Preghiere blasfeme. ‘La pacchia è finita. Moriamo in pace’ di Anne-Riitta Ciccone, rappresentato all’Off/Off Theatre di Roma

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Preghiere blasfeme. ‘La pacchia è finita. Moriamo in pace’ di Anne-Riitta Ciccone, rappresentato all’Off/Off Theatre di Roma

La pacchia è finita @ foto di Sabrina Rossi

ROMA – In una società che crea differenze ed emargina il ‘diverso’ e chi non ha un ‘valore’ spendibile per la collettività, quale sarebbe l’effetto della non-presenza dei migranti, che ormai sono parte integrante del nostro tessuto sociale? Chi sarebbero i sostituti degli ‘ultimi’ su cui scagliare la prima pietra? È la riflessione che stimolano le grida di rivolta nello spettacolo La pacchia è finita. Moriamo in pace rappresentato dal 9 all’11 aprile all’Off/Off Theatre di Roma, scritto da Anne-Riitta Ciccone, diretto da Lorenzo d’Amico de Carvalho e con gli attori della Scuola Nazionale di Cinema del CSC – Maria Vittoria Casarotti Todeschini, Gianvincenzo Pugliese e Gabriele Stella.

La Ciccone, regista e sceneggiatrice finlandese naturalizzata italiana, nota per il successo dei suoi film sociali, tra i quali L’amore di Marja, Il prossimo tuo e l’ultimo I’M Endless Like the Space – tratto dal suo omonimo romanzo e selezionato alle Giornate degli Autori, nel corso del Festival di Venezia 2017 –, non è la prima volta che scrive drammi teatrali. Di fatti, la cineasta inizia il suo percorso artistico con il teatro, fin dal 1995, quando riceve la prima segnalazione al Premio IDI – Istituto del Dramma Italiano – Autori Nuovi per il teatro con il testo Amarsi da pazze; segue l’atto unico Ventitré e venti (rappresentato al Festival di Taormina Arte 1996, con la regia di Carlo Quartucci); Fate cattive che riconferma il suo talento con il Premio IDI nel 1997.

La pacchia è finita prende forma da una scelta di monologhi sul tema dell’emarginato, dello straniero, degli ultimi, della diversità e del pregiudizio. Il titolo si commenta da sé: slogan molto evocativo, già entrato nell’immaginario collettivo… Il sottotitolo Moriamo in pace, che richiama l’assonanza con la messa, è un riferimento alla religiosità laica.  In questa denuncia sociale della Ciccone, non c’è solo una mostra, ormai iconica, di disperati alla ricerca di aiuti umanitari; i muri sono già rotti, non ci sono più barriere, ma solo ‘preghiere’ di rabbia contro tutti e soprattutto contro ogni Dio.

La regia non invasiva di Lorenzo d’Amico de Carvalho dà spazio alla scena quasi nuda, minimale: un cubo; un telo bianco sul fondale; un altro telo bianco arrotolato al centro del palcoscenico.

Tre monologhi. Tre attori. Tre personaggi: un migrante scafista; una migrante prostituta; un migrante replicante. Tutti venuti da lontano, per costringerci ad ascoltarli.

Gianvincenzo Pugliese @ foto di Francesco Talarico

Il primo monologo Sulla stessa barca, è ispirato a un ragazzo senegalese che la Ciccone ha conosciuto durante le sue attività di volontariato presso i Centri di accoglienza. È la storia di un personaggio estremo, ‘sgradevole’, il traghettatore della morte, lo scafista, il Caronte che accompagna la sua ‘merce’ di disperati dai loro paesi martoriati verso l’Europa. È interpretato dall’intenso e credibile Gianvincenzo Pugliese, che si presenta con capelli lunghi, viso scavato, barba incolta; giubbotto di pelle nera. Parla un italiano sporco di suoni arabo-francesi.  Entra in scena, con una coperta sulle spalle e si siede sul cubo, come per un interrogatorio davanti a un commissario… Deve essere espulso… è arrivato in Italia perché voleva lavorare, per sfamare la sua famiglia, perché ha due bambini… non vuole essere mandato via…  Rimane solo ad aspettare la sentenza mentre fuma una sigaretta… Nell’attesa il suo interlocutore diventa il pubblico… Non dice qual è il suo paese perché è un “paese di merda”. Per imparare a sopravvivere non ha studiato sui libri… è stato il carcere la sua scuola e continua ad esserlo, ogni giorno… “A fotterti il pane per primi sono i tuoi fratelli… c’è chi sta sopra e chi sotto”… Racconta di una madre che durante un tragitto per salvarsi abbandona il “peso” del suo bambino… Per lui i bambini sono dei bastardi come i grandi, anche se più piccoli… Il ritmo del monologo diventa più aggressivo. Inizia uno sfogo, un grido, una minaccia verso chi ascolta. Accuse per il falso buonismo di chi aiuta solo per sentirsi meglio… Voi vi credete che siete meglio di me… perché non ci siete mai venuti sulla mia stessa barca… Ma se io ti vengo a prendere e ti ci porto io so’ sicuro che siete tutti brutti… a schiacciare la testa a vostro padre… a vostro fratello… a vostro figlio… per la paura di finire”.

