di ciò che ha commesso ma perché rifiuta di ammettere la sua responsabilità civile, convinto che un certo grado di illegalità sia necessario. Un dramma che sembra scritto ai giorni nostri, tant’è che l’autore stesso definì questo suo primo successo «un’opera destinata a un teatro dell’avvenire». E difatti, l’emblema della logica del profitto a danno dell’etica e della morale, l’azione illegale che sostiene il successo economico e il prestigio sociale, sono il riflesso netto e definito della corruzione sociale di tutti i tempi.

dal 7 al 10 aprile 2020

Arlecchino servitore di due padroni

di Carlo Goldoni

regia Giorgio Strehler

messa in scena di Ferruccio Soleri con la collaborazione di Stefano de Luca

scene Ezio Frigerio

costumi Franca Squarciapino

luci Gerardo Modica

musiche Fiorenzo Carpi

movimenti mimici Marise Flach

scenografa collaboratrice Leila Fteita

maschere Amleto e Donato Sartori

con Enrico Bonavera nel ruolo di Arlecchino

e con Giorgio Bongiovanni, Annamaria Rossano, Tommaso Minniti, Stefano Onofri, Giorgia Senesi, Sergio Leone, Stefano Guizzi, Alessandra Gigli, Francesco Cordella, Davide Gasparro, Lucia Marinsalta, Fabrizio Martorelli, Gianni Bobbio, Leonardo Cipriani, Francesco Mazzoleni, Celio Regoli, Matteo Fagiani

produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

Creato nel luglio del 1947 da Giorgio Strehler, che reinterpretava la tradizione goldoniana, Arlecchino servitore di due padroni ha avuto undici edizioni e tre grandi interpreti: Marcello Moretti, Ferruccio Soleri – che per questo ruolo è entrato nel Guinness dei primati – ed Enrico Bonavera, che dal 2000 è stato Brighella oltre a essersi sempre alternato con Soleri nel ruolo del titolo. Lo spettacolo italiano più visto nel mondo è il manifesto di un modo di fare teatro, che traghetta la tradizione italiana nel mondo contemporaneo.

«Per Goldoni – diceva Strehler – Mondo e Teatro hanno costituito un’unità di intenti e di opere che rende le sue commedie un qualcosa di straordinario perché trasfigura il reale in una misura poetica dal carattere inimitabile, in un brivido lirico di amore. Così quello che un tempo è sembrato gioco, musica e divertimento oggi diventa misura di stile, testimonianza del tempo e del costume, ricerca e scoperta di un’umanità che vive i suoi drammi insieme al sorriso e alla tenerezza, in un alternarsi di luci e di ombre, di parole e di silenzio che sorprende chi pensa a un Goldoni rinchiuso nel suo cliché del comico e del ridicolo a tutti i costi».

dal 17 al 26 aprile 2020

La classe

di Vincenzo Manna

regia Giuseppe Marini

con Claudio Casadio, Andrea Paolotti, Brenno Placido

e con Edoardo Frullini, Valentina Carli, Haroun Fall, Cecilia D’Amico, Giulia Paoletti

scene Alessandro Chiti

costumi Laura Fantuzzo

musiche Paolo Coletta

light designer Javier Delle Monache

produzione Accademia Perduta – Romagna Teatri / Goldenart Production / Società per Attori

in collaborazione con
Tecnè, Società Italiana di Riabilitazione Psicosociale, Phidia
e con il sostegno di Amnesty International – sezione italiana

Il progetto de La classe nasce dalla sinergia di soggetti operanti nei settori della ricerca (Tecnè), della formazione (Phidia), della psichiatria sociale (SIRP) e della produzione di spettacoli dal vivo. A monte dello spettacolo c’è una ricerca basata su circa 2.000 interviste a giovani tra i 16 e i 19 anni, sulla loro relazione con gli altri, intesi come diversialtro da sé, e sul loro rapporto con il tempo, inteso come capacità di legare il presente con un passato anche remoto e con un futuro non prossimo.

