Michele Mari e l’Uomo del Verderame

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Michele Mari e l’Uomo del Verderame

Pur avendo alle spalle secoli di temi fiabeschi e meravigliosi (Boiardo, Ariosto, Tasso), nel Settecento e Ottocento il filone fantastico italiano si era inaridito ( con l’eccezione di Collodi e dello “stravagante” Leopardi delle Operette) proprio nel momento in cui la letteratura antirealista dava in Europa le sue migliori prove. Certo ci fu l’eccezione degli Scapigliati, che accolsero con entusiasmo dalla Francia la narrativa gotica e orrorifica – Poe, E.T.A.Hoffmann e altri – nell’intento di sprovincializzare la nostra cultura, affascinati da quel lato “notturno” della vita, che la nostra tradizione escludeva da troppo tempo. Tuttavia furono poco incisivi, forse perché troppo superficiali. E ora? Da trenta anni è sulla scena letteraria questo scrittore notevolissimo per qualità di lingua e di temi, e per raffinatezza d’immaginazione. Un vero erede di Edgar Allan Poe. Si chiama Michele Mari, che tra i contemporanei è quello che più pare aver assorbito la lezione del migliore fantastico.

Nel 1970 Tzvetan Todorov affermava che : “Il fantastico non è altro che la scelta del lettore – che si identifica con l’autore – fra la spiegazione naturale e sovrannaturale di un fatto insolito.” Definizione che ben si lega al nostro Mari, che anni fa scriveva: “Io, in campagna, avevo una balia che dormiva nella mia camera. Dopo un po’ ch’eravamo al buio chiedevo: “Dirce, ci sei?”, e mi sentivo rispondere: “No, non ci sono”. Perplesso, insistevo: “Ma era la tua voce”, e lei, spietata e poetica insieme: “Non sono la Dirce, sono una vocina lontana lontana che viene dal bosco…”. Ed io, che sapevo e non sapevo, che credevo e non credevo, dovevo affrontare la notte così, come una prova. “ (Tu sanguinosa infanzia, 1997). Avrebbe, appunto, potuto scrivere i suoi romanzi e racconti lo scrittore milanese se non ci fosse poi stato in Italia quel Novecento fantastico su cui Calvino scrisse che diceva sull’interiorità del singolo e sulla simbologia collettiva molto più del reale?

Il nostro fantastico si inaugura – con caratteristiche più leggere e ariose, meno “ gotiche” di quello di un Poe – con Palazzeschi, si afferma con Bontempelli, si consolida con Buzzati, Savinio e, in particolare, con Landolfi, che di tutti appare il più interessante. Proprio quel Tommaso Landolfi, scrittore complesso, ispirato dal fantastico ottocentesco, ma anche da uno più freddamente moderno, venato di elementi metafisici e surreali, che mostra nei racconti e romanzi una prodigiosa padronanza stilistica e un’infinità varietà di lingua e struttura che lascia stupiti. Un modello per Mari, la cui narrativa è fantastica anche perché si ciba alla stessa fonte della letteratura, ricca com’è di citazioni di ogni genere e di storie riprese da altre storie. Come quella ispirata da un famoso verso di “Alla luna”, che narra di un licantropo a casa Leopardi: “Ci fu un Poeta, ahi quanto infelice! Che si sentiva chiamato dalla Luna, ma che non poteva rispondere perché gli fu impedito di vederla, per il suo bene si disse, ma in cotal modo ‘l si uccise…Io penso…io sento appunto che la Luna ci chiami e ci svegli, ma che sia più condizione che causa, e che ‘l germe della metamorfosi sia già deposto in colui che chiamato risponde, e che il fascino di cotesta relazione si è il suo essere nascosa, e lunghissima…” (Io venia pien d’angoscia a rimirarti, 1990). Licantropi, nani , automi, doppi, fantasmi e golem, “mostri” di ogni genere circolano nei racconti, nei romanzi e nei saggi di Michele Mari, il più inattuale dei nostri scrittori.

Se avete avuto la sfortuna di non averlo mai letto, cominciate da “Verderame” (Einaudi, 2007), una sorta di paradigma dei suoi lavori. Nell’estate del 1969 il tredicenne Michele (l’adolescenza è uno dei suoi temi prediletti) trascorre le vacanze nella villa dei nonni nel Varesotto. E’ un ragazzo sveglio e vivace che ama i libri, soprattutto di avventura e fantascienza. Fuori, però, c’è anche un mondo da esplorare. E da temere. Come quell’essere che si aggira tra orti e giardini della bella dimora sul Lago Maggiore, con un volto spaventoso per “una cicatrice che collegava il ciglio dell’occhio sinistro al ciglio del labbro (… ) Dentro di me lo chiamavo l’uomo del verderame, perché di tutte le sue mansioni che prevedevano la cura dell’orto e degli alberi, la manutenzione spicciola della casa, il taglio del prato, l’allevamento di conigli e galline, la preparazione e l’irrorazione del verderame era per un bambino la più fascinosa. Lo vedevo spezzare stecche di verderame solido dentro un bidone di metallo.” Si chiama Felice e vive lì da tempo immemorabile, si occupa della manutenzione della casa, pulendo, curando, disinfestando, ma soprattutto sterminando lumache e scuoiando conigli.

L’incontro dei due darà vita ad una incredibile avventura nei misteri che avvolgono la casa. Perché nessuno sa da quanto tempo Felice abita lì? “Si sapeva poi quand’era nato e dove? Cos’aveva fatto prima di lavorare per noi? se aveva parenti? ” Alla ricerca dell’essenza delle cose, iniziato come un gioco di mnemotecnica – Michelìn vuole aiutare il vecchio che sta perdendo la memoria – la vicenda assume contorni sempre più paurosi: scaffali con bottiglie colme di sangue, un misterioso Gran Coniglio, cadaveri rinvenuti tra le pieghe della casa, cantine dove ribollono tini di enormi lumache rosse. Messaggere del mondo dei morti? Sono loro che mandano le lumache – iin lur che manden sü i lümagh – dice il Felice. Tutto quello che è assurdo sembra diventare vero. Avendo come sfondo la tragica storia del nostro Novecento, l’avventura di Michelin appare come un romanzo di formazione sospeso tra reale e fantastico, che lascia stupiti per il virtuosismo dell’autore, capace di mediare tra alto e basso, tra riferimenti letterari colti o di genere, fumetti e sceneggiati televisivi del tempo in una storia inquietante, ai limiti dell’horror, complessa e di grande qualità stilistica, scritta in un calembour linguistico e lessicale strabiliante. Indimenticabile come i racconti di Poe.

Autore: Pierluigi Pedretti

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