Maria Vittoria Casarotti Todeschini @ foto di Francesco Talarico

Il secondo monologo è La santa. Anche questo testo s’ispira a una storia vera, quella di Maria, una ragazza salvata dalla strada dalla comunità di Don Benzi. È interpretato dalla versatile Maria Vittoria Casarotti Todeschini, che si presenta all’inizio con un vestito color crema, da brava ragazza. Sul telo al centro, che si è abbassato, si proietta un cielo con le nuvole, poi immagini sacre di madonne e sante… Maria racconta la sua infanzia nel paese d’origine, che non rivela. Parla italiano, con un accento slavo. È bella come una madonna… cresciuta dalle suore, ha imparato tante storie di sante… avrebbe voluto fare la santa, perché il suo desiderio era quello di rendere felici gli altri. Ma il padre non accetta la sua vocazione e, sfruttando la bellezza innata della ragazza, la manda in Italia per guadagnare dei soldi e “fare felice” la famiglia.  Maria non aveva mai visto una ‘puttana’… Eccola trasformarsi dietro al telo bianco, che si stacca dalla graticcia, per scoprirla al km 30… con una minigonna stretta e tacchi a spillo… bellissima!… un angelo della strada… Notti fredde… odore di marcio… di sangue… di sperma… Tanti uomini in cerca di ‘qualcosa’ che per lei sono solo gesti… “succhiare/leccare/aprire/chiudere/muovere la mano/più forte/più lenta/srotolare il preservativo”… come una litania… Poi l’hanno picchiata perché ha aiutato la sua amica Katia.  Commovente è il suo urlo disperato “Dio mio perché mi hai abbandonato… Dio c’è ma dei poveri lui se ne fotte!”… Una sera arriva Andrea, un uomo solo che ha bisogno di amore, di affetto che non ha mai avuto… Per lei è il messaggio del Signore, capisce perché è bella, perché non sente dolore nel corpo, ma sente il dolore degli altri, sente il bisogno che gli altri hanno di carezze, di baci e di amore. Decide di offrire il suo corpo agli ultimi, agli emarginati… Per lei è un atto di carità… Maria non è una puttana, perché non vende il suo corpo, ma lo offre come un martirio… È questa la sua missione…  Luna bianca… ultimo soffio di vento… l’alito di Dio…  Maria sparisce fagocitata dal lenzuolo bianco

Gabriele Stella @ foto di Francesco Talarico

Il terzo monologo sembra un inserto dissonante rispetto ai precedenti. Non s’ispira a persone reali, ma a un personaggio paradossale che ricorda quelli del teatro dell’assurdo di Jean Tardieu o gli androidi di Blade Runner. Sul telo bianco del fondale è proiettato un occhio enorme, ammiccante con il pubblico. Si ode un tappeto sonoro che allude a un deserto marziano… Entra in scena l’aggraziato e bravo Gabriele Stella, come un automa, con gesti robotizzati, in tuta bluastra, che marca i lineamenti di un fisico alla Big Jim, con due ‘X’ sui capezzoli, capelli brush back all’indietro… Con una voce chiara e cadenzata, si presenta come un replicante, che ha un nome, il modello Kappatrecentoquarantacinquebis (il titolo della pièce) per distinguersi dal k345 che è un prototipo solo per l’intrattenimento sessuale. Gli sono state aggiunte funzioni più avanzate, come la memoria di un fisico nucleare e quelle per eseguire tutti i lavori faticosi, denigranti, umilianti: è full optional. Afferma che è un replicante italiano, anche nel suo look, e parla la lingua con una dizione perfetta, affettata, ma conosce anche i dialetti che può usare all’occorrenza.  Rappresenta il nuovo uomo-oggetto, creato dallo stesso uomo a sua immagine e somiglianza, per garantire un’integrazione “priva di ogni conflittualità culturale”, perché i replicanti non hanno esigenze, né diritti di alcun tipo; sono affidabili, non provano emozioni, non hanno desideri, né legami, né famiglia; non amano, non sono frustrati; sono perfettamente invisibili e totalmente riciclabili. La paura non programmata di fronte a un ragno, provoca un inceppamento della macchina. Il replicante si sente scoperto e diviene, per un attimo, l’uomo, lo straniero che intimorisce. Si sfoga con rabbia ripetendo le stesse parole dell’uomo sulla barca del primo monologo, ma pronunciate in un italiano perfetto. Il suono confortante di quelle parole identiche, che maschera quelle grida blasfeme, evoca nello spettatore un effetto contrastante…

È il potere insito nel linguaggio, nella cultura, che crea le differenze, ma potrebbe aiutare le appartenenze.

Autore: Giuseppe Tumminello

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