Gli argomenti trattati nel corso delle interviste hanno rappresentato un importante contributo alla scrittura drammaturgica del testo La classe di Vincenzo Manna, ambientato in una cittadina europea dei nostri giorni in forte crisi economica. Disagio, criminalità e conflitti sociali sono il quotidiano di un decadimento generalizzato che sembra inarrestabile. A peggiorare la situazione, appena fuori dalla città, c’è lo “Zoo”, uno dei campi profughi più vasti del continente, che ha ulteriormente deteriorato un tessuto sociale sull’orlo del collasso. A pochi chilometri dallo “Zoo”, c’è una scuola superiore, un istituto comprensivo specializzato in corsi professionali che avviano al lavoro. La scuola, le strutture, gli studenti e il corpo docente, sono specchio esemplare della depressione economica e sociale della cittadina. Albert, straniero di terza generazione, viene assunto all’Istituto nel ruolo di Professore potenziato: il suo compito è tenere un corso di recupero pomeridiano per sei studenti sospesi per motivi disciplinari. Intravedendo nella loro rabbia una possibilità di comunicazione, Albert, riesce a far breccia nel loro disagio e conquista la fiducia della maggior parte della classe.

dal 4 al 6 maggio 2020

Swayambhu

coreografie e interpretazione Shantala Shivalingappa

Swayambhu (suaya-mbu), “Colui che si manifesta spontaneamente” o “Chi si origina da sé”,
è un termine sanscrito usato per designare una pietra o una roccia che presenta, in modo naturale, le sembianze della divinità, come ad esempio Ganesh, il Dio dalla testa d’elefante, o Shiva, il Dio della danza. In modo più sottile, Swayambhu designa l’esperienza spontanea e improvvisa di una presa di coscienza della realtà, un momento di grande lucidità, dove si rileva la natura essenziale del reale: un campo infinito di unità, fluidità, energia.

Il danzatore diventa un artigiano-alchimista, superando quelli che sono i suoi strumenti canonici: movimenti, gesti, ritmica, dinamica, espressioni del viso, musica, melodia, parole, uso dello spazio, luci, colori, estetica, intenzionalità, stato mentale. Ognuno di questi elementi è reso più acuto, osservato, soppesato e poi maneggiato con cura, amore, delicatezza. Grazie a una magica alchimia, per un istante cade il velo dell’illusione, Maya in sanscrito, ed affiora l’infinito.

Apprezzata interprete di kuchipudi, danza indiana classica, nervosa e raffinata nei suoi cambi di ritmo, Shantala riesce a creare spettacoli originali, facendo dialogare tradizione e modernità. Nella sua danza nei quali si intravedono le molteplici influenze di cui è intessuto il proprio percorso artistico: da Maurice Béjart a Bartabas, da Peter Brook a Pina Bausch. Formatasi presso il maestro del genere Vempati, Chinna Satyam, che ha permesso la rinascita del kuchipudi in India, Shantala ha elaborato uno stile personale, che esalta il gioco dei contrasti attraverso una danza rapida e sospesa, terrena e aerea, simmetrica e asimmetrica.

dall’8 al 17 maggio 2020

Bengala a Palermo

di Daniela Morelli

regia Marco Carniti

produzione Teatro Biondo di Palermo

Palermo ospita una delle più vaste comunità bengalesi d’Italia. Le storie, i mestieri, i costumi e i saperi che la comunità esprime sono un patrimonio per la città, da sempre impegnata ad elaborare l’immaginario delle culture che accoglie.

Bengalaa Palermo è un progetto articolato, che vedrà coinvolti alcuni rappresentanti della comunità bengalese nella realizzazione di uno spettacolo basato sulle loro storie, sulla loro cultura e sui rapporti con la città di Palermo, elaborati drammaturgicamente da Daniela Morelli. Lo spettacolo, diretto dal regista di cinema e teatro Marco Carniti, nascerà dopo un lungo laboratorio. Parallelamente, in collaborazione con la sede palermitana del Centro Sperimentale di Cinematografia, sarà realizzato un documentario sulla comunità bengalese e sulle diverse fasi di realizzazione del progetto.

