In equilibrio fra varietà e circo, ‘Lebensraum’ di Judith Wendel e Jakop Ahlbom arriva al Teatro della Tosse di Genova

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In equilibrio fra varietà e circo, ‘Lebensraum’ di Judith Wendel e Jakop Ahlbom arriva al Teatro della Tosse di Genova

GENOVA – Difficile che la Biennale di Venezia ospiti spettacoli che facciano ridere senza soluzione di continuità, ancora di più che lo stesso autore sia ospitato due volte in un breve lasso di tempo. Se questo accade, probabilmente siamo di fronte ad un artista eccezionale, a un creatore di emozioni che riesce a superare i pregiudizi verso un modo di intendere il teatro non certo tradizionale. Questo piccolo, grande miracolo ha come artefice Jakop Ahlbom, svedese di nascita e olandese di adozione, appassionato di film horror, del cinema muto, di un mondo collaterale che ama riproporre nelle sue opere. Il suo precedente lavoro era semplicemente intitolato Horror ed era basato su stereotipi di quel filone vissuto attraverso la storia di una donna che assieme a due amici giunge in una vecchia casa infestata da oscure presenze: opera terrificante e cupa, ma anche esilarante, rasentando sempre i limiti dell’assurdo. Iniziato così l’excursus artistico in cui è tornato ad utilizzare il teatro consustanziato di scenografie realistiche di altissimo livello, questo genialoide regista ha dimostrato che è possibile tornare alla magia del palcoscenico, contenitore di emozioni, utilizzato in maniera classica, ma interpretato da attori in personalizzate performance.

Con Lebensraum  Ahlbom decide di affrontare la difficile strada della sperimentazione, unendo sketch delle commedie musicali, a metà tra varietà e circo, con il recupero di uno dei must dello spettacolo tedesco e nordico, “la bambola meccanica”, che ogni volta stupisce e coinvolge in un gioco dove gli interpreti devono affrontare anche sforzi fisici notevoli per animare l’ inanimato…in apparenza.

In scena due uomini, la “bambola” e un duo di chitarristi in interazione con gli attori, divenendo loro stessi interpreti di vari quadri. Tutto si svolge in uno piccolissimo monolocale studiato in maniera perfetta per utilizzare al massimo lo spazio e rendere più veloce e confortevole la loro vita. Con wc in bella vista, pianoforte che si trasforma in letto, aperture che parrebbero finestre ma che si trasformano in ulteriore spazio da utilizzare per entrare senza essere notati o scappare nei momenti più concitati, porte che ruotano su se stesse creando la possibilità tanto cara a Georges Feydeau di far sfiorare ma non incontrare i suoi personaggi, macchina da cucire che anima una scena quasi buia, divano cassapanca da cui esce davvero di tutto, un tavolo da colazione che all’occorrenza si trasforma in mille altre cose.

Ha dimostrato grande estro creativo Rob Hillenbrink nella creazione di oggetti impossibili (anche forchette allungabili e un frigorifero multiuso) indispensabili a Jakop Ahlbom per dare vita a questa coinvolgente drammaturgia dove lo spazio dato alla bravura degli interpreti è notevole, come notevoli sono gli attori, acrobati, mimi, atleti, ballerini in movimento incessante, che devono calcolare al millesimo entrate ed uscite per evitare di scontrarsi tra loro e per permettere ai tecnici di trasformare le funzionalità degli elementi in scena, con una scenografia mai statica che sa essere coprotagonista di quest’ora e poco più di autentico divertimento, permeato di sana pazzia. L’incipit è la ‘tranquilla’ esistenza dei due uomini che condividono ogni cosa. Davvero irresistibile la lunga scena della prima colazione con ritmi, oggetti concertati, in una fitta e precisa partitura di azioni. La routine è involontariamente messa in discussione dal loro desiderio di creare una donna meccanica che li aiuti a sbrigare le faccende domestiche, accesa quando serve, per poi essere riposta inerte quando termina il suo compito. L’oggetto scopre tuttavia, come classicamente in ogni fantoccio creato dalla fantasia degli autori, di avere sentimenti ed intelligenza e finisce per ribellarsi ai suoi costruttori. La bambola volendo dimostrare la propria libertà di esistere estrinseca così caratteristiche umane. E’ difficile per loro gestirla perché è imprevedibile, un po’ imbranata e non riesce a compiere il suo lavoro di cameriera in maniera accettabile. Questa sua inaspettata ribellione dà vita ad una serie di scene esilaranti, basate sulla grande bravura acrobatica dei tre.

Le invenzioni narrative e sceniche sono continue e spesso imprevedibili (non è occasionale il quadro di Buster Keaton sulla parete). Irresistibili i due musicisti di spalle, con il vestito completamente fatto con gli stessi disegni della carta da parati, mimeticamente ingurgitati dalla parete. Sorprendente la colazione in cui l’utilizzo di oggetti legati a vari fili crea una danza folle ma assolutamente utile ai due per mangiare e bere in fretta. Si adeguano a questa esilarante follia – ma sono tra gli artefici nel crearla – i due chitarristi che fanno parte degli Alamo Race Track, una band olandese la cui bandiera è la ricerca (fino ad ora hanno prodotto 4 album), che hanno saputo dare il giusto fondale sonoro alle trovate di Jakop Ahlbom. Tutti gli uomini col volto infarinato, la bambola con un sorriso alla Dario Argento stampato sul volto, creano ulteriore mistero, tensione e sano divertimento. Si ride, ma permane nello spettatore il senso di disagio che si prova di fronte a questi oggetti senz’anima, creature create dall’uomo. Sorge un’inquietante domanda: dove finisce la macchina e dove inizia l’uomo?

 

Scheda spettacolo:

LEBENSRAUM

di                         Judith Wendel

da un’idea di          Jakop Ahlbom

Interpreti               Reinier Schimmel, Jakop Ahlbom/Yannick Greweldinger, Silke Hundertmark, Leonard Lucieer, Ralph Mulder/Empee

regia                     Jakop Ahlbom

luci                        Yuri Schreuders coadiuvato da Tom Vollebregt, Yuri Schreuders, Allard Vonk, Michel van der Weijden

scene                    Douwe Hibma and Jakop Ahlbom

Costruzione oggetti particolari Rob Hillenbrink

Make- up               Anabel Urquijo Claveria

musiche                 Alamo Race Track

Production management        Sarah Faye van der Ploeg

 

cura redazionale della recensione: Anna Di Mauro

Autore: Furio Fossati

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