Trilobiti e libellule, consigli di lettura Minimum Fax per Pasqua

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Trilobiti

Breece Pancake

Tra le colline e le piane del West Virginia, in un’America desolata e minore, la natura è sporadicamente interrotta da futili avamposti di uomini e il progresso non sempre è una benedizione: qui si muovono i personaggi dei dodici folgoranti racconti di Breece D’J Pancake. Completamente soli, fra un passato irrecuperabile e un domani che pare invisibile e disgregato, sono sorretti da disperati desideri a breve termine – tenere con sé la donna che amano, organizzare lo sciopero che porterà finalmente la ricchezza, vendere alcolici di contrabbando durante un combattimento tra galli – e cristallizzati proprio come i fossili che vengono estratti dalla terra, bloccati in un eterno presente lungo quanto le ere geologiche.
Pancake, maniacale nella ricerca di una lingua scarna ed espressiva, è capace di suscitare la più profonda compassione, di squarciare il velo dell’ambientazione e rivelarci i nostri fantasmi.
La voce inconfondibile, lo straordinario potere di evocazione e un’assoluta perfezione linguistica ne hanno fatto un autore di culto sia per i lettori che per i più grandi scrittori contemporanei, rendendo questo esordio – e, insieme, testamento – un capolavoro senza tempo.

Apro lo sportello del camioncino, smonto sulla stradina di mattoni. Guardo di nuovo Company Hill, consumata e tonda. Tanto tempo fa era tutta un dirupo e stava come un’isola nel fiume Teays. Ci ha messo più di un milione d’anni a trasformarsi in una collinetta liscia, e l’ho battuta da cima a fondo in cerca di trilobiti. Penso che è sempre stata lì e ci resterà sempre, almeno finché serve. L’aria ha i fumi dell’estate. Un volo di storni fluttua sopra di me. Sono nato in questo posto e non ho mai smaniato per andarmene.

Ricordo gli occhi senza vita di papà, che mi guardavano.

Traduzione di Cristiana Mennella, voce italiana di George Saunders
Prefazione di John Casey 
Con una nota di Joyce Carol Oates 

 

Sei stato felice, Giovanni

Giovanni Arpino

Leggere l’esordio di un classico è come assistere a un fenomeno naturale. In fondo, scrisse Calvino per tutti, il primo libro è il solo che conta, e forse bisognerebbe scrivere quello e basta. Sei stato felice, Giovanni è il grande strappo che Arpino diede alla sua vita. Aveva ventitré anni e alloggiava in una pensioncina di Genova, lurida e malfamata. Ci mise venti giorni. Venti giorni per inventare una voce. E un paesaggio. Per dire addio agli amici, alla giovinezza, agli amori impossibili, alle tante allegrie e disperazioni di ogni età precaria. Per gettarsi alle spalle gli Hemingway e gli Steinbeck, Vittorini e Pavese, il cinema francese e il lungo intervallo della guerra. Il primo libro di Arpino è un libro di congedi. Una storia da ultima sbronza, in attesa dell’età adulta e del porco avvenire. L’avventura di chi portava la solitudine come un berretto e si sentiva un proiettile disperso, un reduce, anche se non ricordava più da cosa. Il suo protagonista sa che deve muoversi, cercare un lavoro. Ma intanto si ubriaca, litiga, si innamora, contrae debiti e sfortune. È pigro, crudele e prodigo. Non può che abitare un porto, averne l’odore, appartenere a un’umanità di marinai, di prostitute, di vagabondi. Un porto che si chiama Genova, con quell’aria svelta e sottile di mare, ma che potrebbe essere Buenos Aires o essere qualsiasi altro posto. Perché Sei stato felice, Giovanni è un libro che parla con parole vere, prepotenti e insostituibili.

Minimum fax è orgogliosa che sia proprio Giovanni Arpino il primo scrittore italiano a entrare nella collana dei classics.

Erano lì, all’angolo. Olga me l’aveva detto. «Ci sono tutti e tre. Fa’ attenzione. Sono senza giacca ma fa’ attenzione». Era importante che non avessero la giacca, nelle tasche dei calzoni si porta raramente il coltello, mai quando lo credi necessario. Già due volte erano venuti a cercarmi, da quella sera. Olga era riuscita a tenermeli lontani, aveva pianto e pregato, la padrona dell’albergo non s’era accorta di nulla.