Sala Strehler

dal 28 ottobre al 3 novembre 2019

To play or to die

That is the question… today

scritto e diretto da Giuseppe Provinzano

con Chiara Muscato, Giuseppe Provinzano

scene e costumi Vito Bartucca

sound e light designer Gabriele Gugliara

chitarre elettriche Roberto Cammarata

realizzazione burattini e marionette Elena Bosco

produzione Teatro Biondo Palermo / Babel Crew

con il sostegno di Spazio Franco

Rosencrantz e Guildenstern non sono ancora morti, Amleto e Laerte duellano all’infinito, mentre Ofelia continua a cantare. Agonizzano ma resistono, si aggrappano alle immagini e alla poesia di Shakespeare, si fanno scudo con il pensiero lucido e tagliente di Heiner Müller. Così come fanno i due attori di To play or to die, che non si rassegnano alla desertificazione culturale che li circonda, e vanno comunque in scena.

Secondo capitolo della Trilogia della crisi – avviata con 1,2,3… crisi!, che puntava il dito sulle conseguenze della recessione nella vita di tutti i giorni – il nuovo spettacolo di Provinzano affronta la lenta e inesorabile crisi del comparto culturale, in fase di progressivo smantellamento da almeno trent’anni. «Affrontiamo questo drammatico tema – spiega il regista – prendendo come pretesto Hamletmachine di Müller più che l’Amleto shakespeariano, moltiplicando la sua portata di “teatro nel teatro”, immettendo nuovi sensi con divertenti e acute incursioni nella cultura contemporanea. I costumi sono appesi in scena come marionette alla forca, il palcoscenico è spogliato di ogni imbellettamento e la recitazione appare schietta e senza orpelli».

In forma di studio, lo spettacolo ha ottenuto il “Premio della critica per le giovani realtà del teatro italiano” e la menzione speciale al “Premio Dante Cappelletti”.

dal 12 al 24 novembre 2019

Nel nome del padre

di Luigi Lunari 

regia e scene Alfio Scuderi 

scultura di Marcello Chiarenza 

con Paolo Briguglia, Silvia Ajelli 

produzione Teatro Biondo di Palermo

Due giovani si ritrovano in un luogo misterioso, che assomiglia a una specie di purgatorio, dove essi devono liberarsi dai loro drammatici ricordi per approdare a una meritata pace eterna. Rosemary e Aldo provengono dai poli opposti della nostra società: sono figli di due importanti uomini politici, storicamente esistiti, di contrapposte posizioni ideologiche. Lei è figlia di un uomo potentissimo, un vero e proprio protagonista del mondo del potere e del danaro, lui è il figlio di un povero rivoluzionario, per lungo tempo esule dalla sua patria, che ha lottato per sconfiggere quel mondo ed imporre una nuova eguaglianza tra gli uomini. Diciamo pure “una capitalista” e “un comunista”. Entrambi i figli hanno pagato un durissimo prezzo alla personalità e alle ambizioni – pur così diverse – dei loro padri, dai quali sono rimasti irrimediabilmente schiacciati. Il dramma si sviluppa intorno al serrato dialogo liberatorio di questi due personaggi, in un luogo dell’anima non ben precisato, quasi una sala d’attesa verso un ipotetico aldilà.

dal 26 novembre al 2 dicembre 2019

La creatura del desiderio

di Andrea Camilleri

e Giuseppe Dipasquale

regia Giuseppe Dipasquale

con David Coco, Valeria Contadino, Leonardo Marino, Antonella Scornavacca

scene e costumi Erminia Palmieri

musiche Matteo Musumeci

movimenti Donatella Capraro 

produzione MUST – Musco Teatro

La travolgente storia di Oskar Kokoschka e Alma Mahler per la prima volta in scena in Italia grazie ad Andrea Camilleri e Giuseppe Dipasquale.

