Le mille forme di Andrea. ‘Il Padre’ di Florian Zeller, con Alessandro Haber, al Teatro della Corte di Genova

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Le mille forme di Andrea. ‘Il Padre’ di Florian Zeller, con Alessandro Haber, al Teatro della Corte di Genova

GENOVA – Il quarantenne drammaturgo francese Florian Zeller affronta un tema complesso e scomodo quale può essere l’Alzheimer, una malattia che vigliaccamente non danneggia l’aspetto esteriore di chi ne soffre deformandolo invece nel suo intimo, alterandone la percezione del mondo esterno, trascinandolo in situazioni drammatiche ma anche donandogli momenti lievi durante i quali si assume l’identità della persona che si nascondeva di lui senza mai essersi palesata. Il ballerino di tip tap, bravo e pieno di energia in cui si trasforma Andrea per piacere a una giovane donna, è una delle forme più belle e giocose plasmate da una drammaturgia in cui non si racconta, ma si vive la vita del malato e i continui momenti di sconforto, ma anche di gioia, di chi gli è vicino. Non si sa mai quale condizione emotiva prevarrà nel malato, se sarà un istate di apparente serenità o uno scagliarsi contro il mondo.

Ed è proprio l’impossibilità di sapere chi in quel certo momento avrà di fronte che distrugge la figlia Anna, piena di amore devoto e preoccupazione, accompagnandolo su quella strada che difficilmente lo riporterà a un’esistenza quasi normale. Alessandro Haber vive dall’interno il personaggio, lo condivide col pubblico, affronta ogni passaggio con intensità, incapace di capire quale sia la realtà e quali le deformazioni operate dalla sua mente danneggiata. Si rende conto che qualcosa non va come dovrebbe, e la sua rabbia si rivolge dapprima contro tutto ciò che lo circonda, per colpire alla fine anche lui. Non riesce ad accettare di non ritrovare il proprio volto, di non essere più la persona che tutti conoscevano e, probabilmente, stimavano e temevano.

Haber è attore camaleontico, lui è SEMPRE il personaggio che interpreta e mette lo stesso impegno (e la stessa bravura) nel film di un esordiente o in un dramma come questo che ha superato in tre stagioni le 200 repliche. E’ un animale da palcoscenico che si muove con naturalezza, spostandosi in maniera quasi frenetica, sottolineando in questa maniera un particolare stato emotivo. Alterna fasi in cui si ‘imprigiona’ in secondo piano ma è presentissimo (belle le scene in cui si nasconde dietro una porta quasi vergognandosi di se stesso, ma anche per origliare) ad altre in cui con voce tonante cerca di costruire un’immagine da padrone di casa offeso (ma l’appartamento è della figlia) di fronte a comportamenti che ritiene lesivi della sua figura.

Haber non urla mai come, purtroppo, anche attori di livello alle volte fanno; cambia tono e la sua voce duttile, legata all’esperienza e allo studio portato avanti in una vita di recitazione, fa capire la rabbia, il disagio ma anche l’insicurezza. Non serve vedere il suo volto per capire quello che sta succedendo, basta sentire quello che dice e come lo dice. Coinvolge come pochi, sa trasmettere emozioni, fa ogni volta dimenticare la sua presenza per far vivere il personaggio che si è appropriato di lui.

Si tratta della prima parte di una trilogia che Zeller ha avuto in mente da sempre, in cui racconta con sensibilità della famiglia, della sua forza costruttiva o incredibilmente negativa spesso non per colpe di chi queste situazioni di crisi sta vivendo ma per un insieme di casi della vita che rendono certi progressivi sgretolamenti ineluttabili. La madre ha debuttato con grande successo, il 20 febbraio all’Atlantic Theater Company- Linda Gross Theater di New York e avrà repliche fino a metà aprile: interprete è una splendida Isabelle Huppert. Per l’anno prossimo è previsto Il figlio. Drammaturgicamente Il padre funziona, e bene, ma a tratti rischia di diventare ripetitivo proprio perché ci fa vivere varie volte i cambi di umore, di personalità, di stato di salute del protagonista. La storia è semplice: racconta il rapporto tra una figlia che si sente in colpa ogni volta che pensa a se stessa ed alla sua vita PRIMA di occuparsi del genitore, e l’uomo che non può accettare di non riconoscersi in quella persona che è divenuta: tutto si basa sul loro rapporto senza dare respiro agli altri personaggi.

Piero Maccarinelli, regista e responsabile dell’adattamento italiano, ha scelto una tecnica cara a certo cinema, con l’oscuramento del fotogramma (pardon, del palcoscenico…) per creare quei minimi spostamenti delle scenografie che danno la sensazione di quello che prova il padre, un’insicurezza che non gli fa riconoscere la posizione dei mobili (soprattutto, il carrello in cui sono appoggiate bottiglie di liquore ma anche medicine) che lui vede sempre in luoghi leggermente differenti. Utilizza lo stesso sistema per sottolineare l’incapacità del protagonista di riconoscere le persone che costituiscono il suo piccolo mondo (due attrici per la figlia, due per il compagno della donna, due per la badante). Funziona ma non regge il peso di uno spettacolo che dura un centinaio di minuti. Bella la scenografia, ben scelta la colonna sonora, ottime le luci, di buon  livello gli altri interpreti.

 

Scheda spettacolo:

Il Padre

di Florian Zeller

Versione italiana   Piero Maccarinelli

Interpreti Alessandro Haber, Lucrezia Lante della Rovere, Paolo Giovannucci, Daniela Scarlatti, Ilaria Genatiempo, Riccardo Floris

Luci Umile Vainieri

Musiche Antonio Di Pofi

Scene Gianluca Amodio

costumi Alessandro Lai

Regia Piero Maccarinelli

Produzione Goldenart Production

 

Autore: Furio Fossati

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