Cinema Santa Chiara di Rende (Cs) 15 aprile ore 21 | ‘Agnès dalle nove alle undici’, omaggio alla grande regista Agnès Varda da poco scomparsa

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“AGNÈS DALLE NOVE ALLE UNDICI” È IL TITOLO DELL’OMAGGIO DEDICATO DA UGO G.CARUSO E ORAZIO GAROFALO AD AGNÈS VARDA, LA GRANDE REGISTA BELGA DA POCO SCOMPARSA, GIÀ MOGLIE DEL COMPIANTO JACQUES DEMY E AUTRICE ORIGINALISSIMA, ATTIVA FINO A POCO PRIMA DELLA MORTE. PER RICORDARLA CON UNA SERATA CHE PARTE PROPRIO DALLA CITAZIONE DEL SUO CAPOLAVORO DEL 1962, SARÀ RIPROPOSTO “CLEO DALLE 5 ALLE 7”, (1962), UNO DEI TITOLI PIÙ MEMORABILI DELLA NOUVELLE VAGUE FRANCESE. L’APPUNTAMENTO CHE SARÀ APERTO DA UN’INTRODUZIONE IN VIDEOCONFERENZA DI CARUSO, È PER LUNEDÌ 15 APRILE ALLE ORE 21 AL CINEMA SANTA CHIARA DI RENDE (COSENZA)

La giovane cantante Cléo deve fare i conti con un problema di salute piuttosto grave. Il film di Agnès Varda la segue per le strade di Parigi nelle due ore che precedono il responso medico. Cléo non trova conforto negli amici e cade in uno stato di prostrazione. Solo l’incontro casuale con un giovane militare in procinto di partire per l’Algeria, riuscirà a darle il coraggio di affrontare la situazione e di recarsi all’ospedale per conoscere la verità sul suo futuro…

Entrare nella vita di una donna per due ore della sua esistenza, scoprirne i problemi e gli atteggiamenti davanti alle difficoltà della vita. Questo in sintesi lo scopo dell’opera seconda di Agnès Varda dopo il rimarchevole esordio nel 1955 con “La pointe courte” .

Cléo è una giovane cantante di musica leggera, che ha appena raggiunto un qualche successo, ma deve confrontarsi con un grave problema di salute. La macchina da presa pedina Cléo nelle due ore (o meglio un’ora e mezzo) che precedono i risultati medici, dalle 5 alle 7 del primo giorno d’estate, durante i suoi andirivieni, nelle sue fughe dalla realtà e nei suoi ritorni, nella sua ricerca della verità, costantemente in conflitto con la superstizione. L’idea è in sé geniale in quanto il tempo filmico coincide con il tempo reale, senza cesure e salti temporali.

Gli stessi orologi che Cléo trova nel suo percorso indicano il tempo preciso al minuto nel quale accadano i fatti.

La costruzione è per capitoli.

Ogni capitolo riporta all’inizio una scritta che indica i protagonisti della scena e il lasso temporale preciso nel quale essa si svolge. Il film è stato girato in ordine cronologico, rispettando così il susseguirsi naturale degli eventi. La Varda sottolinea come il film debba essere considerato diviso in due parti distinte: una prima parte (i primi 45 minuti) nei quali Cléo è vista dagli altri, ossia ne subisce le attenzioni e deve stare al loro gioco, assecondandoli e recitando una parte già scritta; una seconda parte (i secondi 45 minuti) nei quali invece Cléo guarda gli altri, ossia assume un atteggiamento attivo verso il mondo e decide autonomamente della propria vita.

Agnès Varda

A questa divisione corrisponde non solo un atteggiamento mentale diverso di Cléo, ma anche un abbigliamento diverso: dal bianco al nero, dal camuffamento-maschera alla semplicità del sé. Stilisticamente la linearità della narrazione filmica è in qualche modo interrotta dall’uso di jump-cuts che in qualche modo segnano un salto e una divisione, accelerando gli eventi. Questo uso è tipico di quegli anni, i primi ’60, ed in particolare del cinema di Godard. Ma questo omaggio a Godard non è casuale, in quanto egli è protagonista di un film nel film. In uno dei capitoli in cui è diviso il film, Cléo ed un’amica, giovane modella d’arte, si recano dal ragazzo di quest’ultima, che fa il proiezionista e assistono alla proiezione di un film muto che ha tra gli interpreti Jean-Luc Godard e la di lui consorte Anna Karina.

Un corto muto che in qualche modo stacca e interrompe a sua volta la tensione della narrazione e porta una ventata di divertimento. Da registrare sono pure la presenza di Jean Claude Brialy, altro attore eponimo degli esordi della Nouvelle Vague, la protagonista, Corinne Marchand, il cui volto, intenso e bellissimo resta indimenticabile e costituisce il maggior punto di forza del film e la colonna sonora firmata dal jazzista Michel Legrand. Ricercato è l’uso della luce che privilegia il bianco, inondando gli ambienti di questo colore grazie ad un’illuminazione quasi sempre naturale e all’uso di filtri particolari. La pellicola è pressoché in bianco e nero eccettuato l’incipit nel quale una maga legge le carte a Cléo. In questo caso le inquadrature rivolte alle carte sono a colori. La Varda ci parla qui di una finzione che si contrappone alla realtà, e che pertanto se ne distingue grazie all’uso del colore e della luce, come in tutto il suo cinema, pensato proprio come ad una suvvessione di quadri in movimento, un esempio per tutti, il successivo “Le Bonheur”.

Da segnalare l’uso delle voci interiori dei protagonisti che accompagnano lo svolgersi delle vicende, quasi a volersi in qualche modo staccare dagli eventi, creando un ambito di riflessione e di sospensione. Vediamo dunque come la realtà oggettuale, seppur filmata e narrata con precisione, è spesso interrotta con modalità che rendono il film ancora più ricco, facendone per la sua complessità una pietra miliare della Nouvelle Vague.

Autore: Redazionale

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