Nel 1912, un anno dopo la morte di Mahler, la sua giovane vedova, considerata la più bella ragazza di Vienna, incontra il pittore Oskar Kokoschka. Inizia una storia d’amore fatta di eros e sensualità, che sfocerà presto in una passione sfrenata e tumultuosa: viaggi, fughe, lettere, gelosie e possessività scandiscono i primi due anni di rapporto, durante i quali l’artista crea alcune fra le sue opere più importanti. Ma la giovane Alma è irrequieta e interrompe brutalmente la relazione. Kokoschka parte per la guerra con la morte nel cuore. Al suo rientro in patria, traumatizzato dal conflitto e ancora ossessionato dall’amore perduto, decide di farsi confezionare una bambola al naturale con le fattezze dell’amata.

La creatura del desiderio racconta questa storia in modo del tutto originale: la storia di due sensibilità diverse e contrastanti, che hanno segnato il Novecento artistico europeo, un’indagine sull’ossessione d’amore che può condurre alla follia.

«Io credo fermamente – afferma Dipasquale – che la donna sia davvero l’altra metà del cielo. Tanto immensa quanto allo stesso tempo irraggiungibile e per certi versi incomprensibile al mondo maschile, ma per ciò stesso affascinante e magnetica. La donna ci “traghetta” nell’altrove, nel diverso, nell’imprevedibile. Con Camilleri abbiamo voluto raccontare l’ossessione d’amore per una donna-oggetto, reificata in una bambola, un’ossessione che conduce alla follia il personaggio di Kokoschka. Una vicenda emblematica che restituisce, nella misura del paradosso, le odierne raffinate e crudeli violenze sulle donne».

dal 4 al 15 dicembre 2019

Il gatto con gli stivali

adattamento teatrale e regia Silvia Ajelli

con Silvia Ajelli, Aurora Falcone, Pietro Massaro

produzione Teatro Biondo di Palermo

Il gatto con gli stivali è una fiaba popolare, raccontata nei secoli da grandi maestri della fiaba come Straparola, Basile, Perrault, i fratelli Grimm e Tieck. È la storia di un gatto, figlio di un povero mugnaio, che si rivelerà una grande fortuna per il suo padrone. Dopo essersi fatto regalare dal mugnaio stivali e cappello, il gatto riesce con astuzia ad entrare alla corte del Re e in breve tempo ne conquista la fiducia, raccontandogli meravigliose storie inventate sull’identità e sul valore del suo padrone, tanto che alla fine il Re gli concederà la mano della sua unica figlia. Silvia Ajelli racconta questa storia sull’immaginazione, che ha il potere di trasformare la realtà, a un pubblico di bambini tra i 5 e i 7 anni, accompagnandoli in viaggio itinerante alla scoperta degli spazi teatrali, perché anche il teatro ha la forza liberare la fantasia e di rendere tutto possibile.

dall’8 al 12 gennaio 2020

Scannasurice

di Enzo Moscato

regia Carlo Cerciello

con Imma Villa

scene Roberto Crea

costumi Daniela Ciancio

suono Hubert Westkemper

musiche originali Paolo Coletta

disegno luci Cesare Accetta

produzione Elledieffe / Teatro Elicantropo

Scannasurice, nella pluripremiata interpretazione di Imma Villa, è un «Misteriosofico-plebeo poema sulla mia discesa agli Inferi di Napoli». Così lo definisce l’autore Enzo Moscato e così lo restituisce il regista Carlo Cerciello a distanza di trentasei anni dal primo allestimento.

Il titolo, letteralmente scanna topi, fa riferimento a un vecchio fondaco partenopeo nel labirinto dei Quartieri Spagnoli e, più precisamente, a quei tuguri che anticamente gli artigiani usavano bonificare dai ratti a colpi di spadone. L’azione narrata, che si sviluppa in una di queste squallide stamberghe, racconta un terremoto metaforico, la perdita di futuro seguita al sisma del 1980, ma anche quello esistenziale che attraversa il protagonista. Scannasurice è, infatti, anche il nome del personaggio principale, un femminiello dei Quartieri Spagnoli, che fa la vita, vive in una stamberga piena di cianfrusaglie e immondizia e parla con i topi con cui ha un rapporto di amore e odio. Senza una precisa identità sessuale, Scannasurice è metafora di incompletezza e inadeguatezza, una “creatura mitologica, quasi magica” come solo i femminielli di Moscato sanno essere. In una lingua napoletana lirica e suggestiva, la creatura, a metà tra l’osceno e il sublime, distilla imprecazioni esilaranti, filastrocche popolari e antiche memorie in un’affascinante alternanza di ritmi e sonorità.

