L’eccezionalità degli incontri normali. ‘Il cielo non è un fondale’ al Teatro Nazionale di Genova

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L’eccezionalità degli incontri normali. ‘Il cielo non è un fondale’ al Teatro Nazionale di Genova

Il cielo non è un fondale©Dietrich Steinmetz

GENOVA – Il sipario è aperto, la scena è scarna con un fondale mobile e scuro che chiude le quinte: nel corso della serata sarà spostato varie volte per aiutare nell’identificazione visiva delle parole sciorinate apparentemente improvvisando ma che fanno parte di una drammaturgia che agli autori/interpreti/registi ha richiesto molto lavoro. Dopo questo, mesi di prove con gli altri due compagni di ventura: la naturalezza spesso si crea con tanta dedizione. Daria Deflorian e Antonio Tagliarini assieme avevano già regalato altre emozioni con lavori di buon interesse quali Rewind (2008) omaggio a Cafè Müller di Pina Bausch (forse la più amata coreografa tedesca del Novecento), il Progetto Reality (2012) che prende spunto dai diari di una casalinga di Cracovia. Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni (2012) e Quando non so cosa fare cosa faccio (2015) sono i precedenti lavori fatti assieme, l’ultimo è Quasi niente (2018) liberamente ispirato al film Il deserto rosso (1964) di Michelangelo Antonioni ancora poco rappresentato. In parte con la collaborazione artistica di Attilio Scarpellini (qui autore dell’intervento su Jack London), proseguono su di una strada difficile da definire, ma che può considerare tra i suoi motori la performance e certo cabaret in grado di coinvolgere il pubblico con chiacchierate apparentemente poco interessanti ma che per il taglio da temi universali ottengono immediatamente la complicità.

Tra le tante cose, ne Il cielo non è un fondale si parla anche di temi sempre di maggiore attualità, quale i problemi degli immigrati (quattro presenti nella storia) ma anche dell’amore, dei disagi, dei momenti in cui la vita si colora di tristezza e trasforma una persona in maniera negativa, e di quelli che senza apparente ragione infondono serenità. Su ogni cosa vi è la capacità di coinvolgere, di fare anche più volte sorridere, INTRATTENERE con un tono colloquiale che alla fine conquista. I quattro personaggi, che si presentano come interpreti delle proprie vite raccontate in prima persona, non sono tra loro parenti, si conoscono, alcuni sono amici più o meno di vecchia data: questo permette loro di essere a conoscenza di certi momenti dell’altrui esistenza, creando un substrato in cui ogni frase aggiunta serve a delineare meglio la figura in quel momento centrica. La Roma delle periferie che nemmeno chi è nato nella Capitale conosce, il timore di abbandonare certe sicurezze che limitano nella conoscenza ma che riparano da eventuali pericoli, gli stessi problemi che coinvolgono sia la Capitale che Milano.

E’ una performance di artisti in grado di offrirsi al pubblico in vesti differenti da quelli di tradizionali attori teatrali, che non si ‘nascondono’ dietro un testo importante, che cercano di trasformare piccole provocazioni in temi da dibattere. L’inizio, lo sviluppo, il finale senza finale hanno la freschezza di un gioco in cui sembra si possa ogni volta aggiungere o togliere qualcosa, un working in progress emotivo. L’affiatamento completo nel poker che anima il palcoscenico è la base di questa magia in cui il nulla si trasforma in argomento importante, la normalità nell’elemento che crea per ogni esistenza la sua eccezionale unicità. Per donare una seppur fievole linea narrativa, vengono usati alcuni brani simbolo di grandi interpreti ed autori, quasi sempre cantati (forse meglio dire interpretati in maniera teatrale) da Monica Demuru brava anche nella caratterizzazione di una homeless forse polacca e quale voce che legge annunci in un supermercato all’ora di chiusura. Il brano più importante è La domenica di Giovanni Truppi che nel modo di essere proposta e nelle parole contiene l’essenza dello spettacolo. Gli autori si sono ispirati al modo di interpretare la scrittura da parte di Annie Ernaux che pone sempre la propria esperienza biografica al centro dei propri libri: da lei hanno preso l’idea di raccontarsi in prima persona senza mai staccarsi da una realtà (meglio, apparente realtà) possibile e credibile. Sul palcoscenico c’erano quattro interpreti, parimenti impegnati nella performance, anzi, 5. Il quinto è un ingombrante calorifero di ghisa su cui Daria Deflorian si accoccola e che le serve per dare vita anche ad uno dei più riusciti monologhi; nel finale gli interpreti praticamente raddoppiano, ma non è corretto dire come.

L’unico incontro che avviene tra uno degli interpreti e un immigrato – a cui danno vita due persone – è quello tra Daria e la barbona, questo perché l’attrice ritrova nell’altra le sue paure, praticamente si identifica in lei, diviene il suo alter ego, il suo peggiore incubo di disagio esistenziale: indispensabile fornire due interpreti per mettere in luce le differenze e le tante somiglianze. Gli altri sono interpretati da un solo attore che si carica del peso di dare visibilità ad ambedue le figure, se stesso e l’altro. Così conosciamo Alom venditore di rose settantenne che nel suo Pakistan era un generale, Mohamed il cuoco pakistano collega di Daria, cameriera, e uomo che dopo essersi fatto dare un passaggio in auto malmena e poi deruba Antonio non solo del denaro ma del proprio orgoglio: forse non era un immigrato, sicuramente era un emarginato come gli altri. Per cercare di riportare serenità e un messaggio più ottimistico dopo le disavventure di Daria negli ultimi 10 minuti prima della chiusura di un supermercato (frustrante e divertente) si termina la serata con il poetico inno al calorifero visto come compagno di serate fredde, in grado di accentuare il conforto di una buona lettura accompagnata da una birretta. Novantacinque minuti che volano via veloci.

Scheda spettacolo:

Il cielo non è un fondale

di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini

Testo su Jack London Attilio Scarpellini

Collaborazione al progetto Francesco Alberici, Monica Demuru

Interpreti Francesco Alberici, Daria Deflorian, Monica Demuru, Antonio Tagliarini

Regia Daria Deflorian e Antonio Tagliarini

assistente alla regia Davide Grillo

luci Gianni Staropoli con la collaborazione di Giulia Pastore

costumi Metella Raboni

costruzione delle scene Atelier du Théâtre de Vidy

direzione tecnica Giulia Pastore

musiche Lucio Dalla, Mina, Georg Friedrich Händel, Lucio Battisti – la canzone La domenica è di Giovanni Truppi

Produzione Sardegna Teatro, Teatro Metastasio di Prato, Emilia Romagna Teatro Fondazione in coproduzione con A.D., Odéon – Théâtre de l’Europe, Festival d’Automne à Paris, Romaeuropa Festival, Théâtre Vidy-Lausanne, Sao Luiz – Teatro Municipal de Lisboa, Festival Terres de Paroles, théâtre Garonne, scène européenne – Toulouse con il sostegno di Teatro di Roma in collaborazione con Laboratori Permanenti/Residenza Sansepolcro, Carrozzerie NOT/Residenza Produttiva Roma, fivizzano27/ nuova script ass. cult. Roma

Autore: Furio Fossati

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