L’epicizzazione de “Il processo”: la Compagnia FabbricaTeatro rilegge Kafka

,   

L’epicizzazione de “Il processo”: la Compagnia FabbricaTeatro rilegge Kafka

CATANIA – Un corridoio stretto, budello recintato – camminamento claustrofobico ed insormontabile di un carcere assunto a metafora del mondo – si slarga su una stanza spoglia, grigia e sinistra. Il feroce percorso dalla (presunta) Giustizia al Potere (che la inghiotte) attraversa e invade gli spazi della Sala Di Martino, dove la Compagnia FabbricaTeatro ha messo in scena “Il processo” di Franz Kafka.

E’ la prima sezione di un dittico drammaturgico dedicato allo scrittore praghese che si chiuderà, il prossimo aprile, con “Lettera al padre” per la regia di Gianni Scuto. Nella rilettura di Elio Gimbo lo spazio teatrale diventa non solo lager nazista (le stelle sul petto e i “pigiami” a righe del protagonista) – Primo Levi, che tradusse “Il processo” per Einaudi disse di essere uscito da quel libro “come da una malattia” – ma anche stanza delle torture, gulag, manicomio, odierno campo di prigionia: ogni forma di violenza e di sopraffazione in cui si è incarnata l’oppressione nel Novecento.  E proprio in quello spazio asfissiante di intimidazione – gli impiegati della repressione (Gianluca Barbagallo e Alessandro Gambino) gigioneggiano feroci – e di reticenza – il giudice compiaciuto (Daniele Scalia) s’immerge in una contorta concezione della Legge – si articola il tragico rimpallo delle responsabilità e delle motivazioni dell’arresto di Josef K. (che Antonio Caruso impersona con eccezionale partecipazione). Dentro il quale, poco a poco la preoccupazione del Giudizio (alluso, procrastinato, quasi incelebrabile) si insinua, così come il senso di colpa, alla pari di un tumore.  Immerso nella gelida burocrazia del suo iter processuale, “una brutta faccenda”, nella litania monotona dei dibattimenti, soffocato dalle procedure, K. sperimenta un clima sempre più coercitivo che si accanisce contro di lui – ma “la caccia è appena iniziata” ricorda il Giudice e che abbraccia ogni aspetto del reale: le Donne (perfettamente incarnate da Barbara Cracchiolo), i Picchiatori, lo Zio influente, l’Avvocato, il Sacerdote (un accorato Alessandro Chiaramonte): una pletora di untuosi e brutali complici grazie ai quali “il processo poco a poco si trasforma in sentenza”. Nella sua regia Elio Gimbo sceglie di identificare Josef K con un “artista”, che assurge dunque a icona per eccellenza della “devianza”, della “diversità”, simbolo su cui perpetrare ogni tipo di controllo, ogni tipo di accertamento; e non è certo un caso che il personaggio più silenzioso, più “marginale”, quello che non ha né può avere voce è proprio il Migrante (Bapo Bepari). 

Lungo questo “processo” Il Potere è un mostro lontano e intangibile ma sempre in agguato e la stessa platea, disposta tutt’intorno, a strettissimo contatto con la scena, è chiamata non solo a sentirne la presenza ma a ricoprire involontariamente il ruolo di giuria.  Già: “siete lo stesso coinvolti”, cantava giustamente quel De Andrè dal cui “Anime salve” Cinzia Caminiti estrae il canto rom “Korakhanè”. Dunque, in una atmosfera da incubo, indecifrabile e oscuro lo spettacolo, pur restando fedele all’impianto narrativo originale – suddiviso in dieci capitoli – deborda nel teatro della violenza non solo grazie ad una recitazione corale sopra le righe, ma soprattutto grazie ad un espressionismo a volte volutamente disturbante – si pensi alla torturatrice nella mise nazi sado-maso – che culmina, a nostro parere, nella dimensione sonora dello spettacolo: tutto è urlato, scandito, vomitato, colpito. Il rumore del Potere è assordante, reso improvvisamente muto solo da Cinzia Caminiti che entrando “a piene mani dentro il dolore” con la sua voce, è capace di innalzarsi sul fragore della violenza, legando con alcuni canti degli oppressi (rom, ebraici e siciliani, fino al celeberrimo “Vai vedrai”di Francesca Gagnon) ogni momento dello spettacolo. Nel silenzio della scena finale, i petali sparpagliati sulla scena non sono allora altro che fiori del sangue innocente sulla Menzogna eletta a ordine del Mondo.  La Compagnia FabbricaTeatro affrontando in questo modo “Il Processo” scavalca ogni impasse mimetica e ci restituisce uno spettacolo pieno e corale in quella direzione che lo stesso Brecht aveva intuito e indicato: “Oggi che l’esistenza umana deve essere concepita come l’insieme di tutti i rapporti sociali, la forma epica è la sola a potere esprimere quei processi che servono all’arte drammatica.”

Autore: Giuseppe Condorelli

Condividi