“Berlin. La città della luce” Jason Lutes completa finalmente la sua straordinaria trilogia a fumetti

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“Berlin. La città della luce” Jason Lutes completa finalmente la sua straordinaria trilogia a fumetti

Interno treno. Nello scompartimento di una carrozza di prima classe Hitler confabula coi suoi più fidati collaboratori. E’ diretto a Berlino per raccogliere quel che ha seminato. Elabora le strategie per la presa finale del potere: su come eliminare gli oppositori interni, nelle SA, e come diffondere la violenza nei quartieri tradizionalmente comunisti. Siamo all’ultimo atto della repubblica di Weimar. In una delle strade popolari della città tedesca incontriamo Kurt, che avevamo conosciuto nel primo volume di Berlin, la splendida trilogia di Jason Lutes, che finalmente oggi vede la conclusione con “La città della luce” (Coconino Press, 2018, pp.176 euro 17,00). 

Sono trascorsi circa vent’anni da La città delle pietre (Coconino Press, 2003, pp.213 euro 13,50) che iniziava nell’autunno del 1928 quando il giornalista Kurt Severing incontrava su un treno Marthe Müller, ragazza dell’alta borghesia, che lasciava Colonia e la sua famiglia per andare a vivere nella frenetica capitale tedesca. Quella prima parte si chiudeva con la strage del Primo Maggio 1929, provocata dalle truppe inviate dal governo contro i manifestanti. Il secondo volume, La città di fumo ( Coconino Press, 2009, pp.214 euro 17,00), uscito sei anni dopo, riprendeva il filo della storia un mese dopo la strage. La stampa indipendente cercava di capire le ragioni della violenta repressione, mentre l’austero Kurt si impegnava a intervistare i testimoni, nel frattempo legandosi a Marthe, che, in piena crisi esistenziale, lo lasciava poi per Anna. La tensione per le strade di Berlino intanto cresceva mentre i nazionalsocialisti, approfittando della incapacità del governo di risolvere i problemi aperti dalla sconfitta nella Grande Guerra e dal crollo della Borsa “predicavano” la rivalsa sociale e nazionale contro i nemici, gli ebrei e gli stranieri.  Abbiamo dovuto attendere altri nove anni per vedere finalmente chiudersi la vicenda. Kurt è ora disilluso, quasi arreso, trasandato, soprattutto nello spirito. La sua vita sta per intrecciarsi nuovamente con quella di Marthe e coi destini degli altri personaggi che hanno popolato le pagine di Berlin. Il nazismo sta per travolgere tutti, giovani e vecchi oppositori. Dice uno di loro: “Voi ragazzi che vi mettete contro i nazisti…siete agnelli mandati al macello. E io non permetterò che succeda.”

Purtroppo non sarà così, perché Hitler, promettendo ordine e sicurezza e additando nuovi nemici a un ceto medio impaurito, sta per essere acclamato Führer. Berlino, 1933: il disastro sta per iniziare. Il cinquantenne autore americano, che si era già fatto notare con Giara di Stolti, esordio sorprendente per intensità, con questo lavoro imprime una definitiva svolta alla sua già significativa carriera, consacrandosi come uno dei più maturi autori di graphic novel viventi.  Berlin non è solo un’approfondita ricostruzione storica della Germania fra le due guerre mondiali, una nazione che sotto il peso della crisi economica e delle fortissime tensioni sociali si consegna nelle mani di Hitler, ma uno splendido romanzo corale, struggente e amaro, sul tragico destino a cui la grande Storia costringe uomini e donne di tutta Europa. Lutes è bravo a rendere attraverso le azioni di protagonisti e comprimari la dissoluzione politica e civile della Germania. Proprio la disgregazione del tessuto sociale è la leva principale, insieme alla povertà diffusa e al terrore, su cui Hitler costruisce il proprio successo. Lutes sa raccontare, grazie ad uno stile semplice e chiaro, ma fortemente espressivo, le storie minime di uomini e donne di Germania, la povertà dignitosa delle famiglie operaie, l’emarginazione dei tanti disoccupati, i timori di ebrei e comunisti, le paure dei borghesi. La grandezza di un romanzo non è tanto quella di avere una storia da raccontare, quanto nel modo in cui essa viene narrata.

E qui entra in gioco la capacità letteraria e artistica di Lutes, che, vissuto da bambino in Francia, è stato influenzato innanzitutto dalla tradizione europea del fumetto: la “linea chiara” francofona e il nostro Vittorio Giardino. I suoi debiti vanno anche verso la nitidezza grafica di certo manga giapponese o del fumetto argentino. Berlin si distingue per il segno realistico e melodrammatico, se vogliamo retorico, ma allo stesso modo appassionante, ottenuto grazie ad un bianco e nero essenziale, fortemente espressivo che cita il “degenerato” George Grosz. Un disegno, dunque, dal tratto pulitissimo, che si accompagna ad una sceneggiatura fatta di dialoghi secchi, di pochissime didascalie e anche di tavole mute. Grazie anche all’abile montaggio delle vignette, di tipo cinematografico, fatto di prospettive diverse, di soggettive, di sospensioni e “ralenti”, la trilogia di Berlin appare uno dei più sofisticati e significativi lavori a fumetti degli ultimi decenni.

Autore: Pierluigi Pedretti

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