Scannasurice è il testo che nel 1982 segnò il debutto di Enzo Moscato come autore e interprete ed è forse il più significativo tra quelli che hanno segnato l’inizio della nuova drammaturgia del dopo-Eduardo. Una lingua colta e allusiva che, nelle sue originali costruzioni sintattiche e semantiche, si rende strumento evidente di una radicale frattura rispetto alla tradizione letteraria e teatrale.

dal 14 al 19 gennaio 2020

Infinito tra parentesi

di Marco Malvaldi

con Maddalena Crippa, Giovanni Crippa

regia Piero Maccarinelli

scene Maurizio Balò

produzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia / Teatro della Toscana – Teatro Nazionale

Gli estremi della cultura umanistica e di quella scientifica si intrecciano in questo affascinante testo che parte dall’omonimo libro di Marco Malvaldi e attraverso vicende apparentemente quotidiane ci sfida a entrare nel complesso rapporto tra letteratura, poesia e scienza.

Francesca e Paolo sono due fratelli, lei umanista e lui scienziato, entrambi hanno due belle carriere di docenti universitari. A un certo punto le loro strade si incrociano quando Paolo lotta per diventare rettore dell’Università, e vi è lo scontro, e l’incontro, di due diverse concezioni della realtà.

Il tema del rapporto tra due mondi, fra due tipi di conoscenze apparentemente lontane, ma che si intrecciano continuamente nelle nostre vite, è stato il punto di partenza di questo progetto immaginato da Piero Maccarinelli. Nel romanziere-giallista-chimico Marco Malvaldi e nella sua capacità di mescolare sapientemente le profonde conoscenze umanistiche e scientifiche, è stato individuato l’autore più adatto a intraprendere questo interessante e insolito itinerario. A dar vita alle sue parole ed alle situazioni in cui conoscenza e ironia vanno di pari passo, sono due attori – in più, fratelli d’arte – della levatura di Maddalena e Giovanni Crippa.

dal 21 gennaio al 2 febbraio 2020

Il contrabbasso

di Patrick Süskind

regia e luci Henning Brockhaus

costumi e assistente alla regia Valentina Escobar

cast in via di definizione

produzione Teatro Biondo Palermo

Prima opera teatrale dello scrittore Patrick Süskind, Il contrabbasso, rivelatosi sin dal suo debutto un incredibile successo tradotto in ben 27 lingue, è il monologo di un mite contrabbassista di un’Orchestra pubblica.

Il musicista vive in un monolocale completamente isolato dal resto del mondo. Con il passare del tempo, il suo monologo, che all’inizio sembrava un elogio del suo strumento e della carriera musicale, diventa contraddittorio e alla fine emerge la verità: il protagonista si rivela un modesto musicista di terza fila, introverso e deluso per non essere riuscito a far carriera. Il suo lavoro lo fa star male come un detenuto in prigione, odia sia il suo contrabbasso sia i grandi compositori con i quali è costretto quotidianamente a cimentarsi, da Mozart a Wagner; il suo approccio alla loro musica è diventato semplicemente folle e paradossale. Fallito e frustrato, il musicista confessa anche il suo amore per la giovane cantante Sarah, alla quale però non ha mai avuto il coraggio di rivelarsi.