Sdraiato sul letto li avevo sentiti scendere le scale bestemmiando sottovoce. Ogni tanto si facevano vedere sotto la finestra. La finestra aveva un muro e un fumaiolo di fronte; quando pioveva forte la grondaia dell’altra casa mi ributtava l’acqua sui vetri. La grondaia era piena di terriccio, scatole vuote di fiammiferi e un po’ di verde era cresciuto tra le scatole. Avrei potuto salire sui tetti opposti senza pericolo, anche di notte.

 

Una libellula di città

e altre storie in rima

Tiziano Scarpa

Trenta racconti in rima. Storie strane, fantasiose, impossibili, i cui protagonisti sono uomini e donne, ma anche alberi e animali che non sopportano il modo in cui è organizzata la vita e cercano di reinventarla con mille esperienze avventurose. Un albero si sradica da sé per rotolare giù dal bosco in collina dove è costretto a vivere; una giocoliera assassina fa numeri da circo con i globi oculari delle sue vittime; un elefante con un sassofono al posto della proboscide cerca l’anima gemella; una libellula conosce in poche ore la pienezza dell’esistenza; un misantropo vive su un faro che si stacca dalla costa e naviga nell’oceano; un regista di film horror muore e diventa uno zombie di successo; una falena dissidente è attratta dal buio. Ciascuno di loro cerca l’amore e la verità, e trova sempre quello che si merita.
Tiziano Scarpa dà vita a una galleria di personaggi indimenticabili, scolpiti dalla metrica e dalle rime baciate, abbracciate, accarezzate, qualche volta accoltellate e strangolate.

 

Una libellula di città

lo sa che tanto non durerà.

Appena nata, lascia il suo stagno.

«Stanotte muoio», grida ad un ragno.

«Serve una mano? – fa lui, con brio

– Devi morire? Ti aiuto io».

«Gratis? Davvero? Un’eutanasia?

Come mai tanta galanteria?»

«Così. Si vede che qua sei nuova»,

risponde il ragno perdendo bava.

«Forse più tardi. Mi faccio un giro».

La assale un flebile capogiro.

Va rasoterra, ammirando i popoli

indaffarati nella metropoli,

le pendolari delle fatiche

sull’autostrada delle formiche.

«Ciao, muoio presto», dice gioviale

a quel viavai imprenditoriale.

«Fa’ come noi: sparpaglia il tuo io,

sbriciola l’ego, fanne un brusio».

«Ma non si muore anche a pezzettini?»

«Si salva il noi. Accomuna i destini».

Vola angosciata quella libellula,

sente già estinta in sé qualche cellula.

È ancora presto, ma lei lo sa

che a mezzanotte salma sarà.

A mezzogiorno incontra una mosca

che sembra proprio la riconosca.

«Non ti ho già vista?» «Credo di no.

Nata da un po’, fra un po’ morirò».

«Allora, quando trovi una cacca,

godila in fretta o diventa secca!»

Vola più in alto, vola più in là,

per assaggiare un po’ di realtà.

«Male! Sbagliato! – grida un lombrico

– Sta’ a casa tua. Da’ retta a un amico».

«Perché?» «Se il mondo conoscerai,

ti mancherà quando morirai».

Sono le tre, in un’ape si imbatte.

«Sto per…» «Sta’ zitta. Che me ne sbatte?»

«Ti do fastidio?» «Ho da lavorare».

«Ma io…» «Non sei la sola a schiattare».

A ritmo grattano le cicale,

le resta in mente anche se non vuole,

suona da sola dentro la testa:

_´⏑⏑ _´⏑ _´⏑⏑ _´⏑

Verso le sette si sente stanca.

«Ho visto tutto, solo mi manca…»

«…vedere me!» «E chi sei?» «Una zanzara.

Cosa ti manca?» «Forse una bara».

«Dammi il tuo sangue. Vuota, tu stessa

di te sarai cadavere e cassa».

Scende la sera, cala la notte,

arranca a piedi, le ali le ha rotte,

ma avvista un’ultima, strana scena.

«Su, forza – la incita una falena

– vieni: fra poco c’è Dio che appare»,

e da una luce si fa incendiare.

Ne vede un’altra molto più piccola.

Le si avvicina: «Chi sei?» «Una lucciola.

Porto quaggiù le costellazioni,

offro terrene consolazioni».

E dentro al buio poi la conduce,

finché si abitua. Spegne la luce.

Autore: Redazionale

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