“Il tempo propizio” della giovane compagnia zappalà danza: “Kairos” del coreografo Amos Ben-Tal

  

“Il tempo propizio” della giovane compagnia zappalà danza: “Kairos” del coreografo Amos Ben-Tal

CATANIA – C’è una sorta di immanente metronomo sonoro – la divinità Kronos pronta ad inghiottire ogni cosa – a scandire i movimenti della giovane compagnia zappalà danza, Collettivo MoDem CZD al suo felicissimo debutto con “Kairos” la nuova creazione che il coreografo Amos Ben-Tal ha realizzato proprio per loro e con la quale continua la sua ininterrotta ricerca sulle opposizioni che derivano dalla misurazione del tempo: già in “Track” una creazione del 2005 e in “Seconds” – entrambi con il suo collettivo OFFProject – il coreografo israeliano aveva esplorato la sua ossessione per il tempo.

Nello spazio performativo di Scenario Pubblico, quelli del giovane ensemble catanese – Carmine Caruso, Daniel Conant, Armandine Lamoroux, Madison Pomarico, Francesca Santamaria – sono movimenti aggrumati in una specie di guscio duro, quasi ostile: il Tempo imposto, refrattario al Caos e alla libertà individuale, la gabbia dei secondi e delle ore che scandiscono le nostre vite ma improvvisamente incrinato da un improvviso colpo di pistola, forse una perenne esecuzione (l’ennesima?). Tutto è scandito da un accompagnamento minimalista (le musiche sono dello stesso Amos Ben-Tal). Nella inesausta riproposizione dell’opposizione “universale vs personale, concreto vs astratto” del dettato coreografico, la compagnia catanese offre una prova di altissima densità fisica e di grande affiatamento alternando, al centro di un quadrato di luce, quattro nuclei ritmici, il Tempo di una incertezza tutta umana e il “Kairos” illuminante: dai gesti scanditi, esatti, lungo i quali ogni muscolo è una frazione di tempo alle improvvisazioni dei corpi; una narrazione in parte inquietante, come se quel “kairos” fosse solo un attimo potenziale, sempre ad un passo dall’essere, segno di un tempo e di un divenire non ancora conseguito. Forse l’eterno che cerchiamo di catturare in ogni attimo. Nella seconda parte della serata “Corpo Cage”, una coreografia di Roberto Zappalà realizzata nel 2009 su commissione delle strutture olandesi Fondazione Theaterwerkplaats Generale Oost e ArtEZ Arnhem e di Pergine Spettacolo Aperto.

E’ una riflessione sulla musica di John Cage, una sorta di imprescindibile punto di riferimento per Roberto Zappalà. Qui siamo nell’ambito della meta-danza, di una coreografia strettamente imparentata con la drammaturgia: il clown che fluttua nel silenzio, esplora la sua stessa disarticolazione, sorretta, quasi fosse un’eco, solo dagli spasmi dei danzatori – cui si aggiungono rispetto a “Kairos”, Gaia Occhipinti, Paloma Biagioli e Marie Sheeney – meccanismi di carne dai quali si irradia un frastuono corporeo spigoloso, quasi dissonante. Il tessuto sonoro di Paula Matthusen si muove all’interno del campo semantico musicale di Cage: note-istanti che travolgono ogni consuetudinaria percezione del tempo e dello spazio. E’ all’interno di queste micro-fratture nello spazio musicale che si insinuano i corpi. Ci pare di avvertire allora – attraverso questo “Corpo Cage” – la lezione di Merce Cunningham, sia in rapporto a Cage ma anche alla ricerca sul tempo di Amos Ben-Tal: “Il mio lavoro – diceva il coreografo americano – non ha per tema la danza, ma è danza”.  Dunque “Corpo Cage” anela a quello stesso desiderio di esplorare nei e coi corpi (così come le ricerche di Cage in musica), le possibilità infinite e non-intenzionali della danza, anche al di là di ogni possibile significato. Fino al puro vuoto (e proprio “In absentia” si intitolava un brano di Paula Matthusen) che noi stessi siamo.

Autore: Giuseppe Condorelli

Condividi