La misura rotta della vita. ‘N’zuppilu n’zuppilu’ di Giuseppe Condorelli ed. Le Farfalle

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La misura rotta della vita. ‘N’zuppilu n’zuppilu’ di Giuseppe Condorelli ed. Le Farfalle

E’ una terra indefinita e materica nello stesso tempo quella dove entriamo, in punta di piedi, aprendo piano porte dietro le quali si spalancano l’ombra e la luce della memoria, o cassetti in cui si annida lo sguardo dei morti. Una Macondo addolorata, oppure la città fantasma di Pedro Paramo, nelle cui strade persino l’aria sembra assente, risucchiata chissà dove, forse dalla stessa luce, così abbacinante da sembrare tenebra.

Risuona qua e là un’eco ortesiana nei versi scarni – non sintesi, ma essenza – di N’zuppilu n’zuppilu: il bisbiglio dei morti che sorridendo bussano e invocano l’accudimento rammemorante dei vivi, la loro presenza, il cane investito/sulla strada/che odora la sua morte, l’angolo di cortile pieno di ombra e ortiche.

Ci vuole pazienza a rimanere vivi, in questa zona della mente con le assi del soffitto spezzate, dalle cui fenditure passa il sole mischiato alla pioggia, come quando si sposa la volpe. Solo le parole strette, incagliate, cercate mentre si invecchia come i gatti di casa, possono sanare le ossa svogliate, curare il senso di deprivazione. Parole cercate nel sangue (il sangue dei Padri, e qui ancor più delle Madri, cantato da Rilke), dove il rumore della morte e la misura rotta della vita confluiscono nelle suggestioni vivissime dei sensi: l’odore di arance sbucciate/e di gusci di mandorle, il trenino della Circum, lo scirocco che muore su una tenda, le urla di una locusta.

Mentre all’Io narrante piove addosso il mondo, ci arriva il suo grido, forse una preghiera arrochita: ma ju sugnu ccà/ora/non m’ata a leggiri/m’ata parrai./Sugnu fattu/di carni/di pinseri/e ddi sangu./E no d’inchiostru.

Proprio quella carne da cui germinano parole dense e lievi, dolorose e piene di profumi, compie il miracolo di riportare in vita la Madre e il cenno rivolto al figlio, un invito premuroso e discreto a ripararsi dalla pioggia.

Le stesse parole che inscrivono Giuseppe Condorelli, insieme a Michele Mari e Franco Marcoaldi, fra le voci più intense della nuova poesia italiana.

Autore: Lucia Tempestini

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