La trasformazione di Lulù. ‘La classe operaia va in paradiso’ dal film di Elio Petri al Teatro Nazionale di Genova

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La trasformazione di Lulù. ‘La classe operaia va in paradiso’ dal film di Elio Petri al Teatro Nazionale di Genova

GENOVA – La rappresentazione inizia con una donna che avanza recitando un passo delle Opere e i giorni di Esiodo e dice, tra l’altro, “lavorare non è vergogna, non lavorare è vergogna. Se ti metti all’opera, subito ti emulerà l’ozioso, poiché ti arricchisci: della ricchezza prestigio e successo sono compagni”. Ben presto, nell’elaborazione del film La classe operaia va in paradiso (1971) di Elio Petri lo scrittore Paolo di Paolo conferma esattamente l’opposto: Lulù Massa si impegna moltissimo e in questa maniera danneggia i suoi compagni di lavoro; è un cottimista che trova pochi consensi, quando c’è da fare una scelta sindacale lui propende per i padroni presentandosi come convinto crumiro.

Il lavoro teatrale non è una trasposizione della pellicola, ma soprattutto della storia della sua realizzazione. Personaggi di riferimento sono Ugo Pirro ed Elio Petri che discutono continuamente su come realizzare il film non trovandosi mai d’accordo. Dicono a Volontè come interpretare il protagonista, continuano ad agire in un working in progress che spesso dà l’impressione di non essere in grado di produrre il film che hanno in mente.

La classe operaia va in paradiso ha ottenuto maggiore successo all’estero (tra l’altro, ha vinto a Cannes la Palma d’oro) che non in Italia, perché probabilmente era fin troppo innovativo e la sua denuncia era considerata, a seconda di chi la giudicava, faziosa o inefficace o troppo confusionaria. Petri non a caso aveva dichiarato che “con il mio film sono stati polemici tutti, sindacalisti, studenti di sinistra, intellettuali, dirigenti comunisti, maoisti. Ciascuno avrebbe voluto un’opera che sostenesse le proprie ragioni: invece questo è un film sulla classe operaia”.

Stesso discorso su certo dissenso potrebbe essere riferito a questa versione teatrale in cui poco spazio è lasciato alla ‘redenzione’ di Lulù, in cui le catene di riempimento degli scatoloni di Amazon all’inizio sostituiscono le catene di montaggio legate alla metallurgia. Oltretutto, l’aggiunta di una quarantina di minuti alla lunghezza originaria (che al cinema già superava le due ore) ha tolto un po’ di ritmo e ha creato puntualizzazioni continue (a tratti paiono più ripetizioni), che non fanno bene al pur pregevole lavoro fatto da Paolo di Paolo dopo avere avuto l’incarico della scrittura da parte di Lino Guanciale e del regista Claudio Longhi.

I due artisti dal 2004 hanno dato vita ad un sodalizio artistico molto fertile che ha portato l’attore ad essere presente in moltissimi lavori di Longhi; non solo, collabora anche ai progetti teatrali e alle attività di formazione del pubblico e di didattica teatrale nelle scuole e per l’Università. Rispettivamente come regista e interprete hanno lavorato col poeta genovese Edoardo Sanguineti realizzando la prima messa in scena italiana integrale del suo testo Storie naturali (2006).

Guanciale è spesso ricordato solo per la sua attività televisiva, ma dall’inizio del suo percorso artistico, legato a nomi quali Franco Branciaroli, Luca Ronconi e Michele Placido, ha dimostrato di essere prezioso anche in interpretazioni molto più impegnate; questa commedia nasce da una sua precisa volontà, come era accaduto per la trasposizione teatrale di Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini, presentato questa stagione con la regia di Massimo Popolizio.

Azzeccata la scelta di mantenere l’annuncio che ogni mattina, forse per salvare la propria coscienza o per evitare in caso di incidenti problemi con la Magistratura, veniva diffuso dagli altoparlanti che riempivano il silenzio della fabbrica: “Lavoratori, buongiorno. La direzione aziendale vi augura buon lavoro. Nel vostro interesse, trattate la macchina che vi è stata affidata con amore. Badate alla sua manutenzione. Le misure di sicurezza suggerite dall’azienda garantiscono la vostra incolumità. La vostra salute dipende dal vostro rapporto con la macchina. Rispettate le sue esigenze, e non dimenticate che macchina più attenzione uguale produzione. Buon lavoro.”

Questa pillola di saggezza farisea si scontra con la realtà che un brutto giorno vive Lulù, quando per un incidente – probabilmente dovuto all’inumano ritmo di lavoro – perde in un incidente la falange di un dito; lui minimizza ma sindacati e gli altri lavoratori decidono di iniziare una lotta contro i Padroni. Da quel momento prende coscienza di una realtà che non aveva mai considerato, diviene intransigente contestatore del sistema, forse perde anche un po’ di lucidità soprattutto quando viene licenziato.

Ridotta in lunghezza e importanza rispetto al film, questa parte accompagna forse in modo un po’ troppo schematico al finale.

E qui riappare l’anima cinematografica del lavoro, con la ricostruzione di una proiezione pubblica seguita da un acceso dibattito che dimostra ancora una volta come l’opera di Petri fosse perfetta per far entrare in collisione idee antitetiche.

Meritevole di encomio la scenografia di Guia Buzzi che riproduce con rapidi cambi vari ambienti ed è funzionale anche per i video di Riccardo Frati, dove documenti storici e sequenze d’oggi si uniscono in un turbinio di immagini e di emozioni.

Scheda spettacolo:

La classe operaia va in paradiso

Dalla sceneggiatura di Elio Petri e Ugo Pirro dell’omonimo film di Elio Petri (1971)

Drammatizzazione Paolo di Paolo

Interpreti Lino Guanciale, Donatella Allegro, Nicola Bortolotti, Michele Dell’Utri, Simone Francia, Diana Manea, Eugenio Papalia, Franca Penone, Simone Tangolo, Filippo Zattini

Regia Claudio Longhi

assistente alla regia Giacomo Pedini

Video Riccardo Frati

luci Vincenzo Bonaffini

costumi Gianluca Sbicca

scene Guia Buzzi

direzione tecnico Robert John Resteghini

direttore di scena Gioacchino Gramolini

musiche e arrangiamenti Filippo Zattini

Produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione

Autore: Furio Fossati

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