Il grande regista tedesco Henning Brockhaus, per anni assistente e stretto collaboratore di Giorgio Strehler, imprime al dramma di Süskind una connotazione surreale, ambientandolo in un luogo imprecisato che potrebbe essere un’asfittica casa di riposo per anziani musicisti, nella quale giungono dall’esterno i suoni di una prova d’orchestra.

dal 4 al 9 febbraio 2020

Apologia

di Alexi Kaye Campbell
traduzione Monica Capuani
regia Andrea Chiodi

con Elisabetta Pozzi
e con Alberto Fasoli, Christian La Rosa, Francesca Porrini, Martina Sammarco
scene Matteo Patrucco
luci Cesare Agoni
costumi Ilaria Ariemme
musiche Daniele D’Angelo
produzione CTB Centro Teatrale Bresciano

Una commedia profonda e divertente, firmata da Alexi Kaye Campbell, tra gli autori più originali e importanti della scena anglosassone. Andrea Chiodi, già apprezzato regista di Una bestia sulla luna, torna a dirigere l’immenso talento di Elisabetta Pozzi, qui affiancata da un cast di straordinari attori come Alberto Fasoli, Christian la Rosa, Francesca Porrini, Martina Sammarco.

Inghilterra, oggi. Kristin Miller è una colta sessantenne, esperta di storia dell’arte, in gioventù militante della sinistra radicale e da sempre politicamente impegnata. È madre di due figli: Peter, un banchiere, e Simon, un romanziere fallito. Ha con loro un rapporto difficile: la sua schiettezza quasi brutale e la sua tendenza alla critica mordace sembrano pregiudicare irrimediabilmente la serenità familiare.

Nell’occasione del suo compleanno è prevista, nella sua casa di campagna, una cena che la riunirà dopo molto tempo con i figli, affiancati dalle rispettive compagne: Claire, attrice inglese di soap opera, e Trudi, la nuova fidanzata americana di Peter, che Kristin ancora non conosce. Completa la compagnia Hugh, disincantato e ironico omosessuale, coetaneo e amico di vecchia data della padrona di casa.

Tra incomprensioni, antiche ruggini e dialoghi taglienti pieni di humour britannico si dipana la turbolenta storia di una famiglia, fatta di scomode verità domestiche, di grandi speranze e altrettanto cocenti disillusioni, fino a una sorprendente, emozionante conclusione.

dal 12 al 23 febbraio 2020

Storia di un oblio

di Laurent Mauvignier

traduzione Yasmina Melaouah

regia Roberto Andò

con Vincenzo Pirrotta

costumi Riccardo Cappello

luci Salvo Costa

regista assistente Luca Bargagna

produzione Teatro Stabile di Catania

Un uomo entra in un supermercato all’interno di un grande centro commerciale di una città francese. Ruba una lattina di birra e viene bloccato da quattro addetti alla sicurezza che lo trascinano nel magazzino e lo ammazzano di botte. Questo scarno fatto di cronaca è raccontato da Laurent Mauvignier in un lungo racconto, una sola frase che ricostruisce la mezz’ora in cui è insensatamente raccolta la tragica fine di un uomo. Teso quasi allo spasimo nel resoconto minuzioso di una morte assurda, il flusso di parole raduna impercettibilmente tutti i temi cari a Mauvignier. E torna così il suo sguardo purissimo su un universo di “umili”, che la scrittura rigorosissima accoglie senza una briciola di retorica, senza un’ombra di furbizia. Raro, oggi, nel trionfo dei format narrativi nei quali la realtà diventa un reality, uno stile così impeccabilmente morale, una prosa così pudica e vera.

Quel che io chiamo oblio è il titolo originale di questo lungo monologo scritto in un’unica frase, senza un vero inizio, senza una vera fine, senza punteggiatura ma con una prosa perfetta, che in un crescendo emozionante risveglia in noi sentimenti di pietà e indignazione. Messo in scena nel 2012 al Teatro della Comédie- Française, diviene per la prima volta spettacolo anche in Italia. A dare voce al testo un attore di rara sensibilità e potenza come Vincenzo Pirrotta, guidato dalla regia di un maestro del teatro e del cinema, Roberto Andò.

