Quando muore un artista: per Pino Miniaci. In memoriam

,   

Quando muore un artista: per Pino Miniaci. In memoriam

PARCE MIHI DOMINE

HOSPES ERAM MUNDO PER MUNDUM SEMPER EUNDO

NUNC SUPREMA DIES SIT MIHI SUMMA QUIES.

PERDONAMI O SIGNORE

ERO OSPITE NEL MONDO VAGANDO SEMPRE PER IL MONDO

ORA IL SUPREMO GIORNO SIA PER ME LA SOMMA QUIETE.

(Epigrafe posta all’ingresso della chiesa di S. Antonio a Grimaldi)

Se ne è andato all’improvviso, stroncato da un infarto, lo scultore Pino Miniaci. Era nato nel 1959 a Grimaldi, un piccolo paese in provincia di Cosenza. Aveva studiato all’Accademia di Belle Arti di Viterbo, dove aveva appreso l’arte della scultura dal maestro Aldo Caron. Per anni ha insegnato al Liceo Artistico di Cosenza. E’ difficile scrivere di Miniaci in modo adeguato. Soprattutto se gli si è stati intimi. C’è un doppio rischio: da una parte cadere nel patetico ricordandolo solo come una persona amata da tutti per la sua mitezza di spirito, la generosità, la gentilezza d’animo, la rettitudine morale; dall’altra, ritrarlo freddamente “soltanto” come artista di valore e bravo docente. Come si fa a descrivere un uomo come Pino, uno scultore come Miniaci, senza cadere nel sentimentalismo o nel cronachismo? Pino Miniaci dovrebbe essere ricordato sì in tutte le sue numerose sfaccettature: in lui non era possibile separare il marito, il padre, il fratello, l’amico, il collega, dall’artista, dunque dall’Uomo. Se non fosse così si rischierebbe di ricordarlo per frammenti, di cogliere un solo aspetto, determinato dalle nostre personali relazioni e dal nostro sistema di valori culturali ed emotivi. In realtà, andrebbe fatta un’operazione di ricostruzione della personalità di Miniaci che tenga tutto insieme. Andrebbe fatto un recupero filologico del suo lavoro che è inseparabile dalla sua personalità. Bisognerebbe raccogliere le parole, i documenti cartacei e visivi, se non addirittura le fotografie, i dipinti, le sculture della sua lunga attività di artista sparsi in ognidove. In lui confluivano la formazione cristiana unita alla grande passione per l’arte e a una straordinaria perizia tecnica, che sapeva piegare qualsiasi materiale ai suoi voleri, in continuo sperimentare, un work in progress che sembrava eterno e che solo la morte ha fermato anzitempo. Legno, ferro, ceramica, bronzo, gesso, pietra: niente resisteva alla sua mano sapiente. Tutto questo lui lo metteva generosamente a disposizione di cittadini e studenti, non risparmiandosi mai, ovunque si trovasse, in Trentino, in Campania o in Calabria. Tutte queste terre le faceva sue e gli abitanti lo riconoscevano come uno di loro. Entusiasta della Val di Fassa, dove visse per qualche tempo; entusiasta del Vallo di Diano, dove insegnò per anni; entusiasta dei Campi di Malito, lo straordinario piccolo altipiano calabrese, dove aveva stabilito la sua residenza. Ovunque ha lasciato segni importanti, ha scolpito materiali di ogni tipo, ma soprattutto ha scolpito cuori. Le sue opere risentono tutte della sua profonda carica umana, della condivisione per il dolore degli altri. Le sue sculture sono impregnate di sofferenza e di amore, anche quelle considerate “più incomprensibili”. Quante critiche ricevette il Cristo di Montescuro, in Sila, non sapendo in tanti quanto complesso fosse rendere il concetto di morte di “uomo/dio” utilizzando un materiale difficilissimo e vile come il ferro. Quanto difficile capire per molti il significato dei suoi dipinti, tagliati da tutte quelle linee, che lo rendevano così unico nello stile.  Pino Miniaci lasciava passare le critiche sopra di lui come lacrime nella pioggia, perché egli era uomo etico, prima che di fede. Certo era anche pittore, ma soprattutto scultore. I suoi bronzi restano indimenticabili. Si vedano, per esemplificare, la bellissima Via Crucis sparsa per le strade di Grimaldi o il tragico Monumento ai Caduti a Malito. C’è, poi, una questione più profonda da rimarcare sottesa al suo essere. Tommaso Campanella scriveva in un sonetto:

Io nacqui a debellar tre mali estremi:

tirannide, sofismi, ipocrisia;

ond’or m’accorgo con quanta armonia

Possanza, Senno, Amor m’insegnò Temi.

Questi princìpi son veri e sopremi

della scoverta gran filosofia,

rimedio contra la trina bugia,

sotto cui tu, piangendo, o mondo, fremi.

[…]

Dunque a diveller l’ignoranza io vegno.

Pino Miniaci non era filosofo, non era politico in senso stretto, ma aveva una missione: educare al bello. Come ci ha insegnato Platone la via del Bello è la strada più semplice per raggiungere il mondo ideale del Giusto, del Vero e, soprattutto, del Bene. Educando ai grandi valori, liberando gli uomini dall’ignoranza, il grande filosofo pensava di migliorare il cittadino in modo da costruire una vera com/munitas, dove tutti avrebbero “condiviso i doni” e collaborato per il bene comune. Oggi, che siamo tutti atomizzati, chiusi nelle nostre individualità, dispersi e non comunicanti, avremmo bisogno di ritessere i fili di questo mutilato mondo. Questo, in fondo, è il messaggio di Pino Miniaci politico, nel senso di colui che cercava soluzioni per la sua polis utilizzando l’arte e la cultura perchè “a diveller l’ignoranza io vegno”.

(Nella foto bassorilievo per la Via Crucis, VIII  stazione)

Autore: Pierluigi Pedretti

Condividi