I cocci aguzzi dell’infelicità. ‘4:48 Psychosis’ di Sarah Kane al Teatro Torlonia di Roma

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I cocci aguzzi dell’infelicità. 4:48 Psychosis di Sarah Kane al Teatro Torlonia di Roma

ROMA – Psicosi delle 4.48 è l’ultimo testo che Sarah Kane scrisse prima di uccidersi a 28 anni.

Un monologo interiore dove scorrono parole intrise di ironia, a volte macabra, che rivelano un disperato attaccamento alla vita e all’illusione dell’Amore. Parole lapidarie, definitive che come lei stessa ammette non sono il frutto di un momento di depressione, ma al contrario di lucidità. La protagonista, in preda a una sorta di veggenza del Poeta, enuncia la sua disarmante verità che pochi hanno voglia di ascoltare, a cominciare dal giovane psichiatra che l’ha in cura. All’inizio sembra un alleato, come se comprendesse il suo dolore ma subito dopo dimostra di essere come gli altri dottori, che non vedono l’ora di togliersi dall’impiccio della malattia mentale prescrivendo pesanti psicofarmaci.

Ed è proprio il giovane psichiatra l’interlocutore implicito al quale la protagonista si rivolge, anche se a volte si ha l’impressione che l’altra voce sia una parte di sé stessa, una sorta di Super-Io pronto a censurare la sua disperazione e ad iniettarle una dose di speranza posticcia. Perché ciò che Sarah Kane afferma (non solo con Psicosi delle 4.48 ma anche con gli altri suoi testi) è il diritto all’infelicità, a sentirsi inadeguati e desolati anche quando apparentemente si ha tutto per essere felici (amici, talento, successo etc). Sarah Kane infatti conobbe tutto questo nella sua breve esistenza. A 25 anni era già una delle autrici teatrali più affermate a livello europeo, tanto che anche il noto drammaturgo Edward Bond, con fama di ribelle, l’aveva pubblicamente difesa quando uscì Blasted, riconoscendola implicitamente come sua ideale succeditrice.

Se solitamente quando i registi mettono in scena Psicosi delle 4.48 tendono a privilegiare una scenografia asettica, con luci bianche, che richiami un ospedale, Valentina Calvani adotta una scelta stilistica che fa risaltare il senso di estraneità e di precarietà esistenziale del personaggio. Elena Arvigo si muove in sottana, a piedi scalzi, su un cumulo di terra dove sono sparsi numerosi frammenti di vetro. E se inizialmente sembra che segua solo traiettorie prestabilite prive di cocci, piano piano ci si rende conto invece che non c’è uno spazio sicuro per lei. Il suo sguardo è allucinato e la voce a volte incespica, come se fosse veramente sotto l’effetto di psicofarmaci. Ma l’aspetto più spiazzante è che non sembra che Elena Arvigo stia interpretando un personaggio ma che abbia raggiunto realmente quel grado di estraniamento dalla realtà. Merito forse del fatto che, dopo 9 anni di repliche, conosca bene il testo e lo abbia elaborato in modo personale.

 

4:48 PSYCHOSIS
di Sarah Kane
traduzione Barbara Nativi
regia Valentina Calvani
con Elena Arvigo
musiche originali Susanna Stivali
scene, costumi e luci Valentina Calvani e Elena Arvigo

produzione SantaRita & Jack Teatro con sostegno Teatro Out Off

Autore: Simona Almerini

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