dal 27 al 29 febbraio, dal 19 al 22 marzo, dal 16 al 18 aprile e dal 14 al 17 maggio 2020

Non tacere

Come un coro, femminile…

Sposa al mondo – Pippa Bacca

Io, la verità parlo – Ilaria Alpi

Fuoco – Palmira Martinelli

di Aldo Nove

regia Carla Chiarelli

produzione Teatro Biondo di Palermo

Tre voci. Tre corpi. Tre storie. Tre modi di essere radicalmente donne, fino al sacrificio e alla rinascita. Pippa Bacca, Ilaria Alpi, Palmina Martinelli. Testimonianze e atti di vite che hanno voluto, e vogliono, esprimere i valori femminili raccontandosi e dando alla luce ciascuna una visione del mondo e della vita portata dentro, vissuta dentro e con potenza e creaturale fedeltà donata infine al mondo. Tre preghiere, Tre laiche invocazioni di madri e figlie e donne e spose.

Pippa Bacca, pseudonimo di Giuseppina Pasqualino di Marineo (Milano, 9 dicembre 1974  Gebze, 31 marzo 2008), è stata un’artista italiana. La sua opera, basata prevalentemente sul ritaglio, è una polifonia sulla delicatezza e la meraviglia della vita, con allegorie tratte dal mondo della natura e caratterizzata da una spiritualità profonda e femminile. La sua ultima performance, Spose in viaggio, è stata tragicamente interrotta perché brutalmente assassinata.

Ilaria Alpi (Roma, 24 maggio 1961 – Mogadiscio, 20 marzo 1994) è stata una giornalista italiana del Tg3. Nel corso di un’inchiesta su un traffico internazionale di armi e di rifiuti tossici, in cui erano coinvolti l’esercito e diverse istituzioni italiane, è stata uccisa in Somalia assieme all’operatore Miran Hrovatin. È a lei dedicato, da vent’anni, il “Premio Ilaria Alpi”, per le migliori inchieste televisive italiane sui temi della pace e della solidarietà, che si svolge a Riccione.

Palmina Martinelli (Fasano, 1967 – 11 novembre 1981) è una martire italiana. È stata bruciata viva a 14 anni per essersi rifiutata di prostituirsi. I tre gradi del processo che ne è seguito hanno visto, contro ogni evidenza, assolti gli omicidi e Palmina è stata dichiarata suicida. A lei è dedicato Largo Palmina Martinelli a Fasano. La targa recita: «Palmina Martinelli, giovane vittima di una crudele violenza».

dal 4 al 15 marzo, dal 24 marzo al 10 aprile e dal 21 aprile al 10 maggio 2020

Viva la vida

liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Pino Cacucci

progetto, adattamento e regia Gigi Di Luca

con Pamela Villoresi

e con Lavinia Mancusi (musiche di scena)

e Veronica Bottigliero (body painter)

produzione Teatro Biondo di Palermo

La voce della molteplice natura di una donna capace di afferrare con determinazione la propria sofferenza elevandola a una dimensione poetica. Un urlo di dolore che porta alla luce l’aspetto più propriamente femminile di Frida Khalo, attraverso simbolismi che richiamano la sua radice multiculturale ed etnica, andando oltre la narrazione biografica e facendo emergere l’anima di Frida donna, messicana, pittrice e rivoluzionaria.

Viva la vida è uno spettacolo innovativo, che racconta una Frida intima e contemporanea. In scena, Pamela Villoresi interpreta il ruolo dell’artista, mentre una body painter le dipinge sul corpo nudo i segni dell’arte di Frida e una cantante interpreta Chavela Vargas.

