Come diventare un nemico del popolo. ‘Il Penitente’ di David Mamet, con Luca Barbareschi, al Teatro Nazionale di Genova

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Come diventare un nemico del popolo. ‘Il Penitente’ di David Mamet, con Luca Barbareschi, al Teatro Nazionale di Genova

GENOVA – Luca Barbareschi, affrontando Il penitente di David Mamet, ha dimostrato di conoscere perfettamente il suo linguaggio – negli anni ’80 era stato il primo a portarlo in Italia, proponendo testi quali American Buffalo (1975) e Perversione sessuale a Chicago (Sexual Perversity in Chicago, 1974) – adattando con intelligenza quanto da lui scritto e trasfondendolo in uno scattante spettacolo teatrale diviso in 8 scene e affidato a 4 personaggi che tengono sempre vivo l’interesse. I dialoghi potrebbero sembrare poco interessanti con la moglie del protagonista che propone il suo disagio attraverso pochi concetti reiterati, l’avvocato privo di vero spessore che sposa le scelte di magistratura e stampa senza mai opporsi più di tanto, l’inquirente che gioca con le parole per trovare argomenti con cui colpevolizzare il protagonista. Invece, sono perfettamente congegnati per creare il substrato di disagio, tensione, paura e forse pazzia dello psicoanalista che, non accettando di presentarsi davanti ai giudici per testimoniare a favore di un suo paziente che ha ucciso 18 persone, diviene bersaglio dell’opinione pubblica; questo soprattutto a causa dei mass media che hanno bisogno di sempre nuovi personaggi in grado di interessare, su cui poter scrivere, addosso ai quali sia possibile costruire un personaggio, preferibilmente di colpevole. Un quotidiano inserisce in un titolo una frase decontestualizzata, apparentemente offensiva nei confronti degli omosessuali, lo psicoanalista vuole denunciarli e lo farebbe se non fosse mal consigliato dal suo avvocato che sembra appoggiarlo, ma in realtà si affretta a prendere le distanze da un personaggio divenuto scomodo.

Nel corso di poco più di 75 minuti vediamo la trasformazione di una persona rispettata e di buona notorietà in nemico pubblico, capro espiatorio dei problemi di una società che non è in grado di gestire le emergenze, che probabilmente ha accentuato lo stato di tensione nel pluriomicida omosessuale e appartenente alla minoranza etnica ispano-americana, spesso invisa e colpevolizzata da una società che cerca di tenersene a distanza per sotteso razzismo. E’ la prima volta che il medico si rifiuta di presenziare ad un processo dove è coinvolto un suo paziente, e questo dà vigore all’accusa nei suoi confronti che parte da vari fronti. Questo suo comportamento in apparenza illogico è legato al suo recente avvicinamento all’ebraismo ed ai suoi insegnamenti: interpretando il talmud trova in se stesso nuovi valori ma anche poche certezze.

David Mamet è ebreo, e conosce questo mondo tanto bene da poter fare un’analisi molto approfondita sul dubbio, sulla difficoltà di capire il vero significato di quel libro sacro, sull’impossibilità di trovare in esso la soluzione di problemi esistenziali. La situazione del protagonista è assolutamente difficile e non riesce nemmeno a difendere quella religione perché ancora sprovvisto delle conoscenze necessarie; con disperazione dice all’inquirente di domandare a un esperto rabbino da cui avrà le risposte che vuole: ma anche questo serve a indebolirlo, a renderlo un perfetto capro espiatorio. Il drammaturgo ha un padre avvocato e quando nel testo si parla di giustizia lo si fa con coerenza e credibilità. Nello stile caro a Mamet, il cinismo diviene il vero protagonista con giornali e mass media a cui non interessa la verità ma cosa possa essere maggiormente gradito a lettori e pubblico, con un avvocato che non si espone perché sa che contro i potenti la migliore difesa è non farsi notare troppo, con un inquirente che perfidamente porta l’interrogato a dire cose che ne possono aggravare la posizione. Il medico, appellandosi al giuramento di Ippocrate, si rifiuta di svelare i contenuti del quadernetto su cui appuntava la cronaca della seduta e a maggior ragione non accetta che venga accolto come elemento di prova. Questa sua scomoda decisione gli mette contro tutti compresa la moglie che gli confessa il suo disagio ma anche un rapporto extraconiugale; è pronta per lasciarlo, per abbandonarlo come tutti gli altri.

Il finale parrebbe prevedibile, ma c’è uno sviluppo importante, appena sussurrato nei dialoghi, che mostra ogni cosa sotto una luce differente. La scena è scarna, il palcoscenico è sormontato da un grosso cubo sotto il quale lo psicoanalista è seduto già prima dell’inizio ufficiale della commedia, sottolineando suoi appunti, mettendo in ordine fogli, cercando di fare chiarezza anche dentro se stesso: indossa la kippah ed esplode immediatamente in un’invettiva contro i giornalisti e la comunicazione che sono asservite al potere, dove contano più i titoli ad effetto che non i contenuti, in cui la gente non ha tempo per approfondire e difficilmente cerca di essere realmente informata. Quando un quotidiano pubblica il titolo di un suo articolo – L’omosessualità è una aberrazione e non quello esatto, L’omosessualità come adattamento – inizia il linciaggio perché il suo paziente è omofobo e afferma che lui non testimonia per la difesa perché non sopporta questo suo stato. Si capisce subito che è un perdente, lo si vede come vittima ma, nonostante tutto, non riesce ad essere considerato positivo: bravissimo Mamet nel renderlo così criticabile da non far scattare mai l’inconscia complicità dello spettatore.

Palcoscenico col sipario aperto per rendere subito familiare l’ambiente in cui si svilupperà il dramma, molto funzionale la scelta dell’incombente cubo su cui freneticamente passano immagini che ricordano le televisioni di sole News: pochi secondi per ogni notizia in questo frenetico ruotare di luci ed emozioni che parlano di politica, di economia, di scandali, di tanti argomenti che trovano collocazione nella memoria solo per il tempo in cui i mass media se ne occupano. Luca Barbareschi è sempre in scena, guida con bravura le performance dei suoi colleghi, sa essere convincente come psichiatra e come regista. Ama questo testo che parla di un ebreo – tra l’altro, sua madre ha quell’origine – perseguitato come è spesso accaduto nella storia e lo rende con tutti i suoi difetti e timori di uomo che non ha saputo attorniarsi di amicizie. Brava come sempre Lunetta Savino che sa rendere bene la molteplicità di un personaggio dalle molte sfumature.

Scheda spettacolo:

Il penitente

di David Mamet

Interpreti Lunetta Savino, Luca Barbareschi, Massimo Reale e con Duccio Camerini

Regia Luca Barbareschi

Adattamento e traduzione Luca Barbareschi

luci Iuraj Saleri

scene Tommaso Ferraresi

costumi Anna Coluccia

musiche Marco Zurzolo

suono Hubert Westkemper

video Claudio Cianfoni, Marco Tursi e Andrea Paolini

dramaturg Nicoletta Robello Bracciforti

Produzione Teatro Eliseo, Fondazione Campania dei Festival, Napoli Teatro Festival Italia

Autore: Furio Fossati

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