Animata dal fuoco dell’amore per Diego, per le donne, per l’arte, per le radici della propria terra, per la sua stessa vita, vissuta voracemente nonostante la fragilità della sua condizione fisica, Frida si mette a nudo, ripercorre l’esistenza travagliata, trascorsa in bilico tra vita e morte. Ormai stanca ed annientata dalla sofferenza, si prepara ad affrontare il suo ultimo viaggio, lasciandosi trasportare in un’atmosfera onirica, nella quale proietta immagini e ricordi. È la Pelona, la morte, ad assistere Frida in questo lento abbandono, che la libera dalla gabbia di un corpo deteriorato e le restituisce la vita come opera d’arte, attraverso la creazione del mito. È nella cantante Chavela Vargas, espressione di sensualità e trasgressione, che Frida trova sollievo dal tormento interiore, attraverso momenti di serenità e di intimità. Simbolo della rivoluzione culturale di quel tempo, Chavela canta Frida e per Frida, canta il Messico di quegli anni, in cui il movimento culturale femminile ha fatto si che l’arte stessa fosse rivoluzione, dandole un nuovo volto, rivendicando l’appartenenza e l’identità del passato.

Tre donne in scena, per un canto alla vita, un urlo di amore e di libertà.

in spazio da definire

gennaio 2020

Il giardino della memoria

di Martino Lo Cascio

regia Maurizio Spicuzza

con Fabrizio Falco

e col piccolo Davide Parisi

scene Luca Mannino

musiche Angelo Vitaliano

produzione Teatro Biondo di Palermo

Il giardino della memoria, tratto dall’omonimo romanzo di Martino Lo Cascio (Edizioni Mesogea), rievoca uno dei più efferati delitti mafiosi: il rapimento del tredicenne Giuseppe Di Matteo e il suo assassinio, avvenuto due anni dopo, l’11 gennaio 1996.

Il monologo si concentra sui 779 giorni di prigionia del ragazzo, ricostruiti in scena attraverso un montaggio di materiali documentali e delle deposizioni processuali rilasciate dai responsabili del sequestro e dell’orribile omicidio. Alla banalità del male, che via via emerge dai racconti, fa da contraltare la voce di Giuseppe, che ascoltiamo in un flusso ininterrotto di coscienza mentre cerca di resistere e di dare un senso a quanto gli sta accadendo.

«Ho scritto romanzo e monologo – spiega Martino Lo Cascio – per ridare la parola a chi ha vissuto quell’orrendo supplizio, sbatacchiato tra sette diversi bugigattoli sparsi per la Sicilia. Per usare un’espressione del narratore, penso che “un ricordo che si ferma a pochi decenni non rende giustizia a una storia che coinvolge la comunità intera. La memoria deve farsi tangibile in un fatto squisitamente pubblico, collettivo, corale”. Penso che lo spazio teatrale sia il posto per eccellenza dove liberare questa Voce trasformandola in un parto di vita e di riscatto per quelle ferite».

in date e luogo da definire

Giocajazz

a cura di Massimo Nunzi

produzione Teatro Biondo di Palermo

Dopo il successo ad Umbria Jazz e all’Auditorium Parco della Musica di Roma, approda anche a Palermo il progetto formativo Giocajazz, curato dal compositore e musicologo Massimo Nunzi e rivolto a bambini e ragazzi di età compresa tra i 6 e i 15 anni.

Il jazz, la classica e la musica contemporanea rischiano di scomparire se non si trova il modo di creare una nuova generazione di fruitori in grado di apprezzarne la meravigliosa complessità. Consapevole di questo, Nunzi ha sempre lavorato nella direzione di una divulgazione popolare ed accessibile anche a chi non sa nulla di musica. Giocajazz nasce per creare interesse e coinvolgere le nuove generazioni nei confronti di tutta la musica e delle sue forme, a partire proprio dal jazz. Fortemente legata all’improvvisazione e all’interazione, dove tutti sono protagonisti e nello stesso tempo gregari, la musica jazz è perfetta per rendere attiva la partecipazione dei ragazzi. Il laboratorio, diviso in cinque incontri, sarà condotto da Massimo Nunzi e vedrà la partecipazione di un’orchestra formata da alcuni dei migliori musicisti – adulti e bambini – della scena siciliana. I ragazzi saranno coinvolti in un giocoso e fruttuoso incontro con la musica, che culminerà in un concerto finale aperto al pubblico.

Autore: